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Nicki Minaj: «Sono una fottuta culona!»

Il suo nome d'arte non le è mai piaciuto, ma lo usa perché suggerisce un’idea di volgarità. Un ciclone di talento, discusso e sempre sopra le righe

Stasera pronti al live esplosivo di Nicki Minaj

Stasera pronti al live esplosivo di Nicki Minaj

«Questa stanza è più bella della mia». Nicki Minaj entra nella suite numero 402 di un hotel di lusso di Long Island in cima a un paio di stivali Miu Miu ricoperti di cristalli. È scortata da Billy, la sua guardia del corpo. Ha i capelli lunghi e neri che le scendono sulle spalle e l’eyeliner che disegna sul suo viso una specie di fiamma in direzione delle tempie: «Voglio questa». Il suo assistente Ryan dice che ci vorrà solo un attimo. Ryan ha passato qui le ultime ore a controllare tutto e a ripassare mentalmente la lista dei desideri della sua capa: rose fresche di colore rosa, un piatto di frutta nel caso le venga fame, le sue candele profumate preferite. Per Nicki Minaj anche le cose più semplici diventano complicate, o comunque richiedono un bel po’ di organizzazione: «Anche salire in una macchina diventa un cinema», dice Ryan. Lei tira fuori il suo laptop da una borsa Gucci e si sistema sul divano vicino alla finestra. È piccola, un metro e sessanta al massimo, e con le gambe incrociate sembra ancora più minuta. Stringe in mano una tazza fumante: «Cioccolata calda. Sono a digiuno, non mangio niente».

Nicki vive a Los Angeles, ma è venuta nella East Coast per passare una giornata con sua madre Carol e i suoi fratelli Jelani e Micaiah. Ha appena consegnato la copia definitiva del suo terzo album, The Pinkprint, ma ha ancora molto lavoro da fare: «Dobbiamo finire un mini-film da 15 minuti da lanciare su iTunes», mi spiega. «Faccio tutto io, controllo le inquadrature, il montaggio e la postproduzione. Mi porta via un sacco di tempo, ma non posso farne a meno». Minaj viene da una famiglia non agiata del Queens, New York, e in passato ha fatto la cameriera e la segretaria. Essere una popstar, dice, è un gran bel lavoro, ma con orari durissimi e un capo veramente rompipalle, ovvero lei stessa. «Ho dormito spesso in studio di registrazione per finire questo album. Basta una strofa, una parola o anche solo una nota che non sta bene con il beat e devo rifare tutto. Voglio che suoni come un sospiro». Ha perso tre aerei e ha saltato anche la cena di compleanno di Jelani a cui aveva promesso di partecipare: «Ho pianto e poi mi sono rimessa al lavoro. Avevo circa 25mila chiamate del mio manager sul telefono, cosa potevo fare?». Alla fine è riuscita a ritagliarsi solo due ore con la famiglia a New York e poi ha passato il resto della giornata «mangiando un piatto di maccheroni su un aereo privato, mentre andavo ad Atlanta per festeggiare i 16 anni della figlia di Lil Wayne».


Ha sempre fatto mille cose, fin dagli esordi nella scena rap underground di New York. Era in grado di rappare con una cattiveria spietata, meglio di molti uomini, ma allo stesso tempo aveva uno stile ricercato, con rime intricate e cambi di cadenza improvvisi, e riusciva a interpretare una varietà impressionate di personaggi. In un pezzo imitava la voce della maîtresse di un bordello, in un altro lodava le virtù della sua vagina sulla base della colonna sonora di Batman. Nel corso della sua carriera è riuscita a mantenere la sua delirante versatilità, anche nei pezzi più pop come Starships, prodotto da RedOne, e i suoi spettacolari featuring, su tutti quello in Monster di Kanye West, l’hanno lanciata come una delle migliori rapper del mondo sulla lunghezza delle 16 battute. Ma non ha ancora fatto un album importante. La domanda è: sarà The Pinkprint (che anche nel titolo richiama il classico di Jay-Z The Blueprint)? «Volevo fare un salto in avanti dal punto di vista dei testi. Fino ad ora riservavo i testi migliori per le collaborazioni e nei dischi dicevo: “Sapete già quello che so fare, non devo dimostrare niente”. Ma adesso ho capito che non è vero». La realizzazione di The Pinkprint non è stata facile, anche perché ha coinciso con la fine del suo rapporto con l’uomo con cui stava prima di diventare famosa, Safaree Samuels, una storia che è durata 11 anni (Samuel era un membro del suo primo gruppo e poi il suo rapper di accompagnamento sul palco) di cui lei non ha mai parlato pubblicamente. All’origine di questo disco c’è l’idea di trasformare l’angoscia in materiale per canzoni, raccontare se stessa e provare a smettere di usare le sue tante voci e i travestimenti come una difesa: «Volevo aprire al mio pubblico una finestra sulla mia vita personale, perché l’ho sempre tenuta per me». Essere da sola per la prima volta dopo 10 anni l’ha disorientata: «Ho dovuto imparare a fare anche le cose più semplici, tipo dormire da sola». Le cose sono peggiorate e dopo la confusione è arrivata la depressione; The Pinkpint è pieno di riferimenti alle pillole: «Ho preso delle cose che non avrei dovuto prendere». Una volta voleva chiamare l’ambulanza, ma aveva paura di finire su tutti i giornali. Alla fine l’ha fatto, e non è successo niente.

Ma la grande domanda è rimasta: come si fa ad affrontare i problemi personali quando vivi sotto i riflettori? «Ho lottato con me stessa e ho deciso che non c’era ragione di nascondersi. Sono una donna vulnerabile e ne vado fiera». Nel music business, ovviamente, la pressione è alta: «Devi spogliarti di tutto per sopravvivere, ma non ne vale la pena, se poi non puoi più esprimere te stessa». Mentre parliamo, riceve sul computer il montaggio del mini-film promozionale. E ci sono dei problemi. Nicki è una che ha molta poca pazienza con chi non prende il lavoro creativo sul serio almeno quanto lei. Anche scrivere canzoni per lei è un impegno: «A volte mi sveglio e dico: “Oggi è il giorno delle metafore”». Butta giù tutte quelle che le vengono in mente e poi le mette da parte, pronte da usare. Per i pezzi pop, invece, l’approccio è diverso: niente testi, solo accostamenti melodici di parole che poi prendono forma man mano: «Il punto è fare in modo che anche se non parli inglese capisci che è una canzone divertente». È stato Kanye West a incoraggiarla a basare le sue performance sulle esperienze vissute: «Da allora scrivo pagine e pagine di frasi a caso tipo: “Sono stufa di questo e di quello, non ne posso più di quello che la gente dice di me”. Poi le rileggo, scelgo le cose migliori e le butto giù in forma di rap». Guarda il video e la sua faccia si deforma in una smorfia carica di chilotoni di disprezzo. I colori sono tutti sbagliati. I video sono una questione importante per lei.

Recentemente è stata criticata per il videoclip di Only in cui compaiono droni Reaper dell’esercito americano, carri armati russi T-90, maschere antigas e soprattutto un plotone di soldati molto simili alle SS che sventolano bandiere nazi con le iniziali della sua etichetta, Young Money, al posto della svastica. Si è subito scusata su Twitter e mi spiega di aver imparato che delegare agli altri può essere pericoloso: «Ero presissima, non avevo tempo e ho lasciato quel videoclip ad altri. Oggi me ne pento». Prende il telefono e chiama il suo manager Gee Roberson, che cura anche gli interessi di Drake, Kanye West e Lil Wayne: «Non so che filtro abbiano usato, ma la mia faccia sembra di carta vetrata. Mi hanno messo una luce blu strana, sembro un personaggio di Avatar. Tra l’altro, ho appena ricevuto una fattura di 60mila dollari per questa merda! Oh mio Dio!». Ha studiato recitazione al li
ceo, e si vede. Nata con il nome
di Onika Maraj a Trinidad, Nicki arriva a New York a 5anni e
 comincia a esibirsi nella Chiesa
del suo quartiere rappando per
gli amici con il nome di Cookie 
MC: «Ero il loro divertimento, cantavo, ballavo e facevo le imitazioni».

Dicevo: «Che si fotta il diploma, io sarò famosa». Una cosa molto stupida


Il primo a scoprirla è Lucien “Bowlegged Lou” George Jr., un veterano della scena di Brooklyn che la aiuta a formare il suo primo gruppo, The Hoodstars: «Già allora era in grado di fare tutte le voci e gli accenti che fa adesso», dice Lucien. «La prima volta che l’ho vista mi ha cantato un pezzo gospel per farmi vedere che non era solo una rapper. Si vedeva che sarebbe diventata una star». Il palcoscenico si trasforma presto in una via di fuga dalla realtà. Nicki vive a Jamaica, Queens: «Un brutto posto: case popolari, spacciatori e tossici di crack erano le attrazioni principali del quartiere». I problemi veri, però, sono in
famiglia. Suo padre Robert Maraj è tossicodipendente e spesso ruba in casa per comprarsi la droga. Nicki trova rifugio nella fede cristiana (ha la frase “Dio è sempre con me” tatuata in caratteri cinesi sul braccio sinistro), e anche per questo oggi lo ha perdonato: «Mi scrive tutti i giorni per dirmi che mi vuole bene. Prima lo disprezzavo, ora lo considero semplicemente un essere umano che ha sbagliato. Da piccola non riesci a vedere i tuoi genitori come persone, pensi che siano esseri perfetti».
Al liceo sceglie la prestigiosa scuola d’arte LaGuardia di Manhattan: «Il primo giorno mi sono detta: “Non legherò mai con nessuno”. C’era solo una ragazza nera nella mia classe e al tempo mi sembrava una cosa assurda. Alla fine mi sono innamorata di tutti. La mia migliore amica era bianca, mi raccontava del suo fidanzato, io le parlavo del mio e non c’era poi così tanta differenza». Il liceo LaGuardia incoraggia gli studenti a sviluppare il loro lato artistico: «Quella scuola mi ha cambiato la vita. A fianco c’era la MLK High School ed era un ambiente completamente diverso, molto più simile a quello del Queens, dove ero cresciuta. Ogni giorno quando andavo a scuola vedevo un’immagine del mio passato e poi entravo nel mio futuro». Questo non vuol dire che abbia tagliato ogni legame con le sue origini. Il suo primo fidanzato è un ragazzo del Queens e Nicki passa più tempo con lui che in classe: «Era il mio primo amore, volevo stare solo con lui e dicevo: “Che si fotta il diploma, io sarò famosa”. Una cosa molto stupida».

Un giorno scopre di essere incinta: «È stato un errore terribile e me la sono presa con lui. Ero solo una ragazzina ». All’inizio pensa di tenere il bambino «per via della mia religione, della mia età e di mia madre. Lei non lo sa ancora, non gliel’ho mai detto». Alla fine sceglie di abortire: «Una decisione che mi ha perseguitato per tutta la vita, ma so che è stata giusta. Non ero pronta, non avevo niente da offrire a un figlio. Non è certo una cosa di cui andare fieri, ma se non sei pronta non sei pronta». Ne ha parlato in The Pinkprint, ma non era la prima volta. In uno dei suoi primi mixtape c’era un pezzo intitolato Autobiography, «ma pensavo che nessuno l’avrebbe mai sentito. All’inizio ero imbarazzata, avrei voluto tornare indietro e cancellarlo, poi ho deciso che era giusto affrontare di nuovo l’argomento». Il tempo non l’ha resa una cosa più facile. Nicki è ancora molto nervosa al riguardo: «Questo disco verrà ascoltato da milioni di persone e si sa che la gente trova un fottuto argomento di discussione in qualsiasi cosa». Non si definisce una femminista, «ma credo nelle donne che hanno il controllo della propria carriera». Ultimamente Nicki ha stretto accordi commerciali con grossi marchi come Pepsi e Home Shopping Network: «Sono tutte opportunità per generare introiti con i quali i miei nipoti potranno pagarsi il college. Credo sia importante far vedere a tutti che una giovane ragazza nera del Queens si sa muovere nell’America delle corporation e anche mostrare alle imprese che una giovane ragazza nera del Queens fa vendere più prodotti».


La sua carriera è cominciata nel 2009, quando viene messa sotto contratto da Lil Wayne. Dopo molti anni l’hip hop ritrova una donna rapper con un grande potenziale commerciale. Nicki si ispira alle innovazioni di Missy Elliott e Lil’Kim e finisce per rinnovare completamente il vocabolario creativo dell’hip hop, riportando nel frattempo il sesso al centro di tutto. Il nome Nicki Minaj non le è mai piaciuto (lo ha scelto uno dei suoi primi manager), ma lei lo usa perché, dice, suggerisce un’idea di volgarità, e per lei questo è un gesto di autodeterminazione femminile. Anche quando prende delle derivazioni estreme, come nel video di Anaconda o nel testo di Lookin Ass, in cui Nicki gioca ad accendere e frustrare il desiderio degli uomini. «Il messaggio di Anaconda è: sono una fottuta culona! Rappresento le donne che vogliono essere sexy e ballare e hanno fiducia in se stesse. Hai un culo enorme? Chi se ne frega! Muovilo! Questo non vuol dire che se fai twerking non devi prendere il diploma. Io ballo e mi diverto ma allo stesso tempo invito le ragazze a essere indipendenti». Nel music business, mi spiega, le donne sono vittime di ogni tipo di pregiudizio. Se un uomo è determinato vuol dire che vale, una donna invece è una “diva” o peggio. In The Pinkprint lo dice chiaro e tondo: «Non sono una tipa difficile, faccio quello che devo fare». Il che vuol dire, ad esempio, che è arrivato il momento di dare una ripassata ai tizi che hanno fatto la postproduzione di questo mini-film: «Non ho intenzione di pagare, è ridicolo. Tagliate le scene. Devo averlo entro stasera!», dice al telefono. Dall’altra parte, qualcuno del suo staff cerca di placarla, invano: «Ah sì? E perché non me lo avete detto prima?». Ryan mi fa capire che sarebbe meglio se io me ne andassi. Nicki continua a parlare con la mano appoggiata sul fianco in un gesto di sfida: «Beh se non ci puoi fare niente allora metti giù! Perché sei ancora lì al telefono?».

Due giorni dopo rivedo Ryan mentre scende da una Rolls Royce Ghost davanti a un altro hotel, questa volta a Central Park West, New York. Nicki lo ha mandato da Burger King a comprarle un sandwich al pollo, mentre lei è impegnata al trucco. La aspettano in uno studio del Greenwich Village per le riprese di un documentario in onda su Mtv, ed è in ritardo di oltre due ore. Scende e si accomoda sul sedile posteriore della Rolls Royce. Il piano è che io le faccia qualche domanda mentre andiamo nel Village. Mi siedo accanto a lei, ma mi fa un cenno con la mano: «No, no, vai davanti». Obbedisco, anche se non è proprio la posizione più comoda per fare un’intervista. Ma c’è una questione da risolvere. L’altro giorno abbiamo parlato di una cosa che adesso lei vuole venga cancellata dal mio registratore prima di proseguire. Lo faccio mentre la Rolls Royce avanza sotto la pioggia. La storia del video, mi dice, è finita male: ha saltato la consegna e adesso non sa quando uscirà. Ieri sera si è spostata con tutto il suo entourage nei pressi del Rockefeller Center per essere più vicina agli studi del Saturday Night Live, in cui sarà ospite tra una settimana. È la zona in cui si sono concentrare le proteste contro la decisione di non processare il poliziotto responsabile della morte di un uomo di colore disarmato, Eric Garner. «È disgustoso», commenta Nicki, «e la cosa più triste è che molti di noi non si sono nemmeno stupiti. È come se fossimo ormai abituati a venire trattati come animali. Si arriverà a un punto di non ritorno in cui non ci sarà più responsabilità: se sei un poliziotto e fai qualcosa a un uomo di colore sai che te la caverai».

Una volta la cultura nera aveva un potere, adesso siamo senza speranza


Parliamo del ruolo che dovrebbero avere gli artisti neri in una società attraversata dalle tensioni razziali: «Una volta, quando i Public Enemy cantavano Fight the Power, la nostra cultura aveva un potere, adesso siamo senza speranza. Tutti si chiedono perché le celebrità di colore non prendono la parola. Guarda quello che è successo a Kanye West! Lo hanno costretto a chiedere scusa a Bush. Era diventato il portavoce non ufficiale dell’hip hop ed è stato fatto a pezzi. Adesso, nonostante quello che è successo, Kanye ha deciso di non dire più niente ed è una cosa molto triste. Se continuano ad attaccarti quando difendi la tua gente, prima o poi arriva il momento in cui dici: “Fanculo, non ne vale la pena, lasciatemi vivere la mia vita. Sono ricco, perché dovrei fregarmene?”». In The Pinkprint la sua presa di posizione è più personale che politica, il che è comprensibile considerando gli sconvolgimenti recenti della sua vita. In Bed of Lies, un pezzo che parla della rottura con il suo uomo, dice addirittura di aver preso in considerazione l’overdose: «Sono caduta così in basso da pensare: “Forse mi sentirei meglio buttando giù un flacone di pastiglie”. Poi mi sono ripresa, perché sono troppo intelligente per farlo e perché ho tante persone intorno per cui vale la pena vivere. Non ci ho mai pensato seriamente, ma è vero che in certe situazioni ti viene più facile pensare di non affrontarle piuttosto che provare a risolverle. A volte mi dico: “Perché non sparisco? Non sto parlando di suicidarmi, solo di sparire per sempre”». Quando arriviamo allo studio nel Village la pioggia ha smesso di cadere. La Rolls Royce si ferma bloccando la strada, le macchine dietro cominciano a suonare il clacson. «Siamo arrivati?», chiede Nicki. Una troupe di cameraman la aspetta fuori dalla macchina, pronta a girare. Lei si sistema i capelli, li getta dietro le spalle e sbatte le palpebre, aprendo e chiudendo gli occhi in rapida successione, come se si stesse resettando. Non è ancora arrivato il momento di sparire.

Amen.

Questo articolo è stato pubblicato su Rolling Stone di marzo.
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