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P come Prodigy

Abbiamo intervistato Liam Howlett, mente fondatrice della band inglese che si esibirà al Parco Gondar di Gallipoli il 16 agosto e all'Home Festival di Treviso il 2 settembre

The Prodigy - Foto di Hamish Brown

The Prodigy - Foto di Hamish Brown

Simon Reynolds nel suo Generation E paragona il movimento rave inglese dei primi anni Novanta al grunge. Diverse aree di espansione, diversa musica, stesso nucleo di ribellione verso un futuro negato da anni di politica repressiva e conservatrice ereditato dagli anni Ottanta — ognuno ha avuto la sua croce, in America Reagan e in UK la Thatcher.

Pertanto, la generazione E (dove E sta per ecstasy) ha visto i suoi Nirvana in gruppi come Chemical Brothers e Prodigy, che ancora oggi a distanza di venti (ventisei nel caso dei Prodigy) smantellano piazze, prati e stadi con qualcosa che conserva l’idea originale del Big Beat: bassi minacciosi e ritmo frenetico. Dare del Kurt Cobain a Liam Howlett, mente fondatrice della band di Braintree, però suona eccessivo. Anche se molti dei successi del beatmaker fanno pensare a un talento in continua evoluzione creativa, capace di spaziare dal drum ‘n’ bass alla techno al rock come pochi ancora sanno fare.

La scorsa settimana qui a Milano c’è stato un live gigantesco dei Chemical Brothers, a cui ha partecipato una quantità mostruosa di persone. Qualcuno ha gridato al miracolo del Big Beat, eterno e infallibile. Tu che ne pensi?
Io non categorizzerei. Il fatto che i Chemicals abbiano suonato in Italia davanti a così tanta gente ci mostra che a essere forti sono l’elettronica e tutto ciò che ha a che fare con il fare festa. Sia noi che i Chemical Brothers abbiamo fatto molto oltre il Big Beat e, più in generale, ciò che non può morire è l’elettronica. È bello sentire che così tanta gente abbia ancora molto da dedicare a una band come i Chemical Brothers anziché a un DJ come David Guetta. Nulla contro i suoi fan, sto solo usando un esempio per individuare il lato pop e commerciale della medaglia. Noi, come i Chemicals e altri siamo nella parte opposta. Questa musica non può morire, troverà sempre un posto dove stare.

Secondo te, il pop di David Guetta non ha intaccato un po’ l’elettronica?
Semmai, il contrario. Da sempre i producer pop vogliono fare soldi, non importa quale sia il sound da proporre. Ecco perché, ad esempio, ora si sente tantissimo dubstep e trap, generi che solo qualche anno fa erano rintanati nell’underground. Ma i producer underground non devono avere paura, perché comunque il mainstream sarà sempre qualcosa di diverso, con molto meno valore artistico. Il mainstream si nutre da sempre della creatività underground, ma tra i due c’è un abisso di qualità. È così che funziona da sempre, ciclicamente: se il rock è diventato popolare è anche grazie ai produttori che non hanno perso tempo ad adattarlo al pop. La cosa non ci tocca perché i Prodigy continuano per la propria strada come hanno sempre fatto. Quando è uscito l’ultimo album, per me è stato fondamentale rimarcare la linea che abbiamo tracciato molti anni fa. Da una parte c’è gente come noi e i Chemical Brothers, dall’altra, c’è tutto il resto.

Nessuno arrivato dopo
il boom dell’elettronica
è riuscito a eclissarla

 

Dalla vostra parte c’è ancora il messaggio di protesta come vent’anni fa?
Se c’era così tanta gente al concerto dei Chemical Brothers, vuol dire che qualcosa di quel messaggio sopravvive ancora oggi. Deve sicuramente essere lì da qualche parte, no? [ride, ndr] E poi, uno dei motivi per cui questa rabbia è ancora lì, è che nessun gruppo rock, nessun altro artista arrivato dopo l’elettronica è riuscito a fare di meglio. Nessuno arrivato dopo il boom dell’elettronica è riuscito a eclissarla, facendola dimenticare alla gente. E quando parlo di elettronica non mi riferisco soltanto alla drum ‘n’ bass più underground, ma anche a quella più commerciale. Le persone avranno sempre voglia di uscire per andare a ballare: ecco, l’elettronica è la loro colonna sonora.

E come vedi l’elettronica fra 5-10 anni?
Ancora in piena salute, ma dovresti chiederlo alle nuove generazioni. È un segreto che appartiene a chi verrà. Noi, il nostro, l’abbiamo fatto già fatto. Ora tocca ai kids, sono loro a sapere il segreto. Tocca a loro mettere il naso fuori casa, magari a un semplice house party o proprio al concerto dei Chemical Brothers, ascoltare qualcosa per la prima volta e poi tornare a casa pieni di idee. Non è una questione di suoni ma di scrittura del brano: stai camminando verso casa dopo una serata in un club o a un concerto e c’è una traccia che ti rimane in testa. Una melodia, una batteria, qualsiasi cosa ti sta rimbalzando fra i neuroni, occupando tutta la tua attenzione. È davvero facile fare elettronica, oggi più di ieri.

Ciò che è difficile è farsi ricordare dalla gente.
Esattamente! Oggi è difficile emergere con qualcosa di originale. Troppa gente, troppi producer che si copiano a vicenda. Anche io a 18 anni cercavo di imitare il sound dei miei idoli, ma prendilo come un corso di formazione. Da lì, è importante costruirsi il proprio percorso, la propria idea di musica.

Ho parecchi amici che sono nell’ambiente EDM. Brava gente, per carità, che però fa musica davvero di merda. Una volta sono capitato in studio mentre stavano lavorando a una nuova traccia. Sono rimasto scioccato perché di fatto stavano passando il tempo a spulciare librerie di loop e preset.
Che fastidio. Quando sento queste cose mi viene soltanto fastidio. Il problema sta nella troppa facilità con cui oggi puoi definirti artista elettronico. Non sanno nemmeno improvvisare due accordi di chitarra e si definiscono musicisti.

Immagino che il tuo studio sia un tripudio di macchine analogiche e pochi software. Giusto?
Ciò che mi piace fare in studio più di ogni altra cosa è suonare, improvvisare dam session con chi capita e magari sparare la musica a volumi osceni. Sono pieno di tastiere, chitarre e amplificatori di ogni tipo. Poi, chiaro, come chiunque possiedo un computer e anche un laptop per buttare giù due idee quando sono in tour, ma solo se sono costretto fuori casa. Non sono un computer guy e non amo impazzire dietro uno schermo.

Hai mai pensato di mollare la musica e reinventarti con altri mestieri?
Ci ho pensato mille volte negli ultimi 10-20 anni. Il fatto è che comporre per me è necessario, devo trovare una via di fuga per tutte le idee e le melodie che partorisce la mia mente. Devo farle uscire. Per molti è frustrante avere un blocco creativo, quando devi tessere una trama ma manca la scintilla creativa. Ma se possiedi una mente creativa, che tu sia un musicista uno scrittore o un artista visivo, riuscirai sempre a superare il blocco. Una mente creativa non si ferma mai per troppo tempo. Però, certo, non sai quante volte prima di iniziare un album ho pensato: “Cazzo, non ce la posso proprio fare!” Il trucco è trovarsi la propria area creativa. Una volta trovata la zona, stay in the zone.

OK, ma allora potresti pensare di rimanere nella musica ma estendere le produzioni, chessò, ai rapper.
Ci sto pensando in questi ultimi tempi più di quanto ci abbia pensato in tutta la mia vita, sai? Per me produrre è la cosa più naturale del mondo, sono un beatmaker. Finora ho sempre tenuto i beat per i miei progetti, ma, visto che ne ho un po’ di nuovi, può darsi che li terrò per qualcosa di nuovo. Ancora nulla di deciso, comunque.

Chi è l’elemento caotico nella band?
Sul palco è Keith [Flint, ndr]. Mentre dietro al palco—tieniti forte—è sempre Keith. Maxim invece è quello rilassato, indispensabile all’interno della band perché fa da mediatore, da collante. Ancora oggi Keith è ingestibile in studio di registrazione, una mina vagante.

Guarda il lato positivo: siete autentici, sempre gli stessi dopo tutti questi anni.
Sì, OK, però è proprio questo il motivo per cui ci mettiamo tanto tempo a fare un album. Ci provo, ci provo ancora, poi mi stufo e mando affanculo tutti. Vado via dallo studio una, due, tre volte lasciando lo studio in mano a qualcun altro. Così poi l’etichetta si incazza e siamo alle solite. Mi conosco, con le giuste condizioni posso scrivere un album dall’inizio alla fine, ma questo succedeva vent’anni fa. Con gli ultimi tre album è stato tutto più—come dire?—doloroso [ride, ndr].

Però all’epoca avevate altri problemi, forse anche più grossi, come le polemiche sui testi espliciti. Avete ancora di questi guai nel 2016?
No, perché il fattore shock al giorno d’oggi è ben più grande nel 2016 rispetto ai tempi di Smack My Bitch Up. La gente non si scandalizza più di tanto, per questo Miley Cyrus deve mettersi in ridicolo pur di scandalizzare. Con la differenza che tutto ciò che vedevi e sentivi nei video di Firestarter e Smack My Bitch Up è stato frutto non solo di un’evoluzione naturale della band ma anche di una certa finzione. La gente non è stupida e, fatta eccezione di pochi, aveva capito subito che nel video non c’è nulla di vero. Il senso di Smack My Bitch Up non è di certo un’incitamento a picchiare la tua ragazza. Non siamo mai stati Marilyn Manson noi.

Beh, lui aveva problemi ben più grandi dei vostri. Voi non siete stati accusati di aver ispirato la strage della Columbine.
Sì, noi a differenza di Marilyn Manson non volevamo fomentare la rabbia. Lui è la chiave della controversia perché era convinto di ciò che diceva. Lo faceva con autenticità senza curarsi delle conseguenze. Se hai qualcosa da dire, dillo. Se però devi dire una cosa fine a se stessa, per fomentare il chiacchiericcio attorno a te, allora sei patetico. Molte star di oggi lo fanno ma senza essere autentici come Marilyn Manson.

 

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