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Nilüfer Yanya, la vita indolore

Cresciuta in una famiglia d'artisti, l'inglese ha rifiutato di entrare in una girl band per fare le cose a modo suo. In 'Painless' (e nei prossimi giorni in concerto in Italia) canta come superare gli ostacoli. Il suo mantra: "Finché non cadi è indolore"

Nilüfer Yanya

Foto: Molly Daniel

Nilüfer Yanya ha un dono raro: riesce a tradurre perfettamente in musica quella sensazione di scollamento dalla realtà che tutti noi sperimentiamo, prima o poi. Il suo sound, curato in maniera maniacale – il produttore con cui lavora da sempre, Wilma Archer, è lo stesso di progetti all’avanguardia come Slime o Pyramid Vritra – è sempre leggermente fuori fuoco e dissonante, come se non riuscisse mai a coincidere davvero con la dimensione del qui e dell’ora. «Grazie, lo prendo come un complimento!», esclama allegramente lei in collegamento via Zoom da Londra, la città dove è nata e cresciuta. E in effetti lo è, perché se da una parte le sue canzoni ti disorientano, dall’altra hai voglia di perdertici ancora di più. L’artefice, però, non sa spiegarsi bene cosa abbia plasmato il suo stile. «Non sono mai del tutto consapevole del processo che mi porta a fare qualcosa. Non esiste giusto o sbagliato quando scrivi una canzone, non devi per forza giungere a una conclusione: l’unica cosa che devi fare davvero è continuare a esplorare. Vado per tentativi, tutto qui». Questi tentativi si traducono in due apprezzatissimi album, Miss Universe del 2022 e Painless del 2022: il pubblico italiano potrà finalmente ascoltarli dal vivo il 25 ottobre a Milano e il 26 a Bologna.

La sua è una famiglia di creativi: il padre (di origini turche) è un pittore e artista grafico i cui lavori sono stati esposti anche al British Museum, la madre (irlandese-barbadiana) è un’apprezzata textile designer, la sorella maggiore firma tutti i suoi videoclip e la minore è una delle sue coriste. Lo studio dove registra abitualmente è di suo zio. «Non capita spesso di poter condividere così tante passioni con i propri parenti, anche se questo l’ho capito solo crescendo. Sono molto vicina a tutti loro, e condividere il lavoro è un modo per essere ancora più vicini. Di solito quando diventi grande ti allontani un po’ dalla famiglia di origine, hai una vita piena e li vedi solo nei weekend o alle feste comandate. Così, invece, non rischiamo di perderci mai».

Nilüfer ha sempre voluto fare musica. «È una decisione che ho preso quando avevo 11 anni o giù di lì, quando ho cominciato a suonare la chitarra», ricorda. «Non lo dicevo in giro, però: era qualcosa che sapevo nel profondo, ma non era un vero e proprio sogno». Cresce ascoltando la scena indie rock inglese, ma con la segreta convinzione che non potrà seguire le orme dei suoi idoli. «Oggi c’è molta più parità di generi nella musica, rispetto a una volta». Un tempo nel rock c’erano davvero poche donne, apparentemente. O meglio, in realtà ci sono sempre state, ma non avevano abbastanza visibilità, dovevi andartele a cercare».

In compenso il pop inglese dell’epoca è dominato da prodotti a traino femminile: dopo qualche anno di militanza nella scena underground inglese e di canzoni caricate su SoundCloud le propongono di entrare a far parte di un girl group, uno di quelli in cui le ragazze cantano armonizzando e outfit e coreografie sono perfettamente coordinati. Nilüfer rifiuta. «Non mi è mai interessato quel mondo, mi era sembrata una cosa buttata lì a caso», afferma decisa. «Non era adatta a me, e oltretutto, come se non bastasse, mi sembrava il genere di situazione che è destinata a finire male. Se cresci in questo ambiente senti continuamente storie del genere: gente che firma con un’etichetta e poi viene scaricata subito dopo».

Nel frattempo non smette di coltivare la sua unicità, e ben presto ne raccoglie i frutti, sotto forma del suo primo album Miss Universe, incensato dalla critica. Quando arriva il momento di realizzare il secondo, però, il lockdown taglia fuori bruscamente ogni fonte di ispirazione possibile. «Non ho scritto niente per più di un anno: la vita era così noiosa e piatta, e non capivo perché non riuscissi a esercitare come sempre la mia creatività». Quando finalmente ricomincia, ha difficoltà a mettere in fila i pensieri.

Stabilise è una canzone che parla proprio di quel periodo: “I’m going nowhere”, non sto andando da nessuna parte, ripete ossessivamente Nilüfer. «Ci è voluto un po’ per raffinare la parte musicale, ma ci è voluto ancora di più per il testo, perché non ero molto convinta fosse significativo. A un certo punto ho deciso di lasciare andare le cose per la loro strada e smettere di cercare di migliorarla. Ha una strana energia, perché è stata scritta in un periodo in cui a Londra c’era ancora in vigore un mezzo lockdown, e non succedeva niente di niente. Era primavera ma faceva ancora un freddo cane, tutti erano chiusi nella loro bolla, si parlava solo di Covid… Era davvero deprimente».

Cerca di evadere, ma l’unico luogo che può visitare in quel momento è il suo mondo interiore, come racconta in Anotherlife. Se Stabilise è stata una delle prime canzoni che ha scritto per l’album, Anotherlife è l’ultima, in tutti i sensi: è nata due settimane prima della chiusura del disco, a partire da una nota vocale registrata sul telefono, e chiude la tracklist. «È un brano che guarda indietro nel tempo, in un certo senso: è come se immaginassi una versione diversa della mia vita, quella che vivrei se le cose fossero andate in un altro modo. Quando stai passando un brutto periodo, è consolante pensare che c’è un universo parallelo in cui in realtà sei felice e hai superato tutti gli ostacoli».

In un modo o nell’altro gli ostacoli li ha superati: «Non è stato facile realizzare quest’album, ma è stato un flusso molto naturale e libero, tutto è andato liscio. Una cosa che mi ha sorpreso, perché quando ho iniziato ero abbastanza stressata». Anche per questo l’ha intitolato Painless. «Nel disco c’era una canzone, Shameless, che contiene il verso “until you fall, it’s painless” (finché non cadi, è indolore, nda): mi piaceva il suono e il significato di quella parola, così ho pensato di usarla, perché da una parte riprendeva alcuni temi dei testi, e dall’altra perché la lavorazione di questo disco è stata abbastanza indolore, cosa che mi ha sorpreso».

Per lei la musica e la creatività sono un motore di benessere e gioia, per sé e per gli altri: anche per questo motivo ha aderito all’iniziativa ideata da sua sorella Molly, Artists in Transit, dedicata ai bambini rifugiati. «Cerchiamo di dare un po’ di svago e sollievo agli ospiti più piccoli dei campi profughi attraverso laboratori artistici: pittura, serigrafia, disegno, cose così». In passato Molly lavorava con i bambini, e nel 2016, durante una gigantesca crisi dei rifugiati, è andata in Grecia come volontaria in un campo, dove ha avuto quest’idea: «Spesso le persone passano mesi lunghissimi bloccati in quegli accampamenti, in attesa di un documento che possa portarli altrove, e dei piccoli momenti di normalità possono davvero fare la differenza».

Nilüfer è molto consapevole di essere una privilegiata, e che se fosse nata altrove nel mondo, o in una famiglia diversa, non avrebbe avuto le stesse possibilità di sviluppare il suo talento. «Non penso che la creatività in senso lato sarà mai davvero un lusso: è una cosa che non si può controllare o comprare. Però, come tutte le cose che richiedono tempo e soldi, è elitaria. Pensa ad esempio alla musica: non tutti possono permettersi di prendere lezioni. Nelle scuole spesso è un insegnamento che non fa parte integrante del sistema educativo di base, perfino in Paesi come l’Inghilterra, dove c’è un’industria discografica più che fiorente». Ripone le sue speranze nell’innovazione: «La tecnologia e il modo in cui la musica viene fatta sta diventando sempre più alla portata di tutti. La musica elettronica è un esempio perfetto». E la sua esperienza sarà un esempio perfetto per gli artisti più giovani, in particolare le ragazze, che vorranno rifiutare di omologarsi ed essere se stesse.

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