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«Notorious B.I.G. è vivo, lotta con noi e mangia la cotoletta»

La corona ce l'ha ed è a forma di Duomo di Milano. Lui si chiama Nerone, è l'eterno emergente del nostro rap. Dalle battle di freestyle a 'Maxtape', ha guadagnato fama e rispetto. Sui soldi ci sta lavorando

Nerone

Foto: Roberto Graziano Moro

Quando gli chiediamo come si presenterebbe a chi ancora non lo conosce – anche se chi bazzica la scena hip hop l’ha già incrociato più volte negli ultimi anni – risponde «ciao, sono Nerone, quello ciccione che ha fatto un sacco di battle di freestyle. A un certo punto ho smesso con le battle, ho cominciato a fare dischi e sono appena uscito con Maxtape».

Il mixtape in questione segue ben tre album in studio e sei EP, e vanta featuring molto importanti, come Emis Killa, Jake La Furia, Fabri Fibra, Nitro, Gemitaiz, Tormento, J-Ax, Danti, BoroBoro e Clementino, tra gli altri. Nonostante questo, la lunga gavetta e il fatto che compirà 30 anni tra poco più di un mese, Nerone è ancora considerato da molti una sorta di next big thing: un rapper che deve ancora esplodere e dimostrare il suo valore al pubblico mainstram. «All’inizio pensavo che fosse una rottura di coglioni, essere l’eterno emergente», confessa. «Invece, parlando con altri artisti con carriere molto più lunghe della mia – come Danti, una delle persone che più ha snocciolato saggezza da quando lo conosco – ho capito che c’è un lato buono, perché i più ti vedono sempre come una novità, qualcosa di fresco e di inedito».

Come accennava, Nerone ha cominciato con le battle di freestyle, dove si è subito fatto notare per la sua prontezza di riflessi e l’acume delle rime. Il suo è il classico cursus honorum di tutti gli aspiranti rapper cresciuti a Milano, nel suo caso in zona 4, a sud-est della città. «Il valore aggiunto di una metropoli è non avere l’ultimo pullman che passa alle 7 di sera: ti dà la possibilità di entrare a contatto con realtà, musicali e non, che altrove non incontreresti mai», osserva. «Penso a tutti i pomeriggi passati ad andare al muretto da ragazzino: ogni volta era un’avventura, dal momento in cui salivo sull’autobus al momento in cui scappavo dai controllori perché non avevo il biglietto».

Il muretto è stato per oltre trent’anni il ritrovo dei ragazzi che ascoltavano hip hop: un piccolo slargo in una traversa di Corso Vittorio Emanuele, detto Corsia dei Servi, dove eri sempre certo di trovare qualcun altro che condivideva la tua stessa passione, a qualsiasi ora del giorno e della notte. «Ai miei amici del rap non fotteva un cazzo, era proprio una roba che mi accollavo da solo. Oggi finalmente qualcuno ha iniziato a seguire un po’ di più quello che faccio, ma comunque restano totalmente esterni alla faccenda: per loro, se ho partecipato a un pezzo che è arrivato al disco d’oro, significa automaticamente che sono diventato ricco sfondato. Non hanno idea del fatto che per avere il privilegio di vederlo appeso al muro devi pagarti perfino la stampa e la cornice».

La passione di Nerone è sempre stata il rap, in tutte le sue forme e le sue sfumature, ma anche la sua città, e in Maxtape omaggia in egual modo entrambi. «Se ci fosse uno slogan per l’immaginario visivo e sonoro di questo disco, sarebbe: Notorious B.I.G. è vivo, lotta con noi e mangia la cotoletta», scherza. In effetti la copertina è un chiaro omaggio all’iconica foto scattata al rapper newyorkese da Barron Claiborne, in cui indossa una corona; l’unica differenza è che quella di Nerone richiama la forma del Duomo di Milano. «Biggie per me è un modello da seguire: era un’icona di stile pur non essendo un sex symbol, era uno dei rapper più forti del mondo, aveva cominciato anche lui facendo le battle di freestyle per strada, e aveva dichiarato che avrebbe voluto produrre ragazzi più giovani non appena ne avesse avuto la possibilità, un po’ come sto facendo io».

In effetti, in un panorama dominato dall’AutoTune e dai testi spesso talmente semplici da sembrare quasi banali, Biggie avrebbe probabilmente approvato un prodotto come Maxtape, con rime spesse e genuinamente ruvide, come ai vecchi tempi. Rime che potrebbero perfino rischiare di essere fraintese, come la traccia Bataclan, in cui il celebre locale parigino teatro degli attentati del 2015 è usato ovviamente come metafora, cosa che potrebbe urtare la sensibilità di alcuni (come spesso accade nel rap). Ad accompagnarlo in quel pezzo c’è Fabri Fibra, che di certe polemiche è stato un precursore, basti pensare a Cuore di latta del 2006, in cui parlava della strage di Novi Ligure. «Lui è capace di toccare tematiche molto scomode in maniera molto equilibrata, riesce a camminare perfettamente sul filo del giudizio dell’opinione pubblica», commenta. «Si sa che il rap è molto più irruente di altri generi musicali che magari non sfiorano neppure gli argomenti controversi: fotografa un momento, e fa sì che anche chi non conosce certe vicende vada a informarsi e scopra cose nuove».

Nonostante sia un prodotto saldamente ancorato alla tradizione, Maxtape suona comunque molto innovativo e contemporaneo. «La nuova wave è stata spremuta fino al midollo, e quando una novità è portata all’esasperazione finisce per esaurirsi un po’. È normale che adesso si torni ad altre sonorità, perché resta poco da dire», riflette Nerone, che a quella wave non ha mai aderito davvero. «Anche da noi, come in America, tanti stanno ricominciando a porre l’attenzione sulle rime e su un certo tipo di beat, a partire da Marracash, Salmo e Gué Pequeno. È un ritorno alle origini, ma non polveroso: è proiettato verso il futuro. Secondo alcuni tutto ciò che non è trap non è cool, ma non è assolutamente così».

Certo è che arrivare al successo di massa con un certo tipo di sound è un percorso molto più lungo e difficile. «Prima arriva il rispetto, poi la fama, poi i soldi: essere stimato da così tanti big vuol dire che sto andando nella direzione giusta. Ovviamente non sono in miseria, ma mi piacerebbe farne di più per poterli reinvestire nella mia musica». Anche per questo, lui e il suo team hanno fatto la scelta di restare indipendenti, considerando anche le implicazioni del periodo storico. «Se fai parte di un’etichetta, ottieni solo il 25% dei proventi dei tuoi stream su Spotify», spiega. «Oggi che non ci sono concerti abbiamo preferito spendere del nostro per produrre il disco, ma tenerci il 75% dei guadagni dei nostri streaming, in modo da avere la possibilità di continuare a fare musica nel lungo periodo».

Per una vita ha delegato tutte le questioni burocratiche ad altri, racconta, ma oggi sta dando una mano a tanti giovani artisti a emergere, e ha dovuto cominciare a studiare. «Gente come Ame 2.0, che nel suo 2.0 Mixtape rappa perfino sulla techno» dice. È solo il primo di tanti progetti in cantiere, ma su tutto il resto non può ancora anticipare nulla. La sensazione, però, è che saranno belle sorprese.

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