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Nils Frahm: «I concerti in streaming sono deprimenti, mi fanno odiare la musica»

Invece di esibirsi online, ha trasformato quattro live del 2018 in un film. Qui racconta come nasce la sua astronave sonora e perché preferisce manipolare gli strumenti al posto di comprarne di nuovi

Nils Frahm

Foto: Leiter Verlag

Non si conosce davvero Nils Frahm se non lo si è visto suonare dal vivo. Sul palco il pianista e compositore tedesco si destreggia tra un elemento e l’altro di un’astronave sonora da lui stesso concepita, muovendosi tra pianoforte, synth, tastiere, mixer e altri macchinari, strumenti ed effetti per dar vita a un viaggio musicale tra classica, elettronica, jazz, ambient, generi che abbraccia e trascende al tempo stesso.

In arrivo oggi 3 dicembre sulla piattaforma Mubi accompagnato da un live album omonimo targato Erased Tapes, il film-concerto Tripping with Nils Frahm cattura tutto questo assemblando quattro live tenutisi nel dicembre 2018 alla Funkhaus di Berlino, centro multifunzionale con sale prova, d’incisione e per concerti ricavato negli imponenti edifici sul fiume Sprea un tempo sede della radio pubblica della DDR. «Combinando i nostri momenti preferiti di quelle performance siamo riusciti a far affiorare quello che ho cercato di proporre al pubblico in questi due anni di tour: un concerto fatto bene», dice Nils Frahm riferendosi agli oltre 180 show legati a All Melody, il suo acclamato album uscito ormai quasi tre anni fa.

Originario di Amburgo, per la realizzazione del film il musicista si è affidato a un suo collaboratore di lunga data, il regista Benoît Toulemonde, laddove la produzione esecutiva è di Leiter in collaborazione con la Plan B Entertainment di Brad Pitt. «Quando alla fine del film sentirete gli applausi, sappiate che mi sentivo davvero felice», continua Frahm, classe 1982, anche membro dei Nonkeen e già autore della colonna sonora del pluripremiato Victoria di Sebastian Schipper (2015) e, con Woodkid, delle musiche di Ellis, corto del francese JR con Robert De Niro.

Hai presentato All Melody dal vivo all’Opera di Sydney, alla Disney Hall di Los Angeles, al Barbican di Londra. Come mai hai deciso di incentrare questo film-concerto sulle performance alla Funkhaus?
Vivendo a Berlino dal 2005 mi sembrava semplicemente più comodo organizzare le riprese live qui, dove conosco i posti dove noleggiare le telecamere e sono in contatto con professionisti che potevano aiutarmi a realizzare ciò che volevo. Anche perché abbiamo fatto tutto io, il mio manager Felix Grimm e il regista Benoît Toulemonde. Lui vive a Parigi, avremmo potuto girare anche là, ma poi ho pensato che la Funkhaus è un grande e bellissimo complesso non ancora così conosciuto, mi faceva piacere metterla sotto i riflettori.

È anche il posto dove hai il tuo studio: come mai proprio lì? Quanto ha influito la storia dell’edificio, ex sede della radio pubblica della DDR?
Ha influito molto, per me la Funkhaus è una sorta di museo. Mi affascina l’idea che per anni vi si siano sperimentate e messe a punto nuove modalità di registrazione del suono con una cura del dettaglio incredibile. Oggi è una location che vanta sale con una qualità del suono elevatissima; un sacco di tempo, di energia e di soldi sono stati spesi per ottenere un’acustica che nella sala che si vede in Tripping with Nils Frahm è perfetta, non c’è nulla da cambiare, davvero. In più a Berlino, essendoci un mucchio di artisti e musicisti, non è facile trovare spazi disponibili, così nel 2016, quando mi è capitata l’occasione di affittare un locale proprio alla Funkhaus, l’ho colta al volo.

La Funkhaus di Berlino. Foto: Leiter Verlag

Tripping with Nils Frahm è interessante perché mostra come ti muovi tra gli strumenti: dai pianoforti ai sintetizzatori, dal mellotron all’organo, dai mixer alle tastiere analogiche. Come si prepara un set del genere?
Probabilmente questa è la parte più complessa della produzione dei live, ci lavoriamo in una decina di persone ed è un lavoro enorme che nel film non si vede, ma che prende molto tempo prima e dopo il concerto. Alcuni strumenti che uso li ho da quando avevo 13-14 anni. Altri li ho costruiti o modificati io e aggiunti man mano. In effetti questo set è una sorta di collezione dei miei strumenti preferiti.

Sono sempre gli stessi in ogni data?
No, non sempre posso portare in tour tutto quel che vorrei, ho degli strumenti che sono troppo delicati per viaggiare, quindi a seconda delle date si fanno delle scelte. In ogni caso ho sempre al mio fianco esperti e artigiani che aggiustano o sistemano ciò che si è rotto o è andato fuori posto tra un concerto e l’altro. A parte questo, nel film non si vede nemmeno tutto: sul palco c’è una tastiera con cui controllo a distanza un organo a canne in legno posizionato nella sala di controllo che ogni tanto si vede illuminata su una parete della sala. L’organo lo abbiamo collocato là perché sul palco il suo suono si sarebbe perso. Che poi in realtà ora lo abbiamo mandato in pensione, almeno per un po’. I miei set sono costantemente in evoluzione.

Perché hai iniziato ad auto-costruirti e modificarti gli strumenti, pianoforti in primis?
Per varie ragioni. La principale è che vengo più dal jazz che dalla musica classica. So che molti mi considerano un compositore classico o neoclassico, ma no… Mi considero più un performer, un musicista che ama l’improvvisazione e che vuole sviluppare un proprio stile personale, un suono riconoscibile. Nel jazz ci sono musicisti che puoi riconoscere dal suono di una nota, quel suono è la loro identità, la loro firma, ed è questo che ricerco con la mia musica. Così ho cominciato, per esempio, a inserire del feltro tra martelli e corde del pianoforte: è un modo per far sì che lo strumento suoni in un modo particolare, diverso da quello cui si è abituati. Poi c’è un’altra ragione.

Ossia?
Che oggi tutto ciò che si trova sul mercato è costruito per rompersi, per smettere di funzionare. Vale anche per gli strumenti musicali, e per me non ha alcun senso: compri, butti e ricompri, compri, butti e ricompri… È assurdo ed è uno spreco, senza contare che “nuovo” significa “altra plastica nell’oceano”. Preferisco riciclare vecchi strumenti, li acquisto e li riparo col mio team, è un modo per ridargli un valore che i nuovi strumenti non hanno.

Con questo film concerto fai anche vedere quanto la tua musica si trasformi nel passaggio da disco a palco: metti in scena un live set che ti vede creare e sviluppare i brani sul momento spingendo molto di più sul lato elettronico. Senza usare loop station.
Già, sono contrario ai loop audio, trovo i concerti incentrati sull’uso di loop station un po’ noiosi. Per il resto, quel che posso dire è che non faccio grande differenza tra strumenti classici ed elettronici, per me una nota è una nota e non m’interessa da quale tipo di strumento sia prodotta, se da un pianoforte o da un sintetizzatore. Quando chiudo gli occhi e sento il suono uscire dalle casse, anche se a produrre quel suono è un pianoforte, per me quel suono è elettronico, perché quel piano è microfonato con dei cavi collegati a un amplificatore a sua volta collegato alle casse.

In certi momenti, però, l’atmosfera è simile a quella che si potrebbe trovare in un club.
Sì, però poi ci sono i momenti di quiete. Ciò che perseguo è la dinamicità ed è per questo che non mi bastano gli strumenti classici. Il piano suonato forte non mi piace, il suono del piano è bello quando si suona delicatamente. Quindi l’elettronica mi aiuta a ottenere un suono potente, ma non fastidioso, e un contrasto maggiore, che il pubblico percepirà di più, con i momenti di estrema calma e quiete.

Dal palco guidi la platea in un viaggio emozionale. Hai mai pensato di scrivere un disco con un’orchestra o un quartetto d’archi o un altro tipo di ensemble, per aumentare l’impatto di quel viaggio?
Non ho la competenza giusta per scrivere pezzi per un’orchestra o un ensemble. Ma nemmeno m’interessa comporre pezzi da far eseguire ad altri. Perché mi sento più simile a un pianista jazz che improvvisa molto, l’idea di lavorare con musicisti-esecutori non mi attrae. Semmai amo collaborare con musicisti affini a me da questo punto di vista, ossia in grado di suonare uno spartito, ma anche di improvvisare. Per esempio, la violoncellista Anne Müller sa fare entrambe le cose, per questo realizzare con lei, nel 2010, l’album 7 Fingers è stato stimolante.

Foto: Leiter Verlag

Tempo fa ti sei tolto da Facebook e da Instagram, mossa che molti definirebbero azzardata per un artista, ma indubbiamente coraggiosa: che cosa ti ha spinto?
Non è stata una decisione facile, visto che oggi praticamente chiunque usa i social e se ti elimini da quelle piattaforme sei fuori da tutto. Ma sento di aver fatto la cosa giusta, perché credo siano strumenti che anche quando non te ne rendi conto provocano dipendenza. È un sollievo non utilizzarli più, mi stressavano e non capivo come mai. Appena ho chiuso i miei profili ero un po’ frustrato, ma dopo alcuni mesi ho capito che la mia vita era migliorata.

Pensi riducano o pregiudichino l’ispirazione?
Sì, anche, e questo secondo me non vale solo per gli artisti, ma per chiunque: il flusso di informazioni in cui i social ti inseriscono fa male alla creatività. Lo ribadisco, mollare i social è stata una decisione giusta e vorrei che più persone possibili mi imitassero, perché la dipendenza da social è uguale all’alcolismo o al tabagismo: tendi a dire «posso smettere quando mi pare», ma poi… poi non lo fai, no?

E che mi dici dei live streaming che con la pandemia si stanno moltiplicando?
Oh, sono così deprimenti! Ne ho visti un paio e li ho trovati orribili, se non peggio. Sul serio, ho sofferto, mi hanno distrutto, mi hanno quasi portato a detestare la musica. E anche se la qualità migliorasse grazie a megaproduzioni e quant’altro, sarebbe tutto comunque molto triste per me. Non posso concepire un concerto senza spettatori in carne e ossa, e se si opterà per queste forme di concerti online troppo a lungo temo che la gente perderà interesse nei confronti della musica. Io non ne farò mai uno.

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