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Oltre al vaccino possiamo avere anche un po’ di DNA della famiglia di Lou Doillon?

Intervista alla cantautrice e attrice, figlia di Jane Birkin e sorella di Charlotte Gainsbourg. «Punto sulla sorellanza. Cat Power, PJ Harvey, Patti Smith e Nina Simone hanno indicato la via»

Lou Doillon

Foto: Zélie Noreda

Una volta diffuso il vaccino che stiamo tutti attendendo con ansia, dovremmo chiedere agli scienziati di dedicarsi allo studio del DNA femminile della famiglia da cui proviene Lou Doillon. Pare che da quelle parti il talento sia una questione di geni: Lou è figlia dell’icona Jane Birkin ed è la sorella di Charlotte Gainsbourg, attrice e musicista, e Kate Barry, la fotografa scomparsa sette anni fa. L’ultimo fiocco rosa in casa è stato quello per Lou, che si è rivelata ben presto un’artista poliedrica (tra le altre cose ha iniziato a recitare a 5 anni).

Modella, attrice, musicista, con già tre dischi usciti nel corso degli anni, il 27 novembre ha pubblicato un EP, Look at Me Now, con il quale ha preso una decisione: ha voluto puntare solo sulle donne.

Rispondendo con i fatti, più che con le parole, a una polemica sterile nata qualche anno fa per alcuni suoi commenti su colleghe del mondo del pop, Lou ha creato uno spazio sicuro in cui confrontarsi e lavorare. Ha messo insieme una squadra di donne, perché confida nella loro natura, per superare con il loro aiuto questo momento complicato: «Ho avuto il supporto prezioso della mio team, composto da cinque donne. Ho scelto di avere una équipe al femminile perché penso che la sorellanza sia qualcosa su cui puntare e credo anche che sia importante avere degli esempi da seguire. Per le donne dell’epoca di mia nonna per esempio era molto diverso. Io ho avuto la fortuna di appartenere a una generazione che ha avuto molte donne come punti di riferimento, tanto che posso citare decine di attrici, artiste, cantautrici e scrittrici che mi hanno influenzata».

Questo spazio creativo pieno di esempi e influenze, a volte anche molto solitario, abitato da fantasmi al femminile, ce lo ha fatto intravedere nelle sue dirette su Instagram delle 5 del pomeriggio durante la prima quarantena e lo ha racchiuso nei suoi lavori più recenti. Già dalle tracce dell’EP è chiara l’attenzione al mondo femminile. Il pezzo che chiude il disco si chiama Miss e in Claim Me lei canta “you, will rise, fly high and come claim me” che in altri momenti ci sarebbe suonata come una frase d’amore romantico, ma ora ci sembra un chiaro rimando alla sorellanza di cui ci parla e a come questa generi un rapporto di fiducia tra le parti che non può che avvantaggiare tutte.

Lou Doillon, autoritratto

Lou ha collaborato anche con tante donne illustri: in Soliloquy nel 2019 ha cantato una canzone con Cat Power e da millennial ha fatto nascere questo scambio tramite Instagram; ha illustrato durante il mese di novembre 2020 la riedizione di Just Kids di Patti Smith uscita per l’anniversario della casa editrice francese Denoël e si è circondata di altre donne per lanciarsi in una nuova avventura creativa e personale: l’autoproduzione. In piena pandemia ha deciso di fare tutto da sé, dopo la conclusione del contratto con la Barclay, la sua etichetta. «Autoprodursi significa gestire tutti gli aspetti dell’uscita di un disco: quello economico, quello di produzione, ma anche l’aspetto morale. Ho perfino incollato i codici a barre sui miei vinili».

La decisione di pubblicare l’EP ha rappresentato un segnale di speranza in un anno, come questo, pieno di difficoltà e perdite economiche per il mondo della cultura: «Ho deciso di non rimandare più le date del tour di Soliloquy che ancora avevo in sospeso, ma di cancellarle, per evitare questo ulteriore dispiacere del dover ogni volta posticipare tutto e ho pensato di pubblicare almeno questo EP. Durante una pandemia e soprattutto da donna, ho avuto delle difficoltà, ma ho deciso di essere perseverante e pubblicarlo lo stesso, perché autoproducendo avevo la possibilità di navigare più a vista rispetto ai miei colleghi. Molti tra loro hanno investito cifre considerevoli e hanno avuto delle perdite economiche enormi. Anche se gli artisti sono abituati per natura a vivere nel dubbio, nella solitudine e nell’incertezza, per chi stava lavorando, non solo nella musica, ma anche nel cinema o nel teatro, da anni a dei progetti, l’arrivo della pandemia è stato di una violenza terribile».

L’unico modo per attraversare un momento così difficile è circondarsi di bellezza. Lou mi ha raccontato che la sua vita è stata salvata, questa volta, ma anche tante volte in passato, dalla musica di Cat Power, PJ Harvey, Patti Smith, Nina Simone. «Mi hanno mostrato il cammino e per questo le ringrazio. Penso sia importante per le donne più giovani avere qualcuno da seguire. A quasi 40 anni il mio scopo è quello di coinvolgere altre giovani donne nel mio percorso, e dare a loro la possibilità di vedere una maniera di fare le cose che potrebbe rappresentare un punto di vista da cui partire. Ci sono state talmente tante donne che hanno contribuito alla mia crescita personale, che il mio modo di celebrarle è cercare di fare lo stesso per le nuove generazioni, anche partendo dal mio gruppo di lavoro. La mia squadra al femminile funziona, ovviamente voglio avere un rapporto privilegiato con le donne, ma anche con gli uomini. Amo gli uomini, sono la madre di un ragazzo e trovo sia importante creare un cammino comune, un dialogo continuo. Potrebbe sembrare un punto di vista politico, femminista, ma è quasi esclusivamente buon senso: possiamo aiutare gli altri, lavorare insieme, condividere ciò che sappiamo fare e costruire qualcosa tutti insieme».

Durante il tour di ‘Soliloquy’. Foto: Zélie Noreda

Proprio in quest’ottica del fare cose insieme e di trovare l’occasione di incontrare altri artisti come tradizionalmente magari si farebbe ai festival estivi, Lou ha iniziato a fare un programma alla radio, che si chiama Lou et Moi, disponibile anche su Apple Podcast, in cui chiede ai suoi invitati di comporre una playlist di 7 pezzi per mostrare pezzo dopo pezzo, come in un puzzle, la personalità degli artisti coinvolti. «Mi sono mancati i miei colleghi, grazie a questo programma posso finalmente avere l’occasione di incontrarli, con un motivo valido da trascrivere nella autodichiarazione per uscire da casa. Mettermi all’ascolto delle storie degli artisti che incontro mi commuove e mi arricchisce. Ho avuto l’occasione, grazie al programma, di conoscere meglio alcune persone che mi hanno colpito. Carla Bruni per esempio all’apice del suo successo internazionale, ha deciso di mettersi in discussione e di dedicarsi al cantautorato. Mettere sotto la luce dei riflettori la sua scrittura è stato un atto di coraggio, è uscita dalla sua zona di comfort. Ha saputo mostrare al pubblico questo suo talento e lo ha fatto con pudore, tanto che molti tra noi neanche sanno che è anche autrice per altri artisti. In questo momento storico è necessario dare agli altri, soprattutto alle donne, riprendendo il discorso sulla sorellanza che facevamo prima, il riconoscimento che meritano. Soprattutto in un’epoca estremamente critica come quella in cui viviamo, voglio sottolineare l’esigenza di stimare, amare e valorizzare le persone che incontriamo. Abbiamo bisogno gli uni degli altri».

Sul futuro Lou ha parole piene di speranza, che vuole condividere con il suo pubblico. «Incontrando tanti artisti ho notato che, anche laddove ci sono molte differenze, un punto che ci accomuna è quello di credere in una energia positiva e nella nostra buona stella. Questa è stata l’occasione di vedere come la natura ha velocemente cambiato volto in poco tempo, quando l’umanità si è rinchiusa in casa per proteggersi dal virus. La definizione di intelligenza nel dizionario Robert in Francia è “la capacità di adattarsi”. La natura è incredibilmente intelligente ed è arrivato il momento di metterci al servizio di questa intelligenza. Sono piena di speranza e piena di fiducia nella gente, sarà complicato, ma sono sicura che presto potremo celebrare tutti insieme il fatto di essere di nuovo vicini, magari proprio in una folla a un concerto».

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