Nino D’Angelo: «Ho rivoluzionato la canzone napoletana, ma non sono un neomelodico» | Rolling Stone Italia
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Nino D’Angelo: «Ho rivoluzionato la canzone napoletana, ma non sono un neomelodico»

La cultura della povertà, i film di cassetta, le delusioni a Sanremo, l’amicizia con Dalla e De Gregori, la rivalità con Gigi D'Alessio, la ricerca della propria identità: storie del «poeta che non sa parlare»

Nino D'Angelo

Foto: Pino Polesi

«Non volevo fare più dischi, ma ricantare i miei bei pezzi che non avevano avuto successo, quelli piaciuti anche agli intellettuali. Poi Jorit mi ha dedicato un murales nel mio quartiere, San Pietro a Patierno, e le persone sono state così carine che mi sembrava di abbandonarle se non avessi tirato fuori un progetto di inediti. Così ho inciso questo lavoro, per regalarlo a loro: volevo dare alla gente questa fatica. E dico fatica perché è stato difficile realizzarlo durante la pandemia, scrivere di vita, con la morte vicino. Il primo pezzo, quello che sto promuovendo, è Voglio parlà sulo d’ammore: rappresenta il momento in cui ho deciso di scrivere, che ha coinciso con la voglia di rilassarmi un po’, nonostante il virus».

Nino D’Angelo è un fiume in piena quando racconta Il poeta che non sa parlare, un progetto discografico, letterario e live. L’ex caschetto biondo della musica pop napoletana è da sempre l’incarnazione stessa di Napoli: unisce la povertà e la ricchezza, l’ordine e il disordine, il popolo e gli intellettuali. Perché il capoluogo campano è questo: tante anime che convivono, tante storie che si mescolano, si contaminano, inglobano e rigettano sotto nuova forma tutto ciò che arriva dall’esterno, dopo averlo masticato e digerito. D’Angelo si è fatto masticare e digerire più volte, è stato, suo malgrado, idolo dei teenager partenopei e artista cult dei radical chic. Una vita, cento vite, direbbe Caterina Caselli. Ed ecco che lo scugnizzo smilzo è, adesso, un signore passato indenne attraverso gli anni. Fino a qui, fino a un disco realizato durante la pandemia.

Nino, togliamoci subito il dente: hai lavorato a questo album mentre eravamo chiusi in lockdown, che ne pensi dei no vax e no green pass?
Penso che certe persone lo facciano perché hanno paura della siringa, ma questo fatto, magari, porta voti…

Cioè?
La vedo come una cosa politica e un po’ sporca.

Spiegati meglio.
Abbiamo avuto una politica irresponsabile: ha fatto cadere il Governo mentre c’erano tantissimi morti. È stata un’imprudenza unica. La gente era confusa, vedeva medici che non si facevano il vaccino…

Tu lo hai fatto?
Siamo vaccinati io e la mia famiglia. Ho promosso una campagna per fare immunizzare la gente, perché ci si vaccina per sé, ma pure per rispetto degli altri. Poi perché uno si deve vaccinare e un altro no? Volevamo tutti il vaccino all’inizio, ora che è arrivato non lo vogliono più? Io faccio quello che mi dicono i medici che ne sanno più di me, altrimenti dovrei avere paura ogni volta che prendo un medicinale: se ho mal di testa, uso la pillola per stare meglio.

Archiviamo la questione vaccini e parliamo del tuo lavoro Il poeta che non sa parlare. Perché questo titolo?
L’ho rubato alla mia maestra di scuola, la professoressa Vitale. Quando facevamo i temi scrivevo contenuti molto forti, ma grammaticalmente, come adesso, non avevo un grande lessico. Pianse su una cosa che scrissi su mio padre. Mi disse: «Tu sei un poeta che non sa parlare, arrivi al cuore anche se ti esprimi male». Così ho usato questo titolo, molto poetico.

Con la scuola non andavi d’accordo, nel libro ammetti di aver superato l’esame di terza media solo perché il prof di francese ti fece intonare la Marsigliese.
Non andavo d’accordo con la scuola, ma neanche la scuola andava d’accordo con me. A casa mia l’istruzione era un optional, non potevamo permettercela. Così, a 13 anni, mi misi a cercare lavoro. A Napoli la vera fatica era trovare un’occupazione, che non si trovava mai.

Parli anche di cultura della povertà. Che cosa intendi?
Ci sono poveri e poveri. La povertà, da me, era di casa, si svegliava con noi.

Come la vivevi?
Non lo accettavo, la sentivo come un’offesa. Eravamo poveri veramente, ma non solo io, anche gli amici miei. Pensa che facevamo la gara a chi era più povero, non a chi aveva di più. La cultura della povertà è l’abitudine a esserlo. Mi dicevano «Nuie simme poveri e tu t’aia abitua’ a essere accussì». Mio padre per farmelo capire mi portò davanti a una bicicletta nuova e bellissima. Mi chiese: «Ti piace?», io felicissimo risposi «Sì». E lui: «Questa non la potrai avere mai». La povertà era proprio un fatto culturale.

Combatti la povertà anche con il sogno di fare il cantante, una carriera che tuo padre ha un po’ osteggiato.
Mio padre non credeva al merito, ma alla raccomandazione. Pensava che, in qualunque posto si andasse, ci voleva l’aiutino. Non avevamo la possibilità per aver qualcuno che ci raccomandasse, perché pure quello costava. Mi diceva che non poteva darmi una mano.

Poi?
Subentrò mia mamma, la vera padrona della casa. Disse a mio padre che dovevo fare quello che volevo. Lui acconsentì dicendo «I’ nun te pozz’ da’ niente oltre o’ bene ca’ te voglio, ma tutto quello che guadagni te lo puoi tenere. E fai quello che vuoi tu».

Un bel gesto alla fine…
Se pensi che lui aveva aspettato prendessi la licenza media per andare a lavorare…

Quindi arrivi alla Galleria Umberto I di Napoli dove si poteva trovare lavoro nella musica.
Sergio Bruni, icona della musica napoletana, quando entrava in Galleria, dove c’era un mercato di artisti e impresari, diceva: «Questo è il cimitero dei cantanti». Iniziai a esibirmi al ristorante A’ Finestrella di Marechiaro dove facevo la posteggia (esibizioni per strada o per gli avventori di ristoranti, ndr).

Quando arrivarono i matrimoni?
Per entrare in quel giro bisognava fare la gavetta. Quando si faceva un provino come cantante, si doveva andare a un matrimonio esibendosi, ma non dicevano mai se si era andati bene o male. Mi trovavo a fare pure dieci cerimonie, senza vedere un soldo, perché era sempre un provino.

Come sei uscito dell’impasse?
Andai da questo impresario e chiesi «Scusi, ma io canto bene o male?».

E lui?
Disse che ero un bravissimo cantante, ma non avevo il fisico. Risposi: «Che cazzo c’azzecca il fisico con la canzoni? Mica devo fare gli sfratti!». Allora, visto che gli ero simpatico, mi consigliò, per la faccia che avevo, di cantare di guai, brani drammatici. Pur di lavorare così feci: interpretavo canzoni di sceneggiate, dove morivano il padre, la madre, morivano tutti. Fatto sta che iniziai ad avere più ingaggi.

Nel libro citi anche Patrizio, un cantante napoletano molto famoso negli anni ’70. Che successe?
È morto di droga. Ha iniziato prima di me e ha rappresentato gli anni ’70. Quando ho iniziato con ‘Nu jeans e ‘na maglietta lui era già in fase discendente per colpa delle sostanze stupefacenti.

A te la droga non t’ha mai sfiorato?
Assolutamente no. Io prendo lo Xanax da quando sono nato, altro che droga! Vivo di paure e quando me la facess ‘na siringa? La mia droga, il mio tutto è stata la musica: mi ha fatto diventare uomo, padre, mi ha salvato la vita.

Però c’è un momento, prima di diventare cantante pop napoletano, in cui sei stato male e ti hanno paventato la possibilità che non avresti più cantato.
Una mazzata arrivata quando stavo toccando il cielo con un dito. È stato il momento più brutto della mia carriera. La morte di mia madre, invece, è stato quello più brutto della mia vita.

Restiamo sulla carriera. Quando ti hanno detto che, forse, non avresti più potuto cantare che hai pensato?
Quando sei qualcuno tutti vogliono qualcosa da te, ma quando hai bisogno di qualcosa tu, forse non trovi nessuno. Io avevo solo la mia famiglia.

Come hai reagito?
Con i primi soldi avevo preso impegni, comprato la cucina nuova a mia madre, fatto debiti. Non potevo più pagare: le entrate sarebbero state pochissime. Fortunatamente arrivò un discografico da Milano che amava le cose che facevo, mi ha fatto un contratto, il Signore mi ha aiutato e ho potuto ricantare. Grazie anche alla gente che mi vuole bene.

Nel libro ti definisci neomelodico per caso quando, dopo il rischio di non cantare più, hai iniziato a esibirti col celeberrimo caschetto biondo. Ma recentemente su Facebook hai preso le distanze da quel mondo lì…
Non sono neomelodico perché sono il primo che ha fatto, nel bene e nel male, una rivoluzione nella canzone napoletana.

Ah sì?
Quando ho iniziato a interpretare i brani col caschetto, i cantanti napoletani parlavano di malavita, quello che fanno in Gomorra lo facevano nella sceneggiata, ma non volevo essere l’erede della sceneggiata, come mi definì Mario Merola a Domenica In. Solo che Merola era un grandissimo e sarei stato secondo per una vita. Lo reputavo troppo grande e decisi di cambiare genere. Invece di cantare di morti ammazzati, decisi di cambiare look, abbandonando pezzi strappalacrime, in favore di poesia e amore acqua e sapone, l’amore da ragazzini.

Come mai?
Nessun se ne fregava dei giovani, li ho avvicinati io alla musica napoletana. Il problema è che non sapevano dove collocarmi, sono stato sempre provvisorio nella vita. Sono nato provvisorio.

Ma torniamo ai neomelodici.
La parola neomelodico nasce negli anni ’90 quando avevo tolto il caschetto e iniziavo a trasformarmi, facendo cose più impegnate. Posso essere stato una radice e i neomelodici si sono appropriati di una parte di questa radice. Ho inventato il genere senza volere, ma quando è nato io facevo Senza giacca e cravatta e non è una canzone neomelodica, così come non lo è la colonna sonora di Tano da morire con la quale ho vinto il David di Donatello e il Globo d’oro. Poi ci sono tantissimi bravi cantanti.

Li hai pure inseriti nel disco tuo disco. Penso a Emiliana Cantone in Ammore è dà.
Esatto. Però forse gli cambierei nome.

Perché?
La parola neomelodico è diventato un contenitore dove ci sono troppe cose dentro, si fa di tutta l’erba un fascio. Ora se canti napoletano sei considerato neomelodico, non esiste più il cantante napoletano, quando si parla di musica partenopea si parla sempre di neomelodici. Sono 20 anni che non esistono più cantanti napoletani?

Capisco che intendi, però tu hai iniziato con i matrimoni come fanno i neomelodici…
Sì, vero, ma sono 40 anni che non li faccio. L’unica cosa che non sta né in cielo né in terra è che dopo 15 anni mi hanno messo in questo calderone. Questo nome non ha più il significato di nuova melodia, ma adesso, chi canta canta, viene definito neomelodico. Il neomelodico è un mestiere libero, chiunque si può alzare la mattina, fa una canzone e dice di esserlo.

Ma i neomelodici ti piacciono?
Certo. Non tutti, ovviamente. Anche perché pure lì bisogna capire.

Cosa?
Non so se loro vogliono sentirsi chiamare neomelodici. Mi viene in mente Rosario Miraggio, un bravissimo cantante. Bisogna chiedere a loro se amano definirsi così, ma ad alcuni di loro dà fastidio siano tutti neomelodici, sia i bravi sia i non bravi.

Chiaro.
Poi, attenzione, essere neomelodici non è un’offesa, ma semplicemente io non lo sono. Mi sono esibito ai matrimoni, ma neomelodico è un’altra cosa.

Capito. Arriviamo a Sanremo che è un po’ la tua croce e delizia.
Sanremo è Sanremo. È un’esperienza bella e tutti, anche se ne parlano male, ci vogliono andare: si tratta di una grande vetrina e, se si ha un pezzo bello, il festival porta fortuna. Al di là della classifica. Vasco, ad esempio, è arrivato tra gli ultimi. Per quel che mi riguarda il più interessante è stato nel 1986 quando ho portato Vai.

Come mai?
Sono arrivato là e non si sapeva chi fossi. Mi hanno preso per la popolarità derivante dai film di cassetta. Ho patito molto quell’edizione, mi morì pure l’ufficio stampa…

Cioè?
Quando mi dissero che dovevo avere l’ufficio stampa, pensavo di dover prendere un ufficio in affitto. Poi capii che dovevo farmi seguire da un bravo ufficio stampa per frenare tutta questa cosa…

Frenare che cosa?
Quando si parlava male di musica, si parlava di me. Non sapevano dove mettermi: ero una mina vagante della musica. Con quel caschetto, però, sono riuscito a fare tante cose, forse qualcosa di buono l’ha fatto.

Ma in che senso morì l’ufficio stampa?
Una settimana prima, era malato.

Quindi eri da solo in balìa delle critiche.
Esattamente, e non sapevo difendermi. Improvvisamente mi sono trovato in questo circo mediatico che non sapevo usare. Sanremo ti usa, ma si può anche usare.

A Sanremo ci rimanesti male perché, nel 2010, eliminarono la tua Jammo jà interpretata in coppia con Maria Nazionale.
Ci eliminarono e fecero passare Pupo e il principe Emanuele Filiberto che avevano una canzone bruttissima (Italia amore mio, ndr). E poi dicevano che non avevo mai cantato in napoletano al festival, mentre mi ero già esibito.

Che mi dici della rivalità con D’Alessio?
Gigi ha detto che, per farsi conoscere, visto che ero popolare, se la prendeva con me.

Motivo?
Così tutti quelli a cui non piacevo se li pigliava lui. Ma detto così, simpaticamente. Poi, verso il pubblico, diventò una rivalità creata ad arte da Mario Merola che, quando litigava con Gigi, veniva da me e, quando litigava con me, andava da Gigi.

Quindi chi preferiva?
Ci amava a tutti e due. Io da ragazzino stavo a casa sua e Gigi accompagnava i suoi concerti.

Ti sei spesso sentito rigettato da Napoli. Ad esempio non sei stato chiamato per il concerto-tributo a Pino Daniele.
Non hanno chiamato né a me né a Gigi.

Tra l’altro, tu che sei stato anche il volto di Napoli nel mondo, faticavi a trovare posto nella tua città.
Quando avevo il caschetto, negli anni ’80, a Napoli non mi permettevano di esibirmi nei teatri che davano agli altri artisti, mentre all’estero cantavo a Wembley, all’Olympia, al Brooklyn Academy of Music.

Dov’erano i tuoi live all’epoca?
Al Teatro Arcobaleno di Secondigliano che ho sempre amato e mi ha dato da mangiare.

Come mai questa avversione per te, te la sei mai spiegata?
Era una cosa politica. È successo pure al San Carlo, ma alla fine mi fecero esibire perché stavano sbagliando. Il maestro De Simone, inizialmente, diceva che non potevo tenere un concerto perché era un teatro lirico e io facevo pop. Altri artisti, come Baglioni, però avevano fatto live lì. E fu proprio grazie allo stesso maestro De Simone, cui sarò grato per tutta la vita, che hanno capito che stavano facendo una brutta figura: è stata una grande rivincita.

Che ne pensi, dei giovani artisti che trovano il successo con glorie evergreen come Orietta Berti con Fedez e Achille Lauro e Ornella Vanoni e Colapesce e Dimartino?
Sono molto contento per Orietta che, quest’anno, è stata la numero uno. È bello mettere interpreti veri in pezzi dove si rappa. Io nel mio disco lo faccio con Rocco Hunt in Chillo è comm’a te. Ho fatto il contrario: il vecchio che ospita un giovane. Sono sempre al contrario.

Andrai a Sanremo?
Dipende se mi propongono qualcosa, magari qualcuno di questi giovani crea qualcosa e potrebbe chiamarmi. Mai dire mai, se arriva una canzone bella…

Direttore artistico e conduttore lo faresti, invece?
Ho fatto il direttore artistico di un teatro, farlo del festival non è una cosa semplice, ma se ci fosse l’occasione, se avessi una bella squadra, la coglierei.

Tra i nuovi cantanti chi ti piace?
La gioventù mi piace tutta. I giovani sono la mia vita, sono il futuro. Li guardo con rispetto, ho fatto la mia storia, ora devono farsela loro. Ma non ho competenza nel rap e non saprei scrivere un pezzo del genere.

Diplomatico. Ci sarà qualcosa che non ti piace…
Dico solo che non mi piacciono le canzoni con le parolacce dentro.

Ti hanno mai proposto un talent show?
Un’emittente importante mi chiamò per fare un talent sui neomelodici: volevano mettessi la mia immagine a disposizione di questa cosa, ma non mi piaceva.

Perché?
Non saprei mandare qualcuno a casa.

Amici e X Factor ti hanno mai cercato?
No, mai, assolutamente no.

‘Il poeta che non sa parlare’ di Nino D’Angelo, disco e libro

Nella tua carriera chi ti ha aiutato? Qualcuno che ricordi con affetto…
Lucio Dalla l’ho amato molto e mi ha dato tanto. Ci ho fatto il Capodanno a Napoli. Mi voleva bene, mi stimava, veniva ai miei spettacoli. Mi fece cantare sulla montagna di sale di Mimmo Palladino a Piazza del Plebiscito. L’ho frequentato, ha detto cose belle di me e mi ha incoraggiato se sentiva polemiche sul dialetto. Ho conosciuto pure De Gregori, grandissimo personaggio, sono anche andato a casa sua. È pure un bravo cuoco.

Che ti ha cucinato?
Aveva un grande stile nel cucinare: ha tirato fuori gli spaghetti dalla busta con un colpo secco sul tavolo, come fanno i grandi cuochi.

Chi ti ha fatto rimanere male, invece?
Mi ha fatto pigliare collera Panariello. Io uscivo dalla depressione, lui aveva un programma in prima serata e avevo fatto uscire il più bel disco della mia carriera: Terra nera. Non avevo fatto nessuna partecipazione televisiva per dare spazio alla sua trasmissione: se fossi andato da qualche altra parte, non avrei potuto esibirmi nello show di Panariello (Torno sabato, ndr). Invece, tre giorni prima del mio intervento, mi dissero che la spostavano alla settimana successiva. Ci rimasi male e non volli più fare quel programma. Fu una delusione. Però non ci sono artisti con cui mi sono trovato male.

Questo disco lo porti in tour?
A marzo riprendiamo le date in programma a novembre.

Ti sei mai chiesto perché la gente ti ama così tanto?
Io non sono nato per vivere, ma per crescere. E cerco di trasmettere le mie esperienze alle persone come me, che non sanno. La gente questo l’ha capito e mi apprezza.

Ma oggi chi è Nino D’Angelo?
Nun lo sacc’ manco io, mi hanno confuso la testa. Di fatti cerco il terzo Nino D’Angelo, quello con il caschetto l’ho conosciuto, poi ci sono io, ma quello di oggi chi è? Sono alla ricerca di me. Avevo due psicologi per capire questa cosa, ma sono tutti e due in ospedale in mano ad altri specialisti (ride di gusto, ndr). Chi mi cura a me esce pazzo pure iss’.

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