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Ovunque vada, Kazu dei Blonde Redhead si sente un’aliena

Questa sensazione l'ha sempre accompagnata nella sua Kyoto, figuriamoci all'Isola d'Elba, dove la multistrumentista ha infranto le debolezze scrivendo il primo album da solista, "Adult Baby"

Foto di Eva Michon

È un disco che avvolge e conduce lontano, in luoghi immaginari, il primo di Kazu Makino. In uscita venerdì 13 settembre, Adult Baby rappresenta un passo laterale della cantante, songwriter e multistrumentista di Kyoto rispetto al percorso portato avanti con i suoi Blonde Redhead, band con base a New York che dal 1993 la vede accanto ai gemelli italiani Simone e Amedeo Pace.

Nessuno scioglimento, il trio è già al lavoro su del nuovo materiale, semplicemente Kazu ha sentito l’esigenza di camminare per un po’ con le sue gambe. «Volevo provare a me stessa che ci sarei riuscita, per farlo mi sono spinta oltre i miei limiti», dice lei, che con queste sue nuove canzoni ha dato vita a un universo sonoro fatto di atmosfere sognanti e di grandiose aperture melodiche e orchestrazioni dal sapore cinematografico.

Per confezionarlo ha chiamato al suo fianco il produttore Sam Griffin Owens, il premio Oscar Ryūichi Sakamoto, il percussionista brasiliano Mauro Refosco, il batterista Ian Chang. Sintetizzatori, moog, loop, percussioni, inserti di pianoforte si rincorrono in un viaggio dove la protagonista è la sua voce eterea, sospesa, talvolta inerpicata verso note altissime, talaltra ridotta a un sussurro gracile e sensuale: difficile non restarne incantati mentre ci racconta di amicizie, amori, relazioni intime in cui si perde la fiducia per poi ritrovarsi.

Avremo modo di sentirla dal vivo il 16 e il 19 novembre rispettivamente al Monk di Roma per il “Rome Psych Fest” e al Santeria Social Club di Milano: queste le date italiane di un tour che nei prossimi mesi porterà Kazu in giro per gli Stati Uniti e l’Europa. Ma è nel nostro Paese che tutto ha avuto inizio, racconta la songwriter: «Adult Baby è nato sull’isola d’Elba, diventata la mia seconda casa due estati fa».

Come ci sei arrivata?
C’è stato un momento in cui a New York mi sembrava di vivere più per gli altri che per me stessa, e l’aria era così inquinata e pesante che ne risentiva anche la mia salute fisica. Avevo iniziavo a pensare che se fossi rimasta lì sarebbe successo qualcosa di brutto, non so spiegarlo, me lo sentivo. A un certo punto ho dovuto ammettere a me stessa che mi serviva un po’ di riposo ed è lì che ho trovato rifugio all’Elba. Ricordo che appena arrivata mi ha trasmesso subito una sensazione di calma che è poi rimasta. Ho sempre sofferto un po’ per la musica, mentre scrivere Adult Baby è stato come rinascere.

Ma perché l’Elba?
Perché era un posto che conoscevo. È lì che io e Amedeo (il chitarrista e cantante dei Blonde Redhead con cui Kazu ha fatto coppia nella vita in passato; ndr) avevamo deciso di stare insieme tanti anni fa. Ci eravamo innamorati a New York, ma poi io ero tornata in Giappone, lui era andato all’Elba per un lavoretto stagionale e non facevamo che scriverci lettere. Fino a quando mi chiese di raggiungerlo, fu la mia prima volta in Italia. A parte questo penso ci sia qualcosa delle isole che mi attrae, del resto il Giappone da cui provengo è un arcipelago. E l’Elba era anche terra di miniere, non ci sono solo mare e sole: a volte penso ci sia del magnetismo nel terreno che attira certe sensibilità come la mia. È una teoria.

Come mai quel titolo, Adult Baby?
Perché esistono gli “adult baby club”! Sono venuta a saperlo tramite un amico: locali frequentati da uomini potenti e in carriera che ci vanno per farsi trattare alla stregua di bambini. Una scoperta che mi ha colpito. E poi non siamo un po’ tutti degli adulti-bambini?

Musicalmente cos’hai ricercato con questo disco?
La semplicità: da un punto di vista meramente tecnico Adult Baby non è un album complesso, semmai lo è da un punto di vista concettuale, sofisticato e soprattutto estremamente libero. Ci tenevo fosse qualcosa di unico. Ci sono passaggi pop più classici, ma fusi, di canzone in canzone, con una parte di me molto primitiva.

Che è quella che sarà più bello apprezzare dal vivo. Come stai vivendo l’attesa di questo primo tour da solista?
Mi sveglio ogni notte urlando! (ride; ndr). A parte gli scherzi, sono un po’ spaventata dai live che mi aspettano. Non sul fronte musicale: Sam Griffin Owens e Ian Chang mi affiancheranno sul palco, mi fido di loro, hanno realizzato il disco con me. Ma le parti cantate… Voglio dire, questa volta il pubblico sarà lì proprio per me e un filo di ansia mi sale. Di certo cercherò di stare all’Elba fino all’ultimo, qui respiro aria buona e canto tutti i giorni. Per la gioia dei vicini di casa! Che poi non è che io mi consideri una cantante.

Foto di Eva Michon

In che senso?
Non sento la mia voce davvero mia, così come non sento del tutto mie le canzoni: non credo siano dentro di me, penso che siano là fuori da qualche parte e che la mia parte consista nel catturarle per non farle volare via. È quasi come essere in grado di vedere un fantasma: quando scrivo è come se entrassi in uno stato meditativo: d’un tratto cominciano ad apparirmi delle immagini, delle suggestioni, e devo afferrarle al volo per non permettere che scompaiano, per non farle tornare allo stato di invisibilità. Ma per afferrarle non basta prendere appunti o cose del genere, no, devo immergermi in quel mondo invisibile.

Interessante, capisco cosa intendi.
Non sono una persona pragmatica, concreta. Sono molto astratta, vivo nel mio mondo interiore, nelle mie fantasie. Ciò che accade all’esterno non mi condiziona molto, perché mi distraggo con i miei stessi pensieri. Ero così anche da bambina: a Kyoto, alle elementari, spesso gli insegnanti mi battevano le mani davanti al viso per dirmi di svegliarmi.

È allora che ti sei avvicinata alla musica?
Il mio primo ricordo legato alla musica sono le composizioni di Bach e Mozart che mio padre ascoltava 24 ore su 24, sette giorni su sette, a volume basso. Poi ho studiato piano e violino alle elementari, mentre alle superiori ho messo su una band con altre ragazze, facevamo pop o qualcosa di simile, io cantavo e basta.

Oggi sul palco e non solo sembri molto a tuo agio con il tuo corpo: è qualcosa per cui hai dovuto lottare?
No, è una cosa naturale, tanto che durante i concerti più sono nervosa più mi muovo, ballo, è come se mi rifugiassi in uno spazio tutto mio dove posso essere libera. Il canto e il corpo sono strettamente connessi; se mentre canti apri le dita di una una mano, per esempio, da quel momento canterai diversamente, riuscirai a tirare fuori qualcosa di più da te stessa. Sono dettagli, ma influiscono.

Ad accompagnare questo disco ci sarà un “visual album”, di cui per ora è stato diffuso un trailer. Che cosa puoi anticiparci?
La regista è Eva Michon, lo abbiamo girato all’isola d’Elba tra Capoliveri, dove c’è la mia casa, e Portoferraio. Io sono una creatura dalle sembianze umane che dagli abissi marini approda sulla Terra. È una storia autobiografica, perché ovunque vada è così che mi sento: un’aliena. Mi accade in Giappone, figurati all’Elba: quando sono arrivata mi guardavano tutti come se fossi giunta da chissà dove… Ogni volta che mi trovo in un posto nuovo ho questa sensazione di essere diversa, devo sempre lottare per arrivare a dirmi “fregatene e sii solo te stessa!”.

In Italia puoi anche dare sfogo al tuo amore per il calcio, che ogni tanto condividi su Instagram: quand’è che ti sei appassionata a questo sport?
È stato il primo che ho praticato. Avrò avuto 7 anni, una mia maestra ne andava matta, al punto che ci faceva sempre giocare. Però ho notato che la prima cosa che mi chiedono gli italiani è per quale squadra tifo, mentre io non tifo per nessuno: mi piacciono i grandi calciatori, da Cristiano Ronaldo a Messi.

Il Mondiale di calcio femminile lo hai seguito?
Oh, sì, e mi sono esaltata! Non ci sarà competizione con i calciatori uomini, mi sembra normale sinceramente, ma sono forti anche le donne. Che poi mentre guardavo le partite mi dimenticavo che quelle in campo fossero donne.

Si sono fatti tanti appelli femministi in quei giorni, così come se ne sono fatti tanti quest’anno sul fronte musicale, vedi il Primavera Sound, che per la prima volta ha voluto un cartellone per metà femminile. Tu che ne pensi?
È difficile da spiegare il mio pensiero a questo proposito, in giro c’è troppa suscettibilità, sembra non si possa più dire niente senza che qualcuno si arrabbi o ci resti male. Ma ci provo: io sono convinta che uomini e donne siano estremamente diversi, abbiano un istinto completamente differente e impossibile da mettere a paragone. Questo fa sì che non senta in me quel tipo di spirito femminista che vuole raggiungere la parità tra i sessi seguendo lo stesso cammino degli uomini, né amo le quote rosa. Io sono io, cerco e mi vivo la mia libertà, ma come donna voglio essere protetta da un uomo, ne ho bisogno.

È la prospettiva di una donna andata via dal Giappone giovanissima.
Avevo 18 anni, andavo ancora a scuola. Fu John Lurie (attore, pittore, musicista, co-fondatore dei Lounge Lizards; ndr) a convincermi a lasciare tutto per volare a New York, è grazie a lui che ho incontrato Amedeo e Simone, ma in realtà andare via era ciò che sognavo da sempre. Mi faceva soffrire stare là: sono sempre stata vista come un qualcosa di troppo che si frapponeva tra i miei genitori. Tuttora molto uniti, tra di loro non ci sono spazi. Ho avuto un’infanzia molto dura, a volte penso sia stato il periodo più pericoloso della mia vita.

Ma sei qui, con i Blonde Redhead e ora anche da solista.
Non è sempre facile. Sai, quando inizi a fare musica, se riesci a conquistare un tuo pubblico, quasi ti viene da pensare “ma cosa vuole questa gente?”. Perlomeno per me era così. Con il tempo, però, diventi dipendente dagli apprezzamenti, dagli elogi, dall’amore dei fan, e può capitare che ti convinca che il tuo valore personale come artista e il valore delle tua musica corrispondano unicamente a quanto espresso dal giudizio altrui. Essere artisti è anche questo, diventare la musica che si fa; solo che se sei la musica che fai, quando quella musica viene criticata da qualcuno sei tu a rimanere ferito. E questa è una trappola pericolosa per la mente, a volte mi ha reso debole. Adult Baby è anche quella debolezza trasformata in forza.

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