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Oliver Sim, il bellissimo e orribile bastardo del pop inglese

Emancipatosi dalla sua band, gli XX, ha affrontato (con l'aiuto di amici come Elton John) i suoi mostri in 'Hideous Bastard', un disco d'esordio che parla con orgoglio di intimità, mostruosità e HIV

Foto: Casper Sejersen

Quando ci sentiamo su Zoom, Oliver Sim, un terzo degli XX, indossa una maglietta bianca su cui è scritto, a caratteri cubitali, il nome di Sigourney Weaver, l’attrice icona degli anni ’80 per le sue performance in pellicole come Alien e Ghostbusters. A pensarci, Oliver Sim con una maglietta con su scritto Sigourney Weaver è probabilmente un’ottima descrizione per Hideous Bastard, il primo disco solista dell’artista inglese.

Hideous Bastard ha infatti, nella sua natura (mostruosa), una componente cinematografica che si è realizzata in Hideous, un queer horror movie, un corto musicale diretto da Yann Gonzales, uscito l’8 settembre su Mubi, la risposta di Sim alla bellezza di Sigourney Weaver circondata dalle mostruosità ultraterrene di Alien. È su questo tipo di contrasti infatti che si erige la poetica musicale di Sim, un filo sottile tra poesia e autodistruzione. Una instabilità precaria, sensibile e profondissima, che Sim si porta dietro anche durante la nostra intervista, tra sorrisi imbarazzati e momenti di intima riflessione.

Oliver Sim è l’ultimo membro degli XX, in ordine cronologico, a pubblicare musica da solista. «Questo disco esce solamente ora perché per me era impensabile poter condividere così tanto di me in un album prima», mi racconta stropicciandosi la faccia. «Lontano dagli XX sono ancora in viaggio alla ricerca della mia consapevolezza, della fiducia in me stesso, della mia voce». Gli XX tornano spesso nelle parole del musicista come fossero un luogo rassicurante in cui rintanarsi mentre cerca questa complicata confidenza. «Gli XX hanno un loro dna, una forte identità, un proprio suono definito che accade solo quando siamo noi tre assieme. Quindi per il mio progetto non volevo e non potevo provare a ricreare qualcosa di simile. E quindi mi son chiesto, “io sono un terzo di questa band, ok, ma chi sono davvero?” (ride). Non avendo un’idea, però, ho potuto provare qualsiasi cosa, da zero, senza pressioni. Le prime canzoni che ho scritto erano terribili, orrende, e mai vedranno la luce, ma farle è stato divertente. E utile. Sbagliare ti aiuta a capire cosa vuoi fare davvero».

Hideous Bastard è stato scritto da Sim, con la produzione del suo più caro compagno di avventure, Jamie xx. Rispetto agli altri due membri della band, però, è un lavoro molto più cantautorale e personale, con influenze Sixties e Eighties ripensate in chiave digitale. «Iniziare è stato spaventoso, lo devo ammettere. Quando suono con gli XX sento una calma e una tranquillità unica; ma Romy e Jamie non possono essere i miei unici amici nella musica. Penso sia sano che me ne faccia degli altri anche se in questo disco si può comunque sentire che sono un terzo degli XX; è giusto che sia così».

Da giovane artista apertamente gay, prima di iniziare il suo percorso solista, Sim ha sentito il bisogno di chiedere consiglio a musicisti e musiciste che ha avuto la fortuna di conoscere in questi anni di carriera. «Ho contattato personalmente alcuni degli artisti e delle artiste queer che ammiro e che sono molto amati dal pubblico: Elton John, Jimmy Somerville, John Grant, Honey Dijon», racconta Sim. «Queste persone hanno storie fantastiche, tantissimo da condividere. Sentivo di aver bisogno di questo supporto per poter iniziare ad aprirmi. Mi hanno dato parecchi consigli, e differenti punti di vista; ho imparato molto. E ho realizzato che queste persone hanno una cosa in comune: il senso dell’umorismo, un particolare e brillante humour, fondamentale per sopravvivere».

Di particolare aiuto è stato il suo amico Elton John: «Ho parlato spesso con Elton. Gli ho raccontato della mia infanzia, di come era difficile aggrapparsi a quei pochi momenti della cultura pop in cui mi sentivo rappresentato. E sai, Elton è cresciuto negli anni ’60 e lui non aveva nessuno in cui vedersi rappresentato. Questo è importante da ricordare e da apprezzare. La sua amicizia vale molto per me».

Come artista queer, senti una qualche responsabilità oggi? «Secondo me non l’artista non ha una responsabilità anche se è importante per il pubblico avere dei riferimenti, essere rappresentato», mi risponde dopo averci pensato un po’ su, «Ti faccio un esempio. Quando ho scritto un verso sull’HIV, ne ho parlato con Jimmy Somerville. Non riuscivo a capire se era troppo. Lui mi ha dato un consiglio prezioso, che non mi sarei aspettato da lui: “Fallo per te stesso, è una responsabilità che hai solo verso di te. Se ti senti sicuro, e se ti senti pronto, fallo. Ma fallo prima di tutto per te, se poi questo aiuterà altre persone sarà fantastico, ma ciò che conta è che tu sia tranquillo e sereno a riguardo”».

Il brano a cui fa riferimento Sim è Hideous, in cui Somerville («una voce che per decenni si è fatta sentire su temi come l’HIV e l’AIDS») è presente come featuring. È proprio attraverso Hideous che Sim ha dichiarato al mondo di aver contratto l’HIV quando aveva appena 17 anni. «Ho scritto quel brano due anni fa in maniera piuttosto impulsiva. È stato però strano lavorarci perché in questo periodo è cambiato spesso il mio modo di relazionarmi a riguardo. Mi chiedevo continuamente: voglio davvero condividere questa mia informazione privata? Alla fine ho deciso di sì, e ho chiuso il brano con quel verso (“Vivo con l’HIV da quando ho 17 anni, sono orribile?”) come per dire che non c’era altro da aggiungere».

Stigma, rifiuto, bruttezza sono concetti cardine all’interno di Hideous Bastard (la cui traduzione è orrendo bastardo). Ma quale è il rapporto di Sim con la parola mostro? «Quando ero teenager ero ossessionato dai mostri dei film, erano i personaggi che amavo di più perché venivano inseguiti e uccisi perché erano brutti e diversi», ci racconta, «Uno dei versi del primo brano di questo progetto, tratto da Romance with a Memory, dice “avrei sempre voluto essere bellissimo” e per me questo disco è un primo passo per accettare le mie mostruosità, per accettare le parti di me che mi rendono brutto o mostruoso. Quello che poi ho scoperto è che quelle non sono davvero parti brutte, ma solo proiezioni. In questi anni ho provato a indossare varie mascherate e alla fine la versione che più mi piaceva di me era quella del mostro». E perché? «Era quella più vulnerabile e più vera. Ero io, senza maschere».

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