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Nitro non potrebbe essere più sicuro di sé

E se potesse tornare a quella famosa finale di MTV Spit del 2012, questa volta vincerebbe lui, non Ensi.

Foto di Mattia Guolo

Foto di Mattia Guolo

Ero lì, tra il pubblico, quando nel 2012 Ensi vinse la finale del primo MTV Spit. La decisione dei giudici fu unanime, eppure nell’aria c’era il sentore che il torinese — re supremo delle rap battle — quella volta avesse faticato più del solito ad accaparrarsi la coppa. Dall’altra parte del ring, c’era un perfetto signor nessuno, un 19enne di Vicenza con un timbro da metallaro finlandese e una lingua affilata come una katana. Il talento c’era, solo che non sapeva ancora come gestire tutta quella rabbia, specie davanti a un vecchio volpone come Enzino.

Da allora Nicola “Nitro” Albera ha imparato a conoscersi meglio, piegando questo demone interiore al proprio volere e persino dialogandoci, come succede in V!olence, che nella tracklist dell’ultimo No Comment svetta per come riesce a essere cruenta ma senza ricorrere al metal come in passato. Ormai Nitro è diventato adulto e la cosa, parole sue, gli ha decisamente migliorato la vita. Se ne sta stravaccato su un divano all’ultimo piano della Sony a Milano, con l’espressione soddisfatta di chi ha appena superato una presentazione del disco in mezzo a 50 giornalisti e che quindi si può gustare il suo spritz.

Come stai?
Bene, il peggio è passato ormai. Il peggio è stato fare il disco, ora è tutto a posto.

È vero che sei cresciuto?
Mah, chi lo sa se sono cresciuto? Io ho solo detto che sono cambiato, poi non so se sono cresciuto oppure decresciuto.

Secondo me sei cresciuto, già solo dal fatto che il disco non è più incazzoso come gli altri. È più adulto.
È molto meno da ragazzino incazzato con il mondo e molto più da persona consapevole. Anche amareggiata e disillusa. Le cose cambiano. L’unico compromesso che ho sempre voluto è di rimanere vero. Capisci che il Nitro che parlava male delle ex—a 24 anni di cui tre di fidanzamento con una splendida donna che mi vuole tutto il bene del mondo—stona un po’?

Te lo sei imposto questo cambiamento?
No, è avvenuto. Siamo tutti in costante cambiamento, che lo vogliamo o no. Rimangono uguali i nostri principi, ma come creature comunque siamo in continuo sviluppo. Io sto avendo il mio. Chissà dove mi porterà, però sono contento di averlo ammesso. Sono veramente felice di aver ammesso a me stesso che si può cambiare senza sentirsi male con sé stessi. Non è vero che devi rimanere sempre lo stesso, sennò come fai a migliorarti? Cioè tu tutti i giorni mangi sempre pasta in bianco?

Purtroppo no. Anche a livello di skills sei cambiato comunque.
A livello di rap dici? Secondo me non sono mai migliorato. È solo che adesso sono molto più sicuro di me. Perché se guardi le chiusure, specie in Suicidol, ne facevo di molto più serrate. Quel disco è tutto in rima dall’inizio alla fine.

Se rifacessero quella finale di MTV Spit oggi, riusciresti stavolta a fare il culo a Ensi?
Sì, mi comporterei molto ma molto meglio in quella finale. Non lo riguardo neanche più quel filmato perché l’ho vissuta malissimo. Proprio perché mi sono detto per anni: “Cazzo, se ci fossi adesso su quel palco, con la sicurezza che ho accumulato dopo 200 concerti all’anno, adesso sarebbe tutto diverso”. Però sai una cosa? Senza quella sconfitta non ci sarebbe stato tutto questo. Pensa se solo avessi vinto Spit quanto diverso sarebbe stato Danger.

Completamente, perché ti saresti seduto sugli allori.
Bravissimo. E, anzi, forse ci avrei messo tantissimo a togliermi di dosso l’etichetta di freestyler. Invece nel mio caso ci ho messo poco. Quando hanno visto il mio livello di scrittura hanno subito capito tutti che ero più tagliato per scrivere pezzi. Sempre saputo. Però, oh, il freestyle è bello, è divertente, è la cosa più rap che ci esista al mondo.

Infamity Show (Prod. by Salmo) by NITRO on VEVO.

Ma secondo te ha ancora senso nel 2018 parlare di freestyle?
Guarda, stai parlando con l’ideatore e il conduttore di Mic Tyson [contest di rap, ndr], quindi il cervello mi dice una cosa e il cuore me ne dice un’altra. Il freestyle oggi è considerato molto poco e ha anche un po’ rotto i coglioni, un certo tipo di freestyle. Ne sono assolutamente sicuro. Per tenerlo vivo bisogna trovare un modo per rinnovarlo, rinfrescarlo e renderlo commestibile per le nuove generazioni. Che non ci sono abituate. Perché comunque sia, il freestyle ha questo grande paradosso: ormai ha un po’ asciugato i coglioni ma è anche la cosa più trasversale del rap. Mi spiego meglio. Se io rappo davanti a tua nonna che ha 85 anni e le faccio le rime in freestyle su come si prepara la parmigiana di melanzane, tua nonna mi applaude. Se le facciamo ascoltare una canzone, povera donna, non capisce un cazzo. Ecco perché le rime improvvisate sono importanti: sono trasversali e bisogna sfruttarle al 100%. Bisogna solo rinfrescare tutto ciò che riguarda il concetto di battle. Noi Mic Tyson lo facciamo così, col palco, ma perché è una serata, non un format di freestyle su YouTube. Se vogliamo fare un formate per la TV, io ti faccio il David Letterman Show per le rap battle, praticamente ti faccio Infamity Show. Comunque ora come ora a Yari [Ensi, ndr] potrei dare molto più filo da torcere. Lo rispetto tantissimo, soprattutto perché so che lui è stato al suo tempo quello che ero io. A 18 anni ha fatto il culo a tutti al 2theBeat ed è anche per questo che mi ha battuto: lui sapeva come si sentiva il ragazzino piccolo davanti a tutti i grossi e ne ha approfittato. E ha fatto bene, nel freestyle vale todo.

Amen.
E perché sono andato così pesante al Red Bull Culture Clash, anche forse esagerando un po’? Perché avevo quattro barre a disposizione e sapevo che non potevano rispondere. Loro se la sono giocata male facendo freestyle nonostante ci fossimo io e Lazzino [Lazza, ndr] e loro non potevano più ribattere. Dovevo spararla proprio grossa.

In ogni caso sono tutte esperienze, belle o brutte che ti hanno fatto bene.
“Mi ha fatto bene nonostante tutto”. Certo, che sia una fidanzata che ti ha lasciato, un parente che è morto, un amico che ti ha deluso oppure la finale di Spit che hai perso, mi ha fatto bene vivere tutto.

Ti hanno fatto bene anche tutte le serie TV che ti stai guardando?
Certo, guardo un botto di Netflix. Solo serie TV e documentari. Mangio documentari manco fossero caramelle. Su qualsiasi cosa. A volte mi annoto il nome di una persona e poi vado a vedermi il suo documentario, proprio per sapere tutto quello che ha fatto. Esempio, Frank Sinatra: conosci le sue canzoni e la sua voce ma non sappiamo che persona era, come trattava la moglie o cosa faceva il sabato sera. Puoi scoprire tutto con i documentari. Sono sempre stato un avido lettore ma il tempo ora più che mai non mi è amico, quindi il documentario è un buon compromesso.

Leggere ti aiuta un botto a dormire bene, se lo fai prima di andare a letto.
Eh ma se poi leggo e mi addormento io non mi ricordo più di dove sono arrivato. Non mi ricordo nemmeno cosa ho letto. Nel caso del documentario mi rimangono più facilmente impresse le immagini. Poi guardo tantissimi film e serie TV.

Black Mirror in primis, direi.
È la mia serie preferita.

Ti è piaciuta la quarta stagione?
Sì, ma cominciano a ripetere delle formule fisse che alla lunga danno un po’ fastidio: eternità e malessere. Verso la fine c’è sempre un elemento per cui tu sei sempre in sofferenza, in eterno. Tipo, l’omino incastrato nel dispositivo, quella copia digitale che diceva: “Fammi lavorare” nella puntata di Natale della terza stagione? Ci sono queste forme di immutabilità e inesorabilità: praticamente, l’inferno.

Più che altro una volta Black Mirror era tragicomico, quindi c’erano situazioni così al limite dell’assurdo che ti ritrovavi a riderci sopra.
Bravo! Ora è soltanto dissacrante e paranoico. E onestamente neanche troppo appropriato. Prendi *******SPOILER******la puntata della tipa che fa tre omicidi per nasconderne uno: lo stesso dispositivo che il perito assicurativo usa per leggere nella memoria, quello stesso dispositivo c’era già in altre due puntate ma fatto meglio. E poi è un thriller, non c’entra niente con Black Mirror.

Però, critiche a parte, questa serie ti piace abbastanza per dedicarle ben due pezzi sul nuovo album.
In realtà San Junipero era un pezzo unico, solo che era troppo lungo e non era coerente con la tracklist del disco. Un conto è Violence, che ha lo stesso titolo per due robe diverse. San Junipero lo volevo dividere ma non potevo proprio dargli due titoli diversi, quindi l’ho chiamato Parte 1 e Parte 2. Per il resto, è stato un consiglio anche dei miei colleghi. Non era un singolo, quindi me la potevo godere così com’era.

Sogni anche tu una storia d’amore come quella delle due ragazze nell’episodio di San Junipero?
Ma quella è la mia storia d’amore. Quello che è scritto in San Junipero, il male e il bele, le luci e le ombre: tutto. Solo che io e la mia donna non viviamo la nostra storia all’interno di un ambiente virtuale, un computer. Anzi, è l’esatto opposto di Black Mirror: qua c’è prima il coma e poi c’è San Junipero. Prima viene la parte brutta e poi “era tutto un brutto sogno, o almeno credo”. “E dopo mi sveglio e sei lì vicino” inizio così nell’altra.

Tu tra l’altro hai sempre questa teatralità nei tuoi dischi, ci metti sempre anima e corpo nell’interpretare mille personaggi fra le barre: hai mai pensato di tagliare corto e fare l’attore?
Ci sto già lavorando e voglio assolutamente farlo. L’attore è sempre stato il mio sogno sin da quando ero piccolo, ancora più di fare il cantante. Mi guardavo tutti i backstage. Per esempio so come è stato creato Matrix in ogni dettaglio e scena. Mi sono guardato tutti i documentari e i backstage al riguardo. Avevo pure imparato tutti i dialoghi e persino le mosse nei combattimenti. Essere un attore è bellissimo perché ti permette di essere chi vuoi, però allo stesso tempo non sei nessuno. Comunque come primo ruolo in assoluto comunque vorrei fare la parte di un muto, vorrei non recitare ma lavorare in assoluto sull’espressività del volto.

Ti piacerebbe più un ruolo comico o uno serio?
Non è detto, perché come vedi in Infamity mi viene bene anche fare il Will Ferrell del caso. Adoro quell’attore. Fai conto che per girare il video ho guardato Anchorman una volta al giorno, per una settimana.

Madonna, Anchorman è il film della vita. Però il secondo non mi piace.
Il secondo non me lo ricordo molto. Mi ricordo che faceva ridere ma non ricordo altro. Magari perché ero tutto fatto, chissà.

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