Omar Pedrini: «Biglietti troppo cari? Bisogna rinunciare a una parte degli incassi» | Rolling Stone Italia
Si può fare!

Omar Pedrini: «Biglietti troppo cari? Bisogna rinunciare a una parte degli incassi»

Torna in concerto per i 25 anni di ‘El Topo Grand Hotel’ dei Timoria. Sui biglietti pungola i colleghi: «Smettiamola di raccontarci balle». E sulle proteste: «Se non lo fai a 20 anni, c’è qualcosa che non va»

Omar Pedrini. Foto: Press

Omar Pedrini

Foto: press

Omar Pedrini la chiama l’ultima follia, anche se non mancherà di farne altre: un concerto l’11 novembre all’Alcatraz di Milano che è quasi un film, con attori, poesie e scenografie dell’epoca, per celebrare i 25 anni di El Topo Grand Hotel, che torna in edizione speciale limitata e numerata, uscita ieri in CD e doppio LP, con un book di immagini, memorabilia e un’anteprima del fumetto con previsto per il 2027.

Parliamo del disco dei Timoria uscito nel 2001, che riprendeva il viaggio di Joe, il protagonista di Viaggio senza vento, nato quando tutti davano la band per finita dopo l’addio del cantante. «Sembrava che senza Francesco Renga non valessimo più nulla», ricorda. E invece, trainato da Sole spento, è diventato disco d’oro. In questa intervista lo Zio Rock ci racconta di quando ha coinvolto Lawrence Ferlinghetti e Alejandro Jodorowsky, della foto inedita di Ugo Tognazzi regalata dalla famiglia, di Vincent Gallo che gli telefona in studio e che il topo del titolo è in realtà una talpa.

Ma sferza anche i discografici e cita Frank Zappa sui «ciccioni miliardari col sigaro in bocca» che, però, non interferivano nella musica, a differenza dei giovani. Chiede ai colleghi una presa di coscienza per abbassare i prezzi dei biglietti, perché «adesso tocca anche agli artisti», sempre che non vogliano rischiare, come negli anni ‘70, i «processi pubblici». E ai ragazzi che protestano dice: «Sono nato incendiario e morirò piromane», ma li avverte che con la violenza si fa «il gioco degli adulti». E, più che a Bob Dylan, si sente della “razza” di Francesco Guccini: «Sono sempre in tour».

I Timoria di El Topo Grand Hotel. Foto: Press

I Timoria di ‘El Topo Grand Hotel’ nel 2001. Foto: press

Omar, cosa provi a tornare alle atmosfere di un disco così particolare 25 anni dopo?
È bello ritrovarsi per celebrare dischi come El Topo Grand Hotel, che ha fatto la storia. Questa è l’ultima follia di Omar, perché non avrei mai immaginato di mettere in piedi questo casino. Ci sarà anche un concerto molto teatrale all’Alcatraz, come richiede l’ossatura della storia di Joe e anche del film omonimo. Quindi sono emozionato. E poi saremo in un luogo così mitico, quindi c’è anche un po’ di paura: ci sarà abbastanza gente? Perché l’Alcatraz è grande…

A Milano in queste settimane sembra di essere tornati agli anni ’90.
Sono giorni che ci penso: ci sono tutti gli anni ’90 in concerto. Infatti volevo chiamare i Marlene Kuntz, le Vibrazioni e gli altri che hanno live… Ragazzi, mettiamoci d’accordo! Sono passati gli anni ’90 in quattro settimane. I Marlene la settimana dopo di me, le Vibrazioni hanno suonato il 29 ottobre. Però è bello che si stia riscoprendo la nostra musica. Come dice qualcuno, la musica suonata, no? E sono felice perché le prevendite stanno andando bene, per cui non ho un po’ meno timore di suonare nell’Alcatraz vuoto.

Facciamo un salto all’indietro. Quel disco era un modo per raccontare ancora le avventure di Joe o anche quello che era cambiato nella tua vita e in quella della band?
Te lo dico con la schiettezza. Quel disco è stato possibile farlo in quel modo e in quel momento storico, era il 2001, perché noi Timoria sembravamo destinati allo scioglimento. Era un momento difficile: eravamo all’ultimo disco del contratto con Universal e reduci dalla separazione da Francesco Renga, dopo cose che a quell’età, a trent’anni, non comprendi. Oggi le capisco benissimo, ma allora non ce la facevo. E sembrava che senza Renga noi non valessimo più nulla. Sai, siamo in Italia, e il cantante a ragione o a torto è sempre ritenuto l’immagine di un gruppo, anche se per noi Timoria evidentemente non era così.

La casa discografica non credeva più nei Timoria?
Se ne va Francesco e vediamo che non arrivano i fondi, che Universal non è più convinta. Insomma, le percepisci quelle robe lì quando fai le riunioni. In compenso ci lasciavano fare quello che volevamo. Eravamo a Rubiera, nella mia comfort zone, nella mia amata Emilia Romagna, in campagna a mangiare tortellini, parmigiano e salami, a bere lambrusco tutti i giorni, la sera feste fino a tardi. E mi dicevo: che strano, non vengono ad ascoltare il disco. Non c’era ancora il digitale. E capivo il poco interesse verso quello che facevamo. Secondo me pensavano: «Fanno questo album che hanno per contratto e ce li leviamo dal roster».

E tu cosa hai fatto?
Mi sono detto: è l’occasione! Proprio come dice Jodorowsky ne La montagna sacra. Lui è sempre stato uno dei miei registi lumi, dei fari che illuminavano la strada che cercavo di percorrere. Dice che le difficoltà vanno trasformate in opportunità. E allora ho pensato di finire la storia di Joe, che all’inizio doveva essere una trilogia e poi è diventata primo e secondo tempo, più cinematografica. Non c’è più Renga? Dico ai Timoria: facciamo finire il viaggio a Joe e almeno, prima di tornare in fabbrica, avremo finito la sua storia.

E in fabbrica non siete più tornati, anzi.
Ho lavorato in modo liberissimo. Infatti contatto Jodorowsky in persona, sia per chiedergli il permesso di usare il titolo sia per chiedergli di recitarci una sua poesia alchimistica sulla trasformazione, perché è un disco che parla proprio di trasformazione. Poi ricordo di aver conosciuto Lawrence Ferlinghetti, ero appena stato con lui al Brescia Music Art a fare una performance Fluxus: io, Enrico Ghedi, il pianista dei Timoria, Ferlinghetti e il poeta Igor Costanzo. Fluxus è un movimento di cui, dopo la Beat Generation, ha fatto parte anche Ferlinghetti. E mi risponde: «Ma certo, figliolo». E mi recita la poesia. Poi mi sono inventato il resto, ci ho messo tutte le mie passioni, i miei amori. Mi sono tolto davvero tutte le voglie.

Compresa quella per Ugo Tognazzi.
Mi sono chiesto: chi è il mio idolo al cinema? E così il direttore dell’hotel sarà Ugo Tognazzi in persona. Allora chiamo la sua famiglia e gli spiego che per la copertina vorrei usare una foto di un film di papà. Avevo scelto La grande abbuffata, ovviamente. Mi chiama Gianmarco Tognazzi: «Io sono un fan dei Timoria, lo sai che venivo ai concerti? Vi do una foto inedita di mio padre che abbiamo in casa». E ci regala questa foto di Ugo fatta ai Castelli Romani, dove hanno casa loro, con la sigaretta in bocca. Poi mi telefona in studio, perché gli avevo chiesto il permesso di usare il suo nome, proprio Vincent Gallo. Perfetto, non manca più nulla.

Non capita tutti i giorni di ricevere una chiamata da Vincent Gallo.
Lui rappresentava, nei suoi film, ciò che mi sentivo di essere. Ricordi Buffalo ’66 con la pisciata più lunga della storia del cinema… Era un minuto e cinquanta secondi. Una scena veramente rock’n’roll, perché lui rappresentava quello spirito sul grande schermo. Le scelte che ha fatto sono sempre state controcorrente. Un po’ come Sean Penn, ma senza il fattore politico. Vincent era l’immagine della poetica del disincanto, io la chiamo così. E in quel momento storico arrivavano gli anni 2000, io ero giù di morale perché senza Renga sembrava che la mia carriera fosse finita. Mi stavo abbandonando di nuovo a qualche vizio di troppo. Sai, a volte c’è quella strada che si riapre che porta all’inferno che ogni giorno diventa più ampia e comoda da percorrere. Quindi questo disco mi ha fatto divertire e mi ha convinto di poter fare un vero e proprio esperimento.

Timoria - Sole Spento

Avete perso una voce, che vi aveva caratterizzato, ma il disco è più collettivo.
È vero, non avevo più il vocione, la voce meravigliosa di Francesco, che mi permetteva di scrivere qualsiasi cosa. Come compositore ero fortunato, perché scrivevo per la sua voce e potevo fare voli pindarici, tonalità alte, basse, qualsiasi cosa. Era una gioia scrivere per la voce di Francesco. Ci mancava il protagonista, ma anche lì ho detto: è inutile andare a ripetere quella formula. Di lì a poco sarebbero arrivati i Negramaro, le Vibrazioni, la formula del rock con il cantante potente e melodico. Facciamo una roba diversa, cantiamo un po’ tutti con le nostre voci e con i nostri limiti. E questo, paradossalmente, è piaciuto anche al pubblico. Tant’è che poi sono usciti articoli che dicevano che quello è stato il primo disco indie rock italiano. Io non credo sia così, infatti non voglio rivendicare la paternità dell’indie, ma so che i Timoria hanno aperto la strada a tanto rock alternativo nostrano.

Da un flop annunciato a disco d’oro.
La fortuna di quel disco pazzo, sconvolgente, è difficile da spiegare. Perché è psichedelia pura, che finisce con il viaggio nello spazio insieme a Mork, interpretato da Robin Williams, che è stato con Belushi nell’ultima notte della sua vita. La vita di John Belushi l’avevo trattata a teatro con Nicola Nocella, che sarà anche lui all’Alcatraz. E qui nasce l’epifania, il disco d’oro. Un album così difficile, con questi contenuti, però mi arriva una lettera da un amico che era stato condannato a 17 anni di carcere. E da quella nasce Sole spento. Il video in super 8 di Sergio Pappalettera, ambientato negli anni ’70, fa impazzire tutti, mi ricordo che le Tv lo mandavano tre-quattro volte al giorno. Un pezzo trainante, anche perché non credo che tutti i 50mila che hanno comprato il disco fossero innamorati di Jodorowsky. Però il caso, il destino, se vuoi il peyote, il nagual, visto che è basato anche sulle storie di Carlos Castaneda, ha voluto farci questo regalo. Altro che fine della carriera: ci hanno rinnovato il contratto per cinque anni.

È successo altre volte: quando tutto sembra perduto, un’ultima tranche di libertà permette la nascita di capolavori. Secondo te c’è una sottovalutazione del pubblico da parte dell’industria discografica, che vuole targettizzare tutto, quando invece lasciando liberi gli artisti a volte arrivano dei capolavori?
Hai ragione. È ciò che penso anch’io. Tante volte la discografia crede di poter gestire tutto. Tu non hai idea oggi, con gli algoritmi: ti viene proposto un target, devi rientrarci, ed è ancora più terribile quello che devono subire le giovani band. Però era già un pochino così allora. Vogliamo scomodare Frank Zappa? Il suo aforisma sui giovani superfighi che credono di aver capito tutto della musica e invece rovinano la musica, mentre era meglio quando c’erano dei ciccioni miliardari col sigaro in bocca che trattavano i nostri dischi come scatole di zuppa, diceva, ma almeno ci lasciavano fare quel cazzo che volevamo. E il rock vendeva tantissimo!

Meno algoritmi e più libertà creativa
Non mi spiego altrimenti 50mila copie in Italia di un disco psichedelico, un concept, senza una voce melodica. Se è rimasto nella storia della musica, non voglio sembrare presuntuoso, ma credo abbia lasciato il suo segnetto nella storia del rock, è perché ci sono dei contenuti. Se uno vuole lo ascolta con leggerezza e non se ne accorge. Se invece vuole dargli la lettura alchemica, trova tanta roba, tanto materiale, tanti spunti e ispirazioni. Può scoprire molti mondi dell’arte di cui nei dischi di solito non si parla. Il complimento che faccio a quell’Omarino di 34 anni, ancora un po’ drogatello, sbandatello e insicuro, è che è riuscito a scriverlo con semplicità.

Ma ti eri complicato la vita fin dal titolo.
El Topo Grand Hotel, in realtà, parla della talpa jodorowskiana. Ricordo che Stefano Zappaterra, il direttore artistico in Universal, mi ha detto: «È già bello complicato così, usa un nome semplice. Il topo devi spiegare che è la talpa, troppo complesso». E gli ho risposto: «È Jodorowsky che l’ha fatto così, non è colpa mia». È la talpa che nasce, come noi esseri umani, sottoterra. E quindi viene al mondo cieca. Nonostante questo cerca per tutta la sua esistenza, per tutti i primi mesi della sua vita, di trovare la superficie. Ma quando la trova viene accecata dai raggi del sole che cercava. Questo è il messaggio alchemico del disco. Mi ero complicato la vita, ma sono un maestro in questo. Per una volta, però, ho avuto culo.

Tornando alla discografia, oggi al gigantismo dei concerti, sembra che in alcuni casi sia in atto un’inversione di tendenza. I Pinguini Tattici Nucleari, Cesare Cremonini, Marco Mengoni, che potrebbero riempire gli stadi, stanno tornando nei club.
Grazie che hai sollevato questa roba dell’overdose dei grandi numeri, che c’è da una decina d’anni. Era solo una gara a chi ce l’aveva più grosso. Apprezzo molto che ci sia questa tendenza anche nelle star che hai citato, però proporrei di fare una cosa un po’ più audace. I biglietti sono cari? Basta rinunciare a un po’ di incasso e limitare il costo. Pagare 200 euro un concerto non mi sembra giusto. Io ci sono riuscito, nel mio piccolo. Visto che ci sono buone prevendite, posso dirlo senza scaramanzie: all’Alcatraz avrei potuto prevedere 50 euro e ci stava, visti i prezzi generali. Metto insieme attori e musicisti, uno spettacolo in stile Rocky Horror Show, un po’ film e un po’ teatro rock. Io non dirò una parola, avremo un attore, Marco Brancato, in arte Gipeto, che farà il corifeo sulla la storia di Joe. Nonostante tutto questo, con il booking siamo riusciti a tenere i biglietti a 30 euro più la prevendita.

Quindi è possibile abbassare i prezzi senza rinunciare allo spettacolo?
Basta volerlo e rinunciare a un po’ dell’incasso da parte dell’artista. Smettiamola di raccontarci balle! Visto che siamo tutti uniti, star e non star, ragazzini principianti e vecchi rocker, accusiamo le agenzie, giustamente, così come le case discografiche che ormai vogliono guadagnare sui live perché sui dischi non guadagnavano più. Bene, però adesso i conti delle major sono da record, non sono più in perdita. E ora tocca anche agli artisti fare la loro parte.

Di solito gli artisti, sul prezzo dei biglietti, rimandano la responsabilità alle etichette o al booking.
Basta accusare agli altri: sono i giornalisti, sono i discografici, sono i booking… Così come hanno stufato a buttare dentro la gente da scuole o oratori per fare i sold out. Io i Pearl Jam li ho sentiti nel 1992 al Sorpasso con gli altri Timoria, un locale che teneva al massimo 180 paganti. È stato il più bel concerto della mia vita. Poi mi è è capitato di aprire ai Pearl Jam a Milano di fronte a 60mila persone nel 2018. Ma è stato più bello il concerto al Sorpasso. Mi rivolgo ai miei colleghi, devono tornare ad avere l’umiltà di non pretendere di ascoltare il commercialista che gli dice che non hanno guadagnato quanto l’anno prima. Ognuno rinunci alla sua parte, nel caso del mio concerto al 40 per cento. Chi se ne frega! Però la gente può venire con più facilità, permettersi il viaggio e anche sopportare i rincari della benzina.

Vediamo se ti ascolteranno.
Io volevo andare con mio figlio al concerto degli AC/DC, per fortuna non gliel’avevo promesso, qualche anno fa, perché quando ho visto i prezzi dei biglietti ho desistito. Quindi riscopriamo la bellezza dei locali piccoli, ma diamo anche la possibilità a quelli che non possono, perché costa troppo, di vedere le star senza pagare 100 euro. Così è troppo comodo, vuoi la botte piena e la moglie ubriaca? È sempre il solito discorso. Da artista fai anche i piccoli posti e permetti a tutti di venirti a vedere. Quello sarebbe un bel gesto.

Omar Pedrini. Foto: Press

Foto: press

Dopo le vetrine nelle manifestazioni, visto il clima, pensi che gli artisti, se non abbassano il costo dei concerti, rischiano i “processi pubblici” come negli anni ‘70?
Come al Palalido con Francesco De Gregori, una contestazione storica. Sì, potrebbero tornare. E chi ti risponde, lo sai, è un anarchico pacifista. Conosci le mie idee, il mio modo di fare politica, perché ne faccio tanta, ma mai una politica partitica. Io penso che i ragazzi hanno il diritto e il dovere di protestare. Se non protesti a 16, 18, 20 anni, secondo me c’è qualcosa che non va. Io sono nato incendiario e non morirò pompiere, come dice Ligabue, morirò piromane. Gli animi dei ragazzi sono esasperati. E quindi questa protesta potrebbe arrivare anche sul caro dei biglietti nei concerti. Non la voglio fomentare, perché è contro la mia categoria, però ci sarà il giorno in cui qualcuno dirà: «Io amo talmente Vasco Rossi che lo voglio vedere con 50 euro». E se non ci riuscirà proverà a sfondare. Quando è uno solo è un conto, ma quando cominciano a essere 300 o 500 bisogna fare attenzione. I promoter, lo ripeto, non sono gli unici ad avere colpe, perché se l’artista chiede una cifra loro sono costretti agli aumenti.

La violenza, però, non rischia di diventare un boomerang?
Ma certo, attenzione a non disperdere nella violenza le buone idee, perché farebbero il gioco degli adulti. Per una volta i giovani tornano in piazza e io rimango un figlio della Summer of Love. Sono nato nel ’67, quando Ferlinghetti e gli hippie a San Francisco mettevano i fiori nei fucili. Allora c’era il Vietnam, oggi ci sono Israele, Gaza, la Russia e l’Ucraina. Ma abbiamo già visto che la violenza sfocia in estrema violenza, non bisogna rischiare di tornare a dei nuovi anni di piombo. Stiamo attenti, perché la storia deve insegnarci. Credo che molte proteste siano legittime, però i ragazzi devono fare attenzione a non farsi strumentalizzare.

In qualche modo siamo in un clima esacerbato come il 2001, quandio uscì El Topo Grand Hotel.
Sì, quando è uscito El Topo mancava la comunicazione: è un disco proprio dedicato all’incomunicabilità tra gli esseri umani, tra i media, tra le industrie. È nato dopo il disco 2020 SpeedBall, dove mi ero preso a cuore la questione del pianeta, degli esseri umani, dell’inquinamento. Per cui si cercavano delle realtà parallele per tornare a ritrovarsi. Oggi siamo all’opposto, c’è troppa comunicazione e i ragazzi sono bombardati da ogni parte, ma cercano sempre una via d’uscita. E si chiedono: per cosa combatto?

Secondo te per cosa dovrebbero combattere?
Lo vado dicendo da tempo: oggi la cultura è l’arma di cui dobbiamo disporre per difenderci. Faccio fatica io a districarmi nella rete delle notizie vere, false, dei meme e degli algoritmi, immagino una persona che non ha studiato, che non ha una buona cultura di base, rischia di credere a qualsiasi cosa. Mai come oggi la cultura è libertà. Il sesso e le canne, per l’amor di Dio, vanno bene. Però prima, se vogliamo essere consapevoli, armiamoci della cultura per annusare la realtà. Altrimenti avremo delle nuove generazioni di disorientati. E guarda che i ragazzi di oggi sono in gamba, te lo dice uno che ha insegnato quindici anni in Cattolica. Hanno capito di essere diventati solo dei numeri, di non essere più persone ma algoritmi. Protestano, vogliono dire la loro, vogliono lasciare il segno. Ci lamentavamo che erano, come scrisse Michele Serra, Gli sdraiati, adesso che scendono in piazza stiamo dalla loro parte, insegniamogli un po’ di malizia per gestire le proteste. Spaccare le vetrine a persone che hanno lavorato una vita per permettersi l’affitto di un negozio è fare del male ai tuoi simili. Perché non fai male, come credi, alle multinazionali. Occhio ragazzi!

«L’unica opzione per Dylan è suonare fino a consumarsi», ha scritto il collega Claudio Todesco a proposito del concerto di Bob Dylan a Milano. Ti rivedi in questo atteggiamento?
In parte sì, mi rivedo in questo percorso di Bob Dylan, però mi rivedo completamente in quello di Francesco Guccini. Mia mamma era una hippie, e da piccolo andavo in braccio a lei con la mia sorellina ai concerti. Papà se n’era andato di casa. Lei ci portava a vedere tutti i cantautori. Amava Guccini, De André e il suo preferito era Pierangelo Bertoli. Infatti, quando mi vedete con la bottiglia di vino sul palco, è un vezzo che ho imparato da Guccini. E poi lui era sempre in tour. Ha usato la stessa locandina di Via Paolo Fabbri 43 per trent’anni, non cambiava neanche la foto e il nome del tour. Secondo me si era stampato in cantina milioni di locandine e usava sempre quelle per non pensare a cambiarle.

Un tour perpetuo, anche il tuo, che l’11 novembre si fermerà all’Alcatraz.
È un concerto dedicato alla storia di Joe, ma non mancherà qualche riferimento a Viaggio senza vento: se spieghiamo il secondo Joe, dobbiamo spiegare un po’ anche il primo. Ci saranno con me Gipeto e Nicola Nocella, due attori che racconteranno al pubblico la storia. Però è vero, anche il mio tour si chiama da vent’anni Omar Pedrini dai Timoria ad oggi. In questo senso mi sento un artista della “razza” di Guccini. Se ci sono un impianto, le spie, c’è qualcosa da mangiare, da bere e dove dormire, io arrivo. Ma questo concerto meritava una certa cura anche estetica, infatti abbiamo artisti straordinari che hanno realizzato le scenografie.

Oltre a quelli già citati, ci saranno altri ospiti?
Quelli ancora vivi. Mancherà ovviamente Ferlinghetti, che non c’è più, però Gipeto leggerà la sua poesia. Ho sentito Jodorowsky, che è a Parigi, ha 97 anni e fa fatica a prendere gli aerei, quindi anche lui lo farò interpretare da un attore. Ma per il resto sarà un concerto fedele al disco e alle suggestioni psichedeliche, anche se non ci sarà neanche Matteo Guarnaccia, che aveva curato tutte le immagini, il papà della psichedelia italiana.

Oggi siamo immersi in un altro periodo di crisi, quindi di creatività artistica?
Nei momenti di crisi, di difficoltà, e lo dice il film stesso El Topo, nascono cose inedite. Ci sono i momenti in cui puoi rischiare e, secondo me, questo è un momento in cui l’arte tirerà fuori dei capolavori nei prossimi anni, proprio perché il mondo sta andando male. Salvo la buona notizia che gli americani hanno bocciato Donald Trump alle elezioni, ma non facciamoci troppe illusioni. Però anche gli americani non sono così ignoranti come poteva sembrare. Ho concluso da poco un tour di teatro canzone sul situazionismo, Canzoni sul saper vivere ad uso delle nuove generazioni, e interpretavo Non c’è più l’America di Piero Ciampi, che parla della dissoluzione del sogno americano. Sembra scritta ieri. Pensate a Trump e avete di fronte la canzone Non c’è più l’America. Albert Camus definiva gli americani un popolo di «terremotati mentali». Ma meno male che c’è ancora Neil Young con le sue battaglie.

Il cambiamento arriverà, prima o poi, come canta in Southern Man?
È un segnale di speranza. Perché lo abbiamo capito: dipendiamo tutti da quello che decidono quei tre uomini lì in America. La nostra politica può veramente poco. Quindi, cari ragazzi, ho già letto in giro “ora facciamo lo stesso con la Meloni”. Ma non confondiamo le cose, non è automatico. Dobbiamo pensare che è da lì che arrivano le grandi decisioni. Ci è andata bene stavolta, però c’è ancora tanto da combattere. Andiamo avanti, dopo un segnale che ci dimostra che, anche oltreoceano, non sono tutti dei pecoroni.