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Nneka, la sua musica e la sua Africa

L'impegno politico e sociale si incontrano con la fiducia nel potere educativo dell’arte in 'My Fairy Tales', il nuovo album della cantautrice tedesca-nigeriana

Da anni il suo afrobeat scala le classifiche di molti paesi, ma, divisa fra Africa ed Europa, Nneka non è un popstar qualsiasi. Abbiamo fatto una lunga chiacchierata con lei per farci raccontare la sua musica e la sua Africa, dall’impegno sociale e politico per la Nigeria ed i diritti delle donne alla scelta di pubblicare il suo ultimo disco My Fairy Tales per un’etichetta indipendente.

Cominciamo dal nuovo album. Si intitola My Fairy Tales, un titolo decisamente più leggero rispetto ai precedenti. Perché?
In realtà non c’è stata un’intenzione precisa dietro a questa decisione. Sicuramente essendo una release indipendente abbiamo avuto molta più libertà, ci siamo dedicati innanzitutto alla musica, senza dover pensare troppo alle aspettative della gente. La scelta del titolo è stata fatta con una certa dose di ironia: considerando che nei testi affronto una serie di temi decisamente pesanti e difficili da digerire, mi piaceva l’idea di giocare su questo contrasto. Sicuramente non è stata una scelta legata all’appeal commerciale del disco, a queste cose non penso mai. È semplicemente un approccio differente, i titoli dei miei lavori vecchi sono molto più espliciti. Forse così le persone si avvicineranno più facilmente alla mia musica, trovandosi poi ugualmente a riflettere su tematiche tutt’altro che leggere.

L’arte è un modo di gestire la follia, l’irrazionale

L’impegno politico e sociale sembra essere il motore principale della tua produzione. Sono state proprio la fiducia nel potere educativo dell’arte e la voglia di far passare certi messaggi a spingerti a diventare una musicista?
In un certo senso io non ho deciso di intraprendere questa carriera, mi ci sono trovata. Fare musica è semplicemente una cosa che amo e mi viene naturale, ma non c’è stato un momento preciso in cui ho deciso di diventare una professionista. Ma neanche adesso mi considero “una professionista”, lo faccio semplicemente perché mi piace farlo. Ritengo però importante avere qualcosa da dire, quello sì. Certo, puoi anche aprire la bocca per cantare e dare al mondo solo leggerezza e superficialità. Ma ci sono al mondo tante persone che stanno male, tanti bambini anche: io non riesco a non sentirmi in qualche modo responsabile. Mi piace l’idea di prestare la mia voce a tutti coloro che non possono parlare o non vengono ascoltati. Per questo dedico molto del mio tempo alla condizione delle donne in Nigeria. Non si tratta di essere negativi o parlare solo di cose deprimenti, ma usare la musica per fornire delle soluzioni.

Da un punto di vista strettamente musicale invece? C’è qualche artista o sound che ti ha spinta a fare musica?
Ovviamente ci sono tantissimi artisti che mi ispirano. Non necessariamente musicisti però, anche pittori, o fotografi. Mi piace molto Basquiat ad esempio. Da un punto di vista strettamente musicale sicuramente Bob Marley è stata per me una grandissima ispirazione. Ma come ti dicevo non c’è stato un momento preciso in cui ho pensato “ok, voglio diventare un’artista”.


Quindi come hai vissuto il momento in cui sei diventata di fatto non solo una professionista, ma anche parecchio famosa?

Non è stato un shock, è una cosa che è successa molto gradualmente. Mi impegno per dare il massimo in quello che faccio, e sento ogni giorno di fare un po’ di strada: è andata così anche per il successo, mi sono dedicata gradualmente agli obbiettivi che raggiungevo. Se suono davanti a cinquecento persone, le accolgo e mi ci dedico, se suono davanti a cinquantamila faccio lo stesso. Sicuramente non sono partita con grandi aspettative. Quando sono arrivati i primi riscontri positivi l’ho accettato con gioia ed eccitazione, trovo fantastico che la gente apprezzi i miei dischi. Sono ancora più felice per il mio ultimo disco, che essendo una release indipendente è stata un’ulteriore scommessa. Ci abbiamo messo un sacco di impegno, e anche un sacco di soldi. Ma è giusto così. Sono viva, mi dedico a quello che amo.

Parliamo un po’ della situazione in Nigeria. Ci sono state le elezioni poco fa.

Sì, ha vinto Buhari, che è il primo presidente a venire dal nord della Nigeria. Sono tutti molto fiduciosi. Lo erano anche quando è stato eletto Jonathan, anche se durante i cinque anni sono successe un sacco di cose che hanno fatto perdere fiducia, dai problemi con il gruppo terroristico Boko Haram alle varie accuse di corruzione. Ora speriamo vada meglio, anche perché nell’ultimo periodo Boko Haram ha raccolto molti più consensi. Continua ad uccidere persone, e nessuno fa niente. Ovviamente speriamo che Buhari, sia in quanto presidente che in quanto musulmano, riesca a riportare l’ordine. Dobbiamo sentirci tutti responsabili però, perché questa crisi di stampo religioso dipende in gran parte dalla nostra mentalità: dovremmo cercare tutti di essere buoni cittadini, e non lasciare solo il nostro presidente nella lotta contro questi problemi. L’ostacolo più grande è la nostra mentalità. Viviamo in una società di stampo tribale, la popolazione è divisa in gruppi in conflitto fra loro, non si può dire che ci sia una vera e propria unità nazionale. Dobbiamo lavorare sulle nostre radici, e cercare di risolvere questo problema per dare speranza ai nostri bambini, e anche a noi stessi. Dobbiamo cambiare, svincolarci dalle nostre radici.

Hai cominciato a fare musica quando ti sei trasferita in Germania. Sicuramente sarebbe stato molto più difficile intraprendere una carriera come la tua in Nigeria.
Assolutamente sì. Non sono nata “con la pappa pronta”, non vengo da una famiglia ricca, e molto probabilmente non sarei riuscita a fare in Nigeria quello che ho fatto in Germania o altrove. Sicuramente da artista impegnata politicamente avrei avuto grossi problemi. Le cose stanno cambiando però, ultimamente molti artisti nigeriani si sono aperti a temi politici o sociali, fra questi molte donne. Si sono accorti che anche la musica può diventare un’arma contro l’ingiustizia. Questo però è successo ora, ed è già un cambiamento enorme rispetto a quando ho cominciato io dieci anni fa.

Come è visto dagli occhi dei nigeriani il ruolo che tu e la tua arte state svolgendo? Immagino che sia arrivata anche qualche critica.
Eccome. Sono anche quasi stata arrestata durante un concerto. Nella zona da cui vengo si concentrano le maggiori industri petrolifere, e portano grossi problemi di corruzione e inquinamento. Ho cominciato a parlarne sul palco per sensibilizzare il pubblico, oltre che cantarlo nelle mie canzoni. Così è arrivata la polizia e ha fermato il concerto. Questo è successo tipo cinque anni fa. Adesso le cose sono un po’ cambiate, e la gente è diventata più aperta al confronto e all’espressione in generale. Purtroppo però non basta, dobbiamo passare al livello successivo. Non possiamo starcene fermi ad aspettare che arrivi il cambiamento. Dobbiamo alzarci ed essere tutti parte di questo processo. Stanno cambiando un po’ di cose, ma per le donne è ancora molto molto difficile, ti assicuro.

Ti sei assunta una responsabilità bella grossa dicendo la tua su certi temi. La tua famiglia ha mai espresso un’opinione a riguardo? Qualche proverbiale “ma chi te l’ha fatto fare”?
La mia famiglia non si è mai sentita chiamata in causa su quanto riguarda la mia carriera, e lo apprezzo molto. Ho sempre fatto a modo mio…poi dai, non sono mica Che Guevara! Però sì, sono una donna schierata, e in una certa misura anche un attivista. Non sono stata granché giudicata perché sono la prima a non farlo, immagino. Anche se una volta ho avuto una discussione con mio papà in cui mi ha detto che non dovrei lasciarmi coinvolgere troppo dalla politica. Qualche amico anche, qualcuno mi ha detto «ma perché non fai mai una canzone allegra, leggera?». E ho seguito il consiglio in un certo senso, ho scritto My Love, My Love.

Criolo (un rapper brasiliano cresciuto in una favela) ci ha detto che non ha mai visto l’arte come un’occasione di riscatto sociale, e che l’unica via per la redenzione è un approccio disciplinato e rispettoso alle cose in generale. Tu come la pensi, dato che neanche in Nigeria la situazione è facilissima?
Hm..difficile! Dunque. Io penso che l’arte sia innanzitutto una forma di comunicazione, qualcosa che nasce dalla tua voglia di esprimerti, senza necessariamente fare troppo casino e senza troppe aspettative. Ecco, per me è come pregare. Quando preghi esprimi un desiderio, ti concentri su una cosa e non ti importa particolarmente quello che sta succedendo intorno. Poi…beh, è una domanda interessantissima, la mia risposta potrebbe durare anche due ore! Dunque. C’è anche un sacco di gente che si dedica all’arte solo per occupare il tempo. Le intenzioni possono essere molto diverse.

Per essere sana devi conoscere anche la follia

Per me la cosa più importante è l’espressione, visualizzare qualcosa e poi farlo. È un processo molto potente. Abbiamo bisogno di comunicazione esattamente come abbiamo bisogno di respirare. Poi certo, può essere anche un’occasione di riscatto sociale, o anche di terapia. L’unica cosa di cui sono sicura è che sia un processo assolutamente necessario. Poi dipende molto da cosa intendiamo per “arte”, altro concetto estremamente opinabile. C’è anche chi caga su un muro e dice “ecco, questa è arte”. Tutti possono definirsi artisti, perché riguarda la creatività, che è una cosa necessaria a ciascuno di noi. Per me è un modo di gestire la follia, l’irrazionale. La stessa follia che porta alcuni a creare le guerre e sganciare bombe. Ecco, io trasformo questa pazzia in creatività. Uso la mia follia per diventare sana in un certo senso. Per essere sana devi assolutamente conoscere anche la follia.

Anche un forma di preghiera hai detto. C’è stato qualche momento in particolare in cui hai sentito che le tue preghiere si sono avverate?
Beh, l’effetto della musica sulle persone è una cosa che possiamo osservare ogni giorno. Nel mio caso specifico sì, anche. Tanta gente vuole incontrarmi a tutti i costi, o mi scrive lettere bellissime. Ci sono addirittura donne che hanno chiamato le loro figlie come me. Ma non riguarda me in particolare. Riguarda l’amore, la verità. È una cosa molto bella e altrettanto forte, ha un impatto enorme su di me.

Immagino tu abbia vissuto queste cose prima da spettatrice. C’è qualche artista che ti emoziona particolarmente?
In realtà non sto ascoltando moltissima musica. Ascolto la natura. Ascolto il vento, ascolto il suono della pioggia. Questo mi emoziona.

My Fairy Tales suona molto più reggae dei precedenti. Ci racconti come è andata?
Mi sono trasferita a Parigi per studiare francese, lì ho conosciuto un sacco di gente interessante, fra cui molti musicisti. Abbiamo cominciato a suonare prendendo quella direzione, in parte è dovuto a quello. Poi ho sempre voluto fare un disco che suonasse così, che fosse fortemente legato alla musica africana e alle mie radici. Sono influenze che ci sono in tutti i miei lavori, qui credo siano solo molto più esplicite.

Vuoi darci qualche anticipazione sul prossimo?
Sicuramente uscirà un singolo a settembre, e forse un video. Il disco durante il corso del prossimo anno e…(ride) beh, sarà bellissimo!

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