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«Non m’importa se Ringo lo odia, il mio ‘Let It Be’ era onesto»

Il regista del criticatissimo documentario del 1970 Michael Lindsay-Hogg difende la sua opera e condivide i suoi ricordi delle riprese, dall’abbandono di George allo spacciatore di John

I Beatles sul tetto terrazzato della Apple il 30 gennaio 1969

Foto: Evening Standard/Hulton Archive/Getty Images

Michael Lindsay-Hogg sta per rivedere le 56 ore che ha girato per il documentario del 1970 sui Beatles Let It Be trasformate in qualcosa di completamente diverso: Get Back, la miniserie in tre parti in arrivo il 25 novembre su Disney+. Non crede però che il progetto di Peter Jackson cancelli il suo lavoro. «L’originale esiste ancora», dice il regista, che non ha ancora visto la serie, gli hanno detto che non è ancora pronta. «E io la mia opinione ce l’ho».

Lindsay-Hogg era il regista di un leggendario programma televisivo musicale britannico, Ready Steady Go!, e aveva girato videoclip per Beatles e Rolling Stones, oltre al Rolling Stones Rock and Roll Circus, uscito in home video nel 2004. Alla fine del 1968 i Beatles l’hanno coinvolto in uno speciale televisivo che poi si è trasformato in Let It Be, il documentario che raccontava l’ultimo anno di vita della band, se non addirittura il loro scioglimento. Dopo le session di Let It Be, infatti, i quattro hanno registrato Abbey Road. Il film resta il racconto più crudo dei Beatles, ed è questa la ragione per cui non possiamo vederlo ufficialmente, anche se lui spera che le cose possano cambiare.

Il regista, che ha più di 80 anni, ci ha raccontato la storia di quel documentario in un’intervista, organizzata su Zoom mentre si riprendeva da un’operazione al cuore.

Let It Be è stato brevemente disponibile in home video negli anni ’80, poi è sparito. Quant’è stato frustrante per te e come hai scoperto della nuova versione di Peter Jackson?
Non ho mai smesso di cercare di farlo uscire in qualche modo, perché il film aveva un pubblico. E ho sempre pensato, per ragioni che non hanno a che spartire con la sua qualità, che fosse mal visto nel mondo dei documentari rock e in particolare in quello dei Beatles. Circa tre anni fa sono andato a Londra e ho incontrato il mio amico Jonathan Clyde, una figura importante di Apple Corps. Mi ha detto: «Stiamo lavorando a una cosa di cui ti devo parlare. Peter Jackson ha visto il tuo vecchio materiale e vorrebbe farne una sua versione. Che ne pensi?».

Pensavano che avrei fatto un gran casino. Non l’ho fatto. Ho detto che sarebbe stato fantastico, anche perché di certo io non volevo rimetterci mano. Il mio film l’ho già fatto. Ho visto quelle 56 ore di girato anni fa. E adoro il cinema di Peter. Così ho pensato, se deve metterci le mani qualcuno, meglio che sia lui che è creativo, tosto e come ho scoperto ama la band. All’epoca avevo dovuto tagliare certe cose e ho sempre sperato che tornassero a galla. Ora uscirà la sua versione di sei ore, contro l’ora e mezza della mia. Nel 1970 sarebbe stato impossibile fare una cosa simile.

È vero che in uno dei primi incontri con i Beatles per parlare del progetto, John ti ha fatto ascoltare una cassetta con la registrazione di lui e Yoko che fanno sesso?
L’ha messa nel registratore e ha premuto play. All’inizio non si capiva cosa fosse, c’erano solo dei mormorii. Poi invece diventava chiaro, parlavano in maniera intima, c’erano pause, silenzi, sussurri di piacere. Pensavo che il suo fosse uno sfogo formidabile. Era come se volesse dire: «Succede questo. Siamo io e lei. Non tu, non i tre tizi con cui sono cresciuto. Siamo io e lei e non ho alcuna intenzione di cambiare questa cosa». Era il suo biglietto da visita.

È di certo un modo potente per esprimere il messaggio…
Ed è strano. Quei tizi avevano condiviso un monolocale e un piccolo bagno ad Amburgo per mesi. Si conoscevano bene, erano tutti etero. Ma la cosa li aveva messi a tacere. Poi qualcuno ha detto: «Beh, certo che è interessante».

Ringo ha dichiarato apertamente di non apprezzare il film originale. Mi ha detto che «non c’era gioia».
Non m’interessa. È la sua opinione. Tutti ne abbiamo una. Adoro Ringo, ma credo che non veda il film da cinquant’anni. Non dimenticare che l’abbiamo girato a gennaio del ’69. Il montaggio sarà stato ad agosto, forse fino a settembre, e abbiamo chiuso verso ottobre. E c’è voluto ancora un po’ prima di farlo uscire, perché Allen Klein voleva entrare nel board di MGM e voleva usare il film come leva. Non credo abbia funzionato, così è tornato da United Artists. Ma è in quel periodo che è iniziato lo scioglimento.

Se non hai visto il film per tanto tempo e magari non hai una memoria pazzesca, tutte quelle cose si mischiano insieme. Io l’ho rivisto e mi sono proprio chiesto cosa stesse dicendo Ringo. Let It Be è pieno di gioia, spirito di collaborazione, bei momenti, tante battute. Finisce col concerto sul tetto, era la prima volta che suonavano in pubblico dopo tre anni, è un momento magico. Si divertivano di brutto. Si erano resi conto che quella cosa gli mancava. Sono felici in buona parte del film e cercano di sistemare le cose. Ma quando cerchi di fare una cosa del genere, non è detto che ti venga un’espressione allegra. Sei pensieroso. Insomma, non credo l’abbia visto di recente. Di nuovo, con tutto il rispetto, non m’importa. Ma lui è un tipo incredibilmente brillante e divertente.

Farli suonare sul tetto è stata una tua idea, vero?
Pensavo che il mio lavoro fosse anche trovare un posto, un finale e una conclusione. È così che ho proposto di andare sul tetto. Pensavo di dovere dare loro delle alternative. Non che mancassero di idee o immaginazione. Dio, no. Ma dovevo aiutarli a concentrarsi, avevano un milione di cose per la testa, tra cui fare un disco.

Si sa che George Harrison lasciò brevemente il gruppo durante le riprese, ma quei momenti non sono nel film. Peter Jackson ha detto che nella sua versione invece ci saranno. Come mai hai scelto di tagliarli?
Non avevo accesso a una cosa fondamentale, che invece Peter ha. Pranzavamo insieme tutti i giorni nello stesso posto, i Twickenham Studios (dove è girata la prima parte del film, ndr), e avevo chiesto al fonico di mettere un microfono in un vaso. George è arrivato più tardi e si è seduto in fondo al tavolo. Aveva uno splendido cappotto nero e ha detto: «Ci si vede in giro», cioè me ne vado. John reagiva velocemente alle provocazioni, così ha risposto: «Beh, ok, prendiamo Eric Clapton, lui non è così rompiscatole». Quando ho riascoltato la registrazione audio, sentivo solo il rumore delle posate e delle voci incomprensibili. Peter, invece, ha accesso a tecnologie straordinarie e ha potuto separare le tracce, e così ha potuto usare quel materiale, immagino.

Quindi sei a pranzo con i Beatles, George dice che lascia la band davanti ai tuoi occhi e John propone di sostituirlo con Clapton. Chissà che rabbia non poterlo riprendere.
Già, pensavo: «Ma dove sono le videocamere?». Non ero del tutto sorpreso della cosa, John ed Eric suonavano spesso insieme, era successo anche al Rock and Roll Circus. Collaboravano, probabilmente si facevano anche insieme.

A parte l’audio mancante, avevi l’impressione che i Beatles non volessero mostrare quel momento nel film?
Quello che avevo capito – e ricordati che loro erano anche i produttori – è che volevano far vedere che si stava bene nel regno dei Beatles, che nel loro castello costruivano ponti e non li buttavano giù, che non c’erano squali nel fossato. Che tutto era come la gente desiderava che fosse. George che se ne andava non c’entrava molto con quell’immagine.

Come te l’hanno spiegato?
Qualcuno, non so se Paul o lui e Ringo insieme, mi avrà detto: «Ricordi quando George se n’è andato? Forse non serve metterlo nel film, ora è tornato tutto normale…».

A oggi, i piccoli momenti di tensione tra Paul e George che si vedono nel film sono tra le riprese dei Beatles più note al mondo…
Molti erano sorpresi perché i Beatles erano sempre raccontati come bravi ragazzi, adorabili. In realtà erano tosti. Credo dipenda da come sono cresciuti. Liverpool è una città difficile. Non vorrei mai trovarmi solo in un vicolo con un Paul McCartney come nemico.

Nelle prime scene del film, quelle girate ai Twickenham Studios, sembra quasi che tu voglia distruggere il mito del gruppo.
Volevo far vedere che non si presentavano col completo di velluto e con i capelli azzimati. Lavoravano duramente. E le prove, anche per chi suonava, potevano essere faticose… Volevo che ci fosse uno sguardo onesto, non avevo secondi fini.

Anni fa mi hai detto che durante le riprese i Beatles cercavano di innervosirsi a vicenda. Ora la storia viene presentata diversamente, nelle sei ore della serie sembra che le cose non andassero poi tanto male. Qual è la versione giusta?
Beh, è come per tutte le famiglie: tutte e due sono giuste. Magari un giorno erano frustrati per via del lavoro e litigavano, oppure erano frustrati da quello che succedeva nella loro vita privata. George era frustrato perché pensava di non avere quel che gli spettava, John perché si era fatto pessima eroina. Chissà. Ma erano anche lì per lavorare. Erano esseri umani che facevano la loro vita, avevano giorni sì e altri no. Peter ha una tela più grande, quindi dipingerà un quadro più grande.

Sei davvero sicuro che John facesse uso di eroina durante quelle session?
Lo sospettavo. Attorno ai Rolling Stones e a John girava un personaggio interessante, si chiamava Spanish Tony. Era un bel ragazzo, il contatto di Keith. È incredibile che Keith sia ancora vivo. Tony era affabile, non andava in giro col coltello in tasca, ma se era lì vuol dire che c’era anche la droga. Altre persone mi avevano detto che John si faceva. E come sappiamo da Cold Turkey (il singolo solista uscito più avanti quell’anno, ndr), dal divertimento è passato a qualcosa di più.

Sei ancora sicuro che il tuo Let It Be uscirà in una qualche forma?
Quando ho incontrato Jonathan Clyde mi ha detto che l’idea era farlo uscire, magari dopo la versione di Peter. Forse sarà su uno di quei siti di streaming, forse per qualche giorno nei cinema. So che al New Beverly, il cinema di Quentin Tarantino a Hollywood, vogliono proiettarlo. È nell’interesse di tutti che accada, sono due opere completamente diverse. Non c’è competizione.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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