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Nitro: «‘GarbAge’ è un disco nostalgico e futurista»

Dopo ‘No Comment’ pensava di non avere più niente da dire. Poi, nel momento più difficile, è tornato a scrivere. Il rapper racconta il suo nuovo album, il rapporto con i social, la fine della dicotomia fra rap e trap

Nitro

Foto: Roberto Graziano Moro

Nitro è da sempre anni luce avanti, in tutti i sensi. È arrivato alla notorietà giovanissimo, a soli 19 anni, grazie alla sua partecipazione a MTV Spit nel 2013: oggi che ne ha 27 ha già all’attivo quattro album che per maturità, originalità e tecnica non hanno nulla a che invidiare a quelli di colleghi che lo superano di un decennio. Inoltre è una persona estremamente matura e intelligente, con moltissimi interessi e un solido background culturale e musicale. Dietro l’artista, insomma, si nasconde una testa pensante e un gran lavoro di costante perfezionamento. E GarbAge, il suo ultimo lavoro uscito pochi giorni fa, è uno step ulteriore nel suo percorso di crescita e arricchimento: grazie anche al contributo di Stabber – innovativo produttore hip hop che non ha mai nascosto il suo smodato amore per altri generi, come il rock e l’elettronica – ha realizzato un disco che c’entra poco con la trap italiana o il rap puro e semplice, ed è più facilmente paragonabile ad avanguardie come Young Fathers o Slow Thai, o al Kanye West di Yeezus. L’unica sfiga è che esce in un periodo davvero infausto, quello in cui il coronavirus ha paralizzato il Paese, rendendo molto più complicato promuovere questo lavoro come meriterebbe (tant’è che questa intervista si svolge al telefono e non dal vivo, come avremmo sperato). «Ma sto approfittando di questa pausa globale per portarmi avanti e chiudere nuovi progetti», spiega Nitro, «e sto già pensando a dei modi per fare sentire la mia vicinanza ai miei ascoltatori, anche solo con una diretta streaming».

Prima, doverosa domanda: come ci si sente, a pubblicare un disco a cui hai lavorato così tanto in un momento come quello attuale?
Un po’ spaesati, ovviamente, perché in questo momento dovrei essere in giro per l’Italia a stringere la mano a migliaia di persone e ad ascoltare in prima persona cosa pensano di GarbAge: e invece niente instore o conferenze stampa. Sono convinto, però, che esca proprio nel momento in cui sarebbe dovuto uscire, quello in cui la gente si sente più sola e ha bisogno di compagnia. E questa è anche la dimostrazione del fatto che delle vendite me ne frega relativamente, perché mi sono tagliato le gambe da solo! (ride) Per me, però, era più importante che fosse ascoltato adesso, la musica conta più del portafogli.

Ecco, parlando di musica: è un album con un sound molto particolare…
Abbiamo cercato di metterci dentro tutto ciò che ancora non c’era, dandogli una forma e una freschezza nuova. Il fatto che sia stato molto apprezzato dai miei colleghi mi fa capire che abbiamo lavorato nella direzione giusta, anche se magari il pubblico non è ancora del tutto pronto a sentire questo tipo di sonorità in italiano. Sono molto personali, e anche molto azzardati e rischiosi per come la gente percepisce la musica hip hop: ormai esistono solo due schieramenti, quello del rap e quello della trap, e questo incessante confronto tra le due cose è un po’ nauseante, alla lunga. Volevo fare un disco che non si potesse etichettare, in cui ogni canzone appartenesse a un genere nuovo e diverso, la GarbAge Music. È come il bidone della spazzatura: dentro ci trovi davvero di tutto.

Parli al plurale perché per questo progetto hai lavorato gomito a gomito con Stabber, giusto?
Esatto. Con Stabber ci conosciamo da tanti anni, è stato tra i primissimi a credere in me quando ancora non ero nessuno, ma è stato Slait a suggerirmi di provare a lavorare insieme. Come prima cosa mi ha chiesto una lista di tutta la musica che apprezzo, e oltre a mettere i miei ascolti rap più recenti, ho inserito anche tutto ciò che ascoltavo da ragazzino, negli anni ’00: Korn, Portishead, Nirvana, Nine Inch Nails, NOFX, Daft Punk, Depeche Mode, Chemical Brothers. Artisti con le palle quadrate, sia in studio che sul palco, che non erano minimamente concentrati sull’immagine, e non avevano paura di farsi fotografare con i jeans o la tuta con cui andavano a fare la spesa. GarbAge in questo senso è abbastanza nostalgico, ma allo stesso tempo è molto futurista: riprende ciò che esisteva in passato e lo ripropone in chiave avveniristica.

Della musica di oggi, invece, cosa pensi?
Dovrebbe elevarsi un po’, forse. Sono quattro anni che escono solo singoli molto semplici, e non parlo solo di contenuto. Mi va benissimo se fai un pezzo in cui mi parli di quanto ti piace alzarti la mattina e fumare, perché anche a me piace fare la stessa cosa. Certo, però, che se fai interi dischi che parlano solo di quello, dopo un po’ mi chiedo se non ti piaccia un po’ troppo… (ride) Vale lo stesso per gli arrangiamenti: sono sempre meno complessi, sempre meno stratificati. Sentire una chitarra e un basso che suonano insieme è quasi diventato una rarità, e la struttura è sempre identica. Noi, invece, ce ne siamo fregati: alcuni pezzi cambiano completamente atmosfera a metà, ci sono strofe da 32 barre e strofe da 8 o da 4. Abbiamo cercato di rendere l’insieme molto variegato.

Nella title track, che è anche la prima traccia del disco, esprimi concetti molto forti. Tre barre su tutte: “Bella la vita da ricco e famoso / Ma il compleanno lo passo da solo / Dopo che ho visto quelli che pensavo i miei eroi dimostrarsi gli stronzi che sono”.
In quel pezzo, e in generale in tutto il disco, non c’è niente di simbolico: tutto ciò che ho raccontato è vero, a differenza dei dischi precedenti, in cui magari la mia età mi spingeva a parlare per metafore per edulcorare la realtà. Ho perso molti amici nell’ultimo periodo. Forse dipende dal fatto che all’improvviso mi sono reso conto che i soldi cambiano tutti, sia chi ce li ha che chi non ce li ha. Mi è capitato di ritrovarmi disilluso per come si sono comportate alcune persone. E magari anche i miei ascoltatori rimarrebbero delusi, conoscendo il vero me.

Un’altra citazione da GarbAge: “Nemmeno la coca mi ha tolto la fame”.
Non vado particolarmente fiero di nessuno dei miei comportamenti sbagliati, che ho denunciato apertamente nel disco. Quello che ho scritto, l’ho scritto per esorcizzare il passato: è un elenco dei problemi e delle difficoltà che ho avuto negli ultimi tre anni, da quando è uscito No Comment, e in un certo senso è anche un elenco di tutti i motivi che mi hanno poi spinto a scrivere GarbAge. Il ritornello dice che siamo tutti una pila di immondizia, e partendo da quella consapevolezza mi sono reso conto che, anche con tutti i miei errori, posso comunque rimettermi in gioco, migliorare e spaccare tutto.

Come mai sono stati tre anni difficili?
Per tanti fattori diversi. Ho avuto un sacco di problemi con la mia casa a Milano, ad esempio, e ho passato un anno intero a cercare di districarmi tra pratiche burocratiche, mutui, banche, commercialista, commissariato, senza letteralmente avere il tempo di scrivere neanche una barra. In più ci sono state tutte le circostanze citate prima, e molte altre. Sono uno che somatizza molto, e a un certo punto ero arrivato addirittura al punto di non voler più fare musica, perché sentivo di non avere più nulla da dire. Forse crescendo ti rendi conto che sei diventato adulto e sarà sempre peggio, avrai sempre più cazzi e più acciacchi, e devi solo ringraziare di essere vivo… (ride) Non sono una persona abituata a piangersi addosso, però, quindi non ne ho parlato più di tanto: mi sono limitato a fermarmi fino a quando non ho sentito di nuovo il bisogno fisico di creare. E un bel giorno, quando stavo particolarmente male, ho ripreso la penna in mano e ho ricominciato a scrivere.

Qual è stato quel primo pezzo che hai scritto?
Cicatrici. Volevo scrivere un pezzo completamente diverso da tutti gli altri, che non fosse neppure identificabile con il rap, come genere.

A proposito di rap, in Okay?!? a un certo punto parte una frecciatina nei confronti di Esse Magazine, uno dei principali canali social che si occupano della scena, che nel 2019 ha premiato quelli che a suo giudizio erano stati i migliori rapper e dischi dell’anno, sollevando un polverone. Dici “Provo a darci un senso come ai premi di Esse Magazine”, è una frecciatina o un dissing?
Sostanzialmente, una constatazione. Sia chiaro, apprezzo il loro lavoro editoriale: i loro articoli, soprattutto quelli sul rap americano, sono davvero interessanti, e da ragazzino sarei stato felice di poter usufruire di una realtà del genere. Mi riferivo solo ai loro premi: ai tempi non sono stato l’unico a essere un po’ perplesso e a pensare che si sarebbero potuti risparmiare quella cosa. Vorrei solo rassicurare i ragazzi di Esse che non ce l’ho con loro: non prendetevela!

Sempre rimanendo in tema di social, in No Privacy / No Caption Needed parli del meccanismo che spinge molti fan a cliccare sul tasto “unfollow” se non pubblichi contenuti in linea con le loro aspettative…
GarbAge non è un album che prende posizione, ma fotografa quello che succede in questo secolo, anche se ovviamente attraverso la mia personalissima lente. In quel pezzo dico “che il mondo è al tracollo e rischio l’unfollow” perché mi è successo davvero: ho cominciato a postare link sull’Amazzonia che andava a fuoco, sui diritti delle donne e degli oppressi e su altre cause civili che mi stanno a cuore, e ho cominciato a vedere il numero di follower che calava. Ho il mio spazio pubblico, e non vedo perché non dovrei usarlo per sensibilizzare la gente ad aiutare gli altri: però molti finiscono per pensare “Meglio non postare niente di importante, che sennò c’è sempre qualcuno che si offende”, e in pratica si autocensurano. La cosa paradossale è che se dici le stesse cose nel testo di un pezzo, sembra quasi che la gente non se ne accorga, mentre se le posti sui social, improvvisamente si rendono conto di come la pensi.

C’è speranza di risalire la china come genere umano, secondo te?
Penso di sì. Ne parlo in Libellule, l’ultima traccia dell’album: se riuscissimo a fonderci con la tecnologia, a usarla come un’estensione della nostra anima e non per vomitare il nostro ego, sarebbe una gran cosa.

Conoscendo la tua passione per fantascienza e distopie (Nitro in passato ha intitolato due suoi brani San Junipero, come il celebre episodio di Black Mirror, ndr), quando parli di “usare la tecnologia come un’estensione della nostra anima” parli in senso metaforico o letterale?
In entrambi i sensi: da qualche parte del mondo stanno già lavorando all’ipotesi di salvare la tua anima in un hardisk per uploadarla in un corpo nuovo. Certo, come ipotesi fa un po’ paura, ma ci darebbe la possibilità di vivere per più tempo e di capire più cose. La tecnologia è sempre un’arma a doppio taglio. Diciamo che, se dobbiamo parlare di distopie, preferisco che l’uomo si fonda con la macchina diventando un essere super-intelligente ed efficiente, piuttosto che vedere che le macchine diventano super-intelligenti in autonomia arrivando prima o poi a surclassare l’uomo. Paragonato a questo, diventare un cyborg ci sta!

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