Esistono paesi in cui sembra che nulla cambi mai. Le stesse strade, le stesse case, le stesse facce che si ritrovano al pub, le stesse abitudini tramandate di generazione in generazione. Luoghi che a prima vista sembrano familiari e rassicuranti, ma nei quali si avverte presto che c’è qualcosa che sfugge a chi arriva da fuori. È proprio in uno di questi posti, sospeso tra realtà e immaginazione, che Steven Wilson ci porta con Requiem for a Village, il suo nono album solista, in uscita il 6 novembre. Scritto insieme ad Andy Partridge degli XTC, il disco ruota attorno a una comunità britannica senza nome, con le proprie regole e tradizioni, dove gli estranei restano tali e non tutto è destinato a essere svelato. Dietro un’apparente tranquillità si nasconde qualcosa di più oscuro, tra atmosfere folk horror e suggestioni pagane. La voce dell’attore scozzese David Tennant accompagna l’ascoltatore in una narrazione in cui i morti sembrano non aver mai davvero abbandonato il villaggio.
L’immaginario di Wilson raccoglie frammenti di ricordi, letteratura e cinema, da The Wicker Man a Il prigioniero. Anche la musica segue questa direzione, con sonorità analogiche e un approccio istintivo, in controtendenza rispetto a un presente sempre più digitale. Un nuovo cambio di prospettiva per un musicista che, dopo aver esplorato spazi sconfinati con The Overview questa volta ha scelto di restringere lo sguardo. «Se usiamo l’analogia della pittura, sono passato dalla tela più grande possibile, l’universo, al micro-punto di un piccolo villaggio», racconta a Rolling Stone.
Perché hai sentito il bisogno di cambiare completamente prospettiva?
Ogni volta che lavoro a un nuovo disco mi chiedo cosa posso fare che non ho ancora fatto. Se rifacessi più o meno la stessa cosa, lo considererei un fallimento. Devo rimanere sempre motivato ed entusiasta. Volevo un approccio d’altri tempi, senza strumenti digitali, solo sintetizzatori analogici. Ho abbracciato le imperfezioni. Per me, la sfida era mostrare la parte più grezza e bizzarra.
C’è un legame diretto tra The Overview e Requiem for a Village?
Sono due facce della stessa medaglia. The Overview osservava l’umanità attraverso il prisma dello spazio esterno e rifletteva sul concetto di prospettiva in un’era in cui i social ci fanno sentire tutti celebrità. Requiem for a Village guarda invece a come l’AI e la Rete abbiano reso il mondo un posto piccolissimo, dove le informazioni viaggiano velocissime e sappiamo tutto di tutti.
Ma perché proprio un villaggio?
Mi piaceva l’idea di creare un disco su una piccola comunità intrappolata nella propria bolla, dove le informazioni scorrono lente e si sviluppano usanze e tradizioni proprie. È un altro modo per osservare l’essere umano moderno e come abbiamo perso gran parte della nostra curiosità, proprio perché tutto ci è costantemente e immediatamente accessibile.
C’è un villaggio reale che ha ispirato questo album?
Non è un posto preciso perché rappresenta un concetto. È la somma di tutti quei villaggi che ho visto nei film e letto nei libri. Da bambino, con la mia famiglia, andavo in vacanza nel Regno Unito: paesini incantevoli dove la gente era accogliente, ma avvertivi la sensazione che stessero succedendo cose e che noi fossimo gli estranei. Anche Andy Partridge ha riversato i luoghi della sua infanzia nei testi del disco. Mi piace molto il fatto che chiunque ascolti il disco possa riconoscerci un luogo specifico della propria vita.
Com’è nata la scelta di David Tennant come voce narrante?
Quando io e Andy stavamo scrivendo le narrazioni, nella mia testa sentivo una voce scozzese. David era la scelta più ovvia: è un attore straordinario ed è un fan della mia musica, ci conoscevamo già. Vedi subito la differenza tra un attore mediocre, che si capisce che sta recitando, e uno di spessore, che sembra semplicemente pronunciare quelle parole in modo naturale. Quando ho sentito le sue registrazioni la mia reazione è stata: cazzo, è perfetto!
Parlando di perfezione, il tuo approccio qui va nella direzione opposta, valorizzando l’errore umano rispetto alla pulizia dell’AI. Pensi che l’imperfezione sia ciò che rende la musica davvero viva?
Assolutamente sì. Lavorando ai remix di album classici – dai Black Sabbath ai Pink Floyd fino ai Joy Division – capisci quanti errori ci sono in quelle tracce. È lì che nasce la magia: ascolti la fragilità degli esseri umani ed è ciò che ti connette all’opera. Credo che l’AI non sarà mai in grado di guardare nell’anima di qualcuno attraverso i suoi difetti né capirà il sentimento umano della nostalgia.
La nostalgia è un elemento centrale nel tuo lavoro?
Requiem for a Village ne è intriso. Ed è ovunque attorno a noi: basta vedere i biglietti per gli artisti che tornano dopo 50 anni. La gente ama la nostalgia, che si tratti di Stevie Wonder, degli Oasis o dell’infanzia. È un sentimento di gioia per il passato unito alla consapevolezza che è andato per sempre.
Nel disco la nostalgia si mescola però anche a un’atmosfera molto cupa e sinistra.
È l’essenza del villaggio: in superficie sembra idilliaco e accogliente, ma più ci passi tempo, più capisci di essere un outsider. C’è qualcosa che accade nel cimitero a mezzanotte, dietro le porte della chiesa o nel pub a cui non sei invitato. E non solo non lo capirai, ma non lascerai mai più quel posto.
È il meccanismo classico del folk horror?
È un tratto tipico di quel genere, come i film The Wicker Man e Midsommar o la serie Il prigioniero. L’outsider arriva dalla città in questo posto delizioso, ma viene gradualmente risucchiato in qualcosa di oscuro o pagano.
Nel video di On Chapel Slope ti sposi, invecchi e i morti risorgono dalle tombe per festeggiare. Qual è il tuo rapporto con la morte?
Con Andy ci dicevamo che la cosa bella di queste comunità è la consapevolezza di chi è vissuto lì prima di te: non ci sono solo i vivi, ma i fantasmi di tutti coloro che sono passati di lì. Ci siamo chiesti: se chi viene al villaggio non lo lascia mai, cosa succede a chi muore? La risposta è stata che nemmeno loro se ne vanno. Gli uomini diventano le pietre che custodiscono il villaggio, le donne diventano gli uccelli nei boschi. È un modo di pensare molto poetico e pagano. L’idea che tutti siano ancora lì, nel vento, nei sentieri, nella foresta. In fondo, viviamo costantemente con i morti: gran parte degli artisti che amiamo non ci sono più. Se penso alla mia carriera, il mio più grande traguardo sarebbe sapere che tra mille anni dopo la mia morte qualcuno stia ancora ascoltando Requiem for a Village.
A proposito del futuro, pensi che ci sia ancora una storia da raccontare con i Porcupine Tree?
Penso di sì. Negli ultimi tre anni ci siamo ritrovati e abbiamo scritto brani insieme. Al momento ne abbiamo circa cinque.
Farete un nuovo album insieme?
Credo di sì, ma probabilmente non prima di un paio d’anni. Amo lavorare con Richard e Gavin, ma uno dei grandi vantaggi di essere un artista solista è la libertà di poter cambiare direzione all’improvviso da un disco all’altro, cosa che in una band richiede il consenso di tutti. È il motivo per cui i miei punti di riferimento sono sempre stati figure come David Bowie, Kate Bush o Peter Gabriel. Con i Porcupine Tree la direzione non sarà così radicalmente diversa, ma la band ha un’identità sonora così forte che sono sicuro troveremo nuove strade per esprimerla.
Porterai Requiem for a Village dal vivo in Italia?
Al momento non ho ancora date pianificate per un tour, ma me lo stanno chiedendo in molti, dovrò iniziare a pensarci. E se andrò in tour, l’Italia ci sarà sicuramente. Devo capire come ricreare il villaggio sul palco e che tipo di band schierare. Se ne parlerà verso la seconda metà del 2027.
Proprio in quel periodo, il 3 novembre, compirai 60 anni. C’è ancora qualcosa che senti di dover dimostrare a te stesso come uomo e come musicista?
Mi entusiasma ancora trovarmi davanti a una tela bianca. Sono entusiasta del futuro esattamente come all’inizio. Molti artisti dopo tanti anni perdono l’ispirazione, ma io sento di stare facendo il lavoro migliore della mia vita.
C’è ancora un sogno che vuoi realizzare?
Non ho mai composto la colonna sonora di un film. Mi piacerebbe tantissimo lavorare con un grande regista su un bel progetto e creare un intero mondo sonoro.















