Home Musica Interviste Musica

“Non ce ne siamo mai andati”, il ritorno dei Duran Duran a Milano

Sempre attratti, ma non più ossessionati, dalle novità, i Duran Duran pubblicano “Paper Gods”, a dimostrare che si sentono ancora sull’onda. Il 24 ottobre in Piazza Duomo

A volte ritornano. Dopo 37 (trentasette!) anni di carriera, 100 milioni di dischi venduti, altrettanti capelli di fan strappati, lunghe pause, grandi rivoluzioni nell’industria musicale, i Duran Duran sono tornati un’altra volta. O forse – in effetti – non se sono mai andati. Paper Gods è il loro 14esimo disco, con un titolo che evoca un concetto di “effimero”, anche se fa strano associare questa parola a una band che è diventata un’istituzione.
«In realtà nessuno è più legato di me all’idea di effimero», commenta John Taylor, bassista del gruppo: «Ma è proprio quella a darti un’identità, ti mostra un’evoluzione». Un’evoluzione partita da lontano. «Da ragazzino ero come un drogato, sempre smanioso, ossessionato dalle novità. Poi quando diventi adulto, ti rendi conto che quello che fai ha un legame con l’eredità che ti porti dietro. Certo, un tempo non avrei mai usato la parola eredità…».

Non è facile conciliare il passato con le urgenze del contemporaneo, ma i Duran Duran non si sentono fuori da ciò che potrebbe essere oggi la new wave. «Ci abbiamo messo due anni a fare questo album. D’accordo l’immediatezza, ma per me sono due le cose fondamentali: da una parte il suono, dall’altra un certo atteggiamento. Mi spiego: un pezzo come Brown Sugar dei Rolling Stones, con quel testo, oggi non lo scriverebbe nessuno. La società è cambiata, in questo momento verso le donne c’è più rispetto». In effetti, il concetto di rispetto fa piacere, eppure a guardare le line-up dei grossi festival si fa ancora fatica a trovarci dentro nomi femminili. «Sì, ma penso che sia un periodo interessante per le donne. Ed è un periodo interessante anche per noi. Magari è proprio il momento ideale per i Duran Duran!».
A parte il suono, l’atteggiamento e – a quanto pare – una discreta autostima, ciò che fa davvero la differenza è l’utilizzo della tecnologia. Da questo punto di vista, i Duran Duran si sono sempre sentiti dei pionieri e cercano di non perdere colpi. «È una questione di stile e di tecnica. I Beatles usavano la tecnologia in maniera grandiosa. O Sam Phillips della Sun Records. Per me la tecnologia non è Steve Jobs. Il suo mi sembrava un modo fascistoide di vedere le cose, pura dominazione». John ci tiene a far sapere che è solo il suo punto di vista. «Insomma, alla fine io suono il basso, strumento fatto di legno e corde metalliche, oggetto che appartiene alla Storia».

Per me la tecnologia non è Steve Jobs. Il suo mi sembrava un modo fascistoide di vedere le cose, pura dominazione.

Per trovare oggi un uso intelligente della tecnologia, il nome che salta fuori è Kanye West. «Prendi Blood on the Leaves. Un pezzo del genere non sarebbe stato nemmeno immaginabile anni fa». Se i Duran Duran si sentono ancora sul pezzo, e allo stesso tempo «dentro un lungo viaggio», la vera sfida è portarsi dietro i fan di sempre. «Fare un album nel 1992 era diverso dal farlo oggi. Conosco un sacco di gente che non compra più dischi. Noi vogliamo arrivare anche a loro». Con lo sguardo puntato al futuro, e un certo spirito nostalgico, ciò che proprio John Taylor non sopporta del presente è la “tirannia della cassa”, per come la chiama lui. «Hai presente, quando entri in un locale per berti una cosa, e c’è questo ‘tum-tum-tum’ ossessivo sullo sfondo? Ecco, credo che nemmeno il peggior heavy metal sia una roba tanto idiota».

Questo articolo è pubblicato su Rolling Stone di settembre.
Potete leggere l’edizione digitale della rivista,
basta cliccare sulle icone che trovi qui sotto.
rolling-appstorerolling-googleplay

Altre notizie su:  Duran Duran