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Nick Murphy: «Dopo l’addio a Chet Faker sono finalmente libero»

Dopo aver abbandonato il nome d'arte con cui aveva raggiunto il successo mondiale, il producer australiano racconta la sua nuova identità, dove la meditazione ha preso il posto del marketing

Nick Murphy aka Chet Faker

Foto di Willy Lukatis

Il suo nome era sui cartelloni di tutti i festival mondiali, pesi massimi come Coachella o Glastonbury, diventati palchi abituali per il producer australiano. Nome che spiccava in ogni playlist di elettronica, punto di riferimento per chi, del sintetizzatore, preferisce il volto più morbido piuttosto che la versione su una cassa in 4/4. Tuttavia qualcosa non andava, Chet Faker era diventata una maschera troppo pesante da portare per Nick Murphy, ed ecco che, tre anni fa, la drastica decisione di abbandonare l’identità che lo aveva catapultato verso il successo planetario. Un suicidio, pensarono alcuni: perché cambiare la propria immagine quando funziona? Dopo un lungo periodo di silenzio, interrotto lo scorso aprile dal suo ultimo lavoro in studio, Run Fast Sleep Naked, Murphy è tornato con una veste inattesa, in cui sfumature acustiche hanno preso il posto dell’elettronica. A poche settimane dalla sua data italiana – il prossimo 7 ottobre a Torino al Teatro Concordia – l’australiano ha raccontato la necessità del cambiamento e del percorso che l’ha portato a scoprire nuovi tratti della sua personalità e, soprattutto, della sua musica.

Sono passati tre anni da quando hai cambiato nome da Chet Faker a Nick Murphy, cosa è cambiato

Sono più vecchio e più saggio, almeno spero (ride). Diciamo che il cambio del nome è stato l’inizio di un percorso evolutivo, il primo passo verso una strada che avevo già deciso di percorrere e a cui, in quel momento, ho deciso di arrendermi. Quel cambiamento ha significato molto di più di quanto può sembrare, e ancora sto continuando a scoprire lati di me che non conoscevo, porte che credevo chiuse ma che ora sono riuscito ad aprire.

Cioè?
Ho sviluppato un forte interesse per la spiritualità, e questo è probabilmente il più grande cambiamento nella mia vita in questi ultimi anni. Ho iniziato a meditare, a farmi domande sull’esistenza cercando di legare le mie riflessioni alla musica.

Foto di Willy Lukatis

Infatti il tuo ultimo album, Run Fast Sleep Naked, suona molto diverso dai tuoi lavori precedenti.
Esattamente, il cambio di sonorità è un riflesso del mio ‘addio’ a Chet Faker, sono due lati della stessa medaglia. La mia musica rispecchia la mia identità ed è impossibile per me separare le due cose. L’arte è fatta da tanti minuscoli pezzi che si uniscono tra loro, basta che un pezzo cambi per modificare tutto il resto, e questo è ciò che è successo a me e alla mia musica.

Nell’album, infatti, esce molto di più la tua vena cantautorale rispetto al passato
Assolutamente, volevo che questo lavoro fosse molto più incentrato sui testi, come mai avevo fatto prima. I brani sono nati in periodo in cui ascoltavo soprattutto folk, country e jazz, cercando di trovare in quei generi le radici della musica moderna, quasi fosse un percorso a ritroso verso l’origine di quello che le persone ascoltano oggi. Mi ha colpito la particolarità, la semplicità e l’immediatezza di quella musica per cui ho deciso, per una volta, di comporre sbarazzandomi del computer. Volevo scrivere canzoni che potessi suonare ovunque con una chitarra o un pianoforte, e questa decisione è la spina dorsale su cui si regge il disco.

Cosa che in passato non accadeva.
Prendiamo come esempio Built On Glass, quel disco era stato composto in studio, davanti a un computer. Amo quell’album ma cercavo qualcosa di diverso, canzoni che potessi continuamente reinterpretare: canzoni fluide, più naturali, che rappresentassero chi sono oggi. Ho composto senza pensare troppo, cercando arrangiamenti essenziali in cui tutti le parti sono suonate da veri strumenti non campionati.

Insomma, come Nick Murphy ti senti più libero di sperimentare
Puoi dirlo forte

Tuttavia ancora vieni identificato come Chet Faker. Ti infastidisce?
Non direi, anzi, me lo aspettavo, non sono uno stupido. Quando ho deciso di usare il mio nome invece di un moniker sapevo che il pubblico non avrebbe subito capito il motivo e che ci sarebbe voluto del tempo. Il cambiamento era rischioso ma necessario, era più importante la mia libertà del marketing. Sapevo che per me era la cosa giusta anche se molti pensavano non lo fosse e, finché continuo a produrre buona musica, credo non sia molto importante come vengo chiamato dal pubblico.

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