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Not Moving L.T.D., l’underground che resiste

Sono uno dei gruppi cult del garage rock italiano anni '80. Hanno aperto per Clash e Litfiba (di cui però non parlano). Venerdì prossimo pubblicheranno il primo album in oltre 30 anni, 'Love Beat'. L'intervista

Not Moving L.T.D.

Foto: Antonio Viscido

Sono passati 40 anni dall’EP d’esordio Strange Dolls e 34 da Flash on You, l’ultimo album con la formazione storica dei Not Moving, band di culto dell’underground italiano degli anni ’80, originari di Piacenza. Si chiamano ora Not Moving L.T.D., dalle iniziali dei tre membri rimasti della vecchia band: la cantante Lilith (Rita Oberti), il batterista Tony Face (Antonio Bacciocchi) e il chitarrista-cantante Dome La Muerte (Domenico Petrosino), cui si aggiunge Iride Volpi alla seconda chitarra.

Hanno registrato il nuovo album Love Beat che uscirà il 25 marzo con un’etichetta simbolo della rinascita del garage punk e del rock’n’roll in Italia, la pisana Area Pirata. Non c’è più l’antico furore degli anni ’80, ma l’esperienza maturata sui palchi d’Italia e d’Europa ha prodotto un suono più asciutto, profondo, meno istintivo e a tratti più oscuro, che si snoda attraverso nove brani, di cui otto originali e una cover di Primitive (dei Groupies, rifatta dai Cramps in Psychedelic Jungle): un rock che ha già le fattezze e la statura del classico, ricco di venature blues e con le stesse radici garage e rock’n’roll di un tempo, tra reminiscenze di Rolling Stones, X, Gun Club e Cramps. Li abbiamo intervistati.

Che cosa vi ha spinto a registrare un nuovo album e in che modo la dura esperienza di questi due anni di pandemia e relativo lockdown ha influenzato la genesi di questo disco?
Dome: Lo ha influenzato molto, stare da soli ci ha fatto tornare alle radici, abbiamo comunicato via Skype o scambiandoci registrazioni, è stato tutto molto naturale e spontaneo, nonostante la situazione irreale che ci circondava.
Lilith: Questa volta, complice la forzata chiusura e la lontananza, mi sono potuta concentrare sull’uso della mia voce, che negli anni è cambiata molto. Creare a distanza mi è pesato molto, preferisco la sala prove e il confronto con la band. In questo caso è stato più difficile.
Antonio: Durante i concerti successivi alla nuova avventura, ripartita nel 2019, saltavano fuori spesso nuove idee e anche l’esigenza di scrivere brani inediti. La pausa forzata ci ha permesso paradossalmente di farlo per la prima volta, ponderando meglio tutto il processo creativo.

Che significato ha per voi suonare ancora oggi rock’n’roll?
Iride: Significa esprimermi nel linguaggio che ho sentito naturale fin da quando mi sono avvicinata alla musica. Quindi, pur essendo di un’altra generazione rispetto ai Not Moving, sono nata poco dopo l’uscita di Flash on You, e avendo vissuto altre esperienze, io, Rita, Tony e Dome parliamo lo stesso linguaggio e ci capiamo alla perfezione.
Dome: Vuol dire far parte di una grande famiglia di eterni ribelli.
Antonio: È la nostra malattia, che non ha età. Semplicemente siamo nati così e, presumo, moriremo così.
Lilith: Per me è come respirare. Il nostro non è poi un rock’n’roll canonico, ma è venato da altre influenze, dal blues alla canzone d’autore. Love Beat potrebbe essere un brano di Rufus Wainwright o Leonard Cohen rifatto in chiave rock’n’roll.

I Not Moving non sono stati una semplice band di rock’n’roll, ma hanno rappresentato per voi una famiglia, una comunità d’intenti, quasi una missione. Che cosa sono per voi oggi i Not Moving L.T.D.? Costituiscono ancora una sfida all’omologazione culturale, com’era negli anni ’80?
Dome: Ci puoi giurare, oggi più di prima, quando ormai hai le rughe e i capelli bianchi e non hai cambiato strada, dai ancora più fastidio di quando eri adolescente, almeno prima c’era la scusante dell’incoscienza giovanile.
Lilith: Anche più di prima. Quello che facciamo è ciò che ci rappresenta e stiamo andando avanti a raccontare una storia, da quando avevamo 16 anni. Quando cominci a quell’età, ti rimane tutto attaccato addosso per sempre. Abbiamo iniziato talmente presto a fare questa musica che ora siamo perfino moderni.

Storicamente nella band convivono due approcci differenti dal punto di vista musicale e nello stile di vita: quello punk di Dome La Muerte e quello mod di Antonio Bacciocchi, contrario a fumo, alcol e droghe. Possiamo dire che questa convivenza, un tempo conflittuale, oggi non è più un problema?
Dome: Con l’età abbiamo smussato gli angoli, abbiamo imparato ad accettarci e apprezzarci a vicenda per quello che siamo e a sentirci fortunati per quell’alchimia che si crea sempre, quando siamo insieme.
Lilith: Io sono il perfetto mix tra loro due. Quando abbiamo ricominciato, ci siamo accorti che non stavamo rimettendo insieme il gruppo, ma riunivamo le nostre anime, con tutte le cicatrici della vita. Ognuno ha portato la sua valigia e rimettendo insieme le cose abbiamo ancora mischiato tutto. E la cosa ci piace.

Avete aperto per i concerti di Clash e Johnny Thunders. Avete particolari aneddoti da raccontare in merito?
Dome: Abbiamo avuto degli ottimi rapporti sia con i Clash e soprattutto con Johnny. Sono stati molto gentili con noi. Come ho sempre sostenuto, i grandi non hanno bisogno di tirarsela.
Lilith: In realtà le difficoltà maggiori le abbiamo avute suonando con i gruppi italiani, ma è un discorso che possiamo anche evitare.

Avete anche condiviso il palco con i Litfiba di inizio carriera. Qual è il vostro giudizio sulla band di Piero Pelù e Ghigo Renzulli?
Lilith: Io posso dire un gran bene di Gianni Maroccolo (sul resto la band preferisce non pronunciarsi, nda).

Domanda per Dome: che esito ha avuto poi la petizione per la richiesta di un sussidio statale, facendo appello alla legge Bacchelli?
Dome: Le firme che servivano sono state raggiunte. Tutta la documentazione verrà presentata proprio in questi giorni alla commissione dal giornalista Luca Doni, che ha lanciato la petizione un anno e mezzo fa.

Tra le influenze del vostro sound ci sono band come Gun Club, X e Cramps. Oggi quale musica ascoltano e apprezzano i Not Moving L.T.D.?
Lilith: Io ascolto sempre le solite cose, dal blues agli Stones, da Willy DeVille ai Beasts of Bourbon alla canzone d’autore italiana, da Gabriella Ferri a Cesare Basile ma anche cose come Fantastic Negrito o Hugo Race.
Antonio: Ormai ho un universo di suoni in testa. Anche per ragioni professionali spazio dal punk al blues all’elettronica, hip hop, black music. Alla fine torno sempre agli amati Beatles, Jam, Small Faces, Clash e soprattutto soul music.
Dome: Tante cose ma soprattutto soul, garage e psichedelia.
Iride: Ascolto un po’ di tutto, da Ben Harper a Modern Lovers, T. Rex, Bob Marley, Pearl Jam, Rolling Stones, Radiohead, Velvet Underground, Lou Reed, Manu Chao. E tanta radio.

Avete in programma nuovi concerti?
Antonio: Saremo in tour da fine marzo e ci piacerebbe suonare in ogni città italiana fino ai paesi più remoti e poi all’estero. La voglia e l’attitudine sono sempre le stesse. Per ora da Milano a Napoli, da Torino a Roma, da Firenze a Pordenone, passando per Bologna, il programma è nutrito. Torniamo a prenderci ciò che ci spetta. Ci aspetta.

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