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Nessuno canta le famiglie disfunzionali come Loudon Wainwright III

Caustico, ironico, inimitabile. Il padre di Rufus e Martha riflette sulle canzoni che amavano i genitori, parla della morte di coronavirus di amici come John Prine, racconta come si trova l’ispirazione superati i 70 anni d'età

Loudon Wainwright III

Foto: Ross Halfin

Ogni giorno nel giardino di Loudon Wainwright III alcuni scoiattoli attaccano Donald Trump. Ok, non va esattamente così. Diciamo che appesa al ramo di un albero di fronte alla casa del cantautore a Long Island c’è una testa di Trump piena di mangime per scoiattoli: è un pezzo di plastica con la forma della faccia del presidente. Wainwright la riempie di burro d’arachidi per tenere le bestiole lontane da casa. «Funziona», dice, «ma non so quanto burro sia rimasto adesso».

Il gusto in po’ perverso di Wainwright per le esche per gli animali è un buon indicatore del modo ironico e singolare con cui guarda le cose. Quest’anno il suo album di debutto festeggia i 50 anni. In questo lasso di tempo è diventato uno dei cantautori migliori della sua generazione nel raccontare le storie di noi mortali. Se siete in cerca di una bella canzone per la playlist della vostra vita, un pezzo che racconti di scuola, matrimonio, figli, divorzio e medicine per anziani, la troverete nel catalogo di Wainwright: alcune sono tristi, altre divertenti, altre ancora drammaticamente applicabili alla vita di tutti.

Magari lo conoscete per averlo visto al cinema o in tv. Wainwright ha partecipato a episodi di show come M*A*S*H*, Parks and Recreation e alla serie di culto Undeclared, e ha fatto piccole parti in film come The Aviator ed Elizabethtown. Il suo amico Christopher Guest ha diretto la versione cinematografica di Surviving Twin, lo spettacolo basato sulle sue canzoni e sulla vita del padre, il giornalista di Life Loudon Wainwright II. Judd Apatow, un altro fan, ha prodotto il film che è arrivato su Netflix nel 2018.

In più, Wainwright è il patriarca di una delle famiglie più importanti della storia del pop, famiglia di cui fanno parte i figli Rufus e Martha e le ex mogli Suzy (delle Roches) e Kate McGarrigle (del duo Kate and Anna McGarrigle). Col tempo, tutti i membri della famiglia si sono attaccati vicendevolmente attraverso le canzoni, sfogando le proprie frustrazioni in alcune delle analisi più acute e azzeccate della storia del pop.

Come molti musicisti della sua età, e anche più giovani, Wainwright è attualmente bloccato a casa. Il tour con Suzy Roche e loro figlia Lucy è stato bloccato, e ora che la sua barba bianca è cresciuta, Wainwright sembra abituato a una quotidianità più rilassante. «Sì, mi sembra di essermi ritirato», dice. «È una cosa su cui ho fantasticato e sembra che mi sia capitata. Per qualche ragione, non sono preoccupato dal dovermi guadagnare da vivere».

La storia della famiglia di Wainwright ha influenzato anche l’album che pubblicherà in autunno, I’d Rather Lead a Band. La scorsa estate, quando era ancora possibile entrare in uno studio di registrazione, ha collaborato con i produttori Randall Poster e Stewart Lerman, oltre alla band swing Vince Giordano & the Nighthawks. Insieme hanno messo insieme canzoni vintage per Boardwalk Empire, e Poster ha suggerito a Wainwright di scrivere un intero disco di canzoni pop in stile pre rock. Il risultato ricorda la colonna sonora del Grande Gatsby (non la versione cinematografica di DiCaprio), e contiene alcune canzoni di Irving Berlin e Lorenz Hart, altre rese popolari da Bing Crosby e Louis Prima, standard come Ain’t Misbehavin’ ed esperimenti rischiosi come Give It to Mary with Love, che mostra il lato più malizioso di Wainwright.

Abbiamo incontrato il cantautore nel giardino di casa e gli abbiamo chiesto della sua mossa alla Rod Stewart. «Finalmente!», dice ridendo. «Anche Dylan ha fatto dei dischi così. Qualcuno dice che siano cinque. C’era anche un triplo disco. Mi sa che me lo sono perso».

In un pezzo che abbiamo pubblicato qualche giorno fa, Rufus ha parlato di un servizio fotografico che avete fatto insieme qui, per Rolling Stone. Ha detto che dopo avete litigato e non vi siete parlati per un po’. 

Sì, abbiamo scattato su quel prato. Ricordo che non mi piaceva com’ero venuto in foto. Sembravo arrabbiato o vecchio, o tutte e due le cose. Ero furioso! Ora le cose vanno un po’ meglio.

Per pura coincidenza, ha pubblicato il suo nuovo album proprio mentre tu annunciavi il tuo…

Stavo leggendo le recensioni, e sembrano piuttosto buone. L’ho ascoltato. È un bel disco. È più pop, ma canta davvero bene.

Come descriveresti la vostra relazione adesso? 

È un buon momento. Ha anche lui un figlio e mi piace pensare che ora abbia capito quanto sia difficile fare il genitore, magari mi ha perdonato. Sai, sono stato un padre assente, sicuramente è stato così con Rufus e Martha, e per certi versi anche con Lucy e Alexandra. Ero in tour o chiuso in me stesso. Lo raccontano tutti nelle loro canzoni. Ne parla anche il mio libro. È andata così, ma ora sembra che le cose vadano meglio con i figli.

In un’altra intervista, Rufus ha detto che aveva bisogno di «molte informazioni» da te, soprattutto su come funziona la musica.
L’industria discografica? Ma va! Io non mi sono mai considerato parte dell’industria. Non ho idea di come funzioni.

La famiglia influenza anche le canzoni del tuo nuovo album, anche se contiene pezzi vecchi un secolo…
Ora sono particolarmente sensibile a quel tipo di musica. Mio padre aveva tutti questi dischi: jazz, musical di Broadway, Sinatra, Louis Prima. Ricordo che ero un bambino in pigiama e guardavo i miei che si preparavano per uscire a cena. Bevevano un paio di drink e ballavano ascoltando Sinatra e Benny Goodman. Se hai 6 o 7 anni e vedi i tuoi genitori vestiti così… è sexy. Era bello e potente. Era la musica che amavano, la stessa che piaceva anche ai loro genitori. Ecco perché mi attraggono.

Nelle note di copertina dici che questa musica ti piace perché è come «una cascata di ricordi». Sei affascinato dalla musica che piaceva ai tuoi…
Fermati! Non so chi abbia scritto quella roba, ma sono d’accordo.

Come hai scelto le canzoni? 

All’inizio ho affrontato pezzi molto conosciuti, alcuni li ho messi da parte perché c’erano già versioni definitive, come I Can’t Get Started. C’è una versione di Bunny Berrigan con un gran solo di tromba. Cosa puoi fare di diverso? A meno di decostruirla, non c’è modo di superarla. Lo stesso vale per un paio di pezzi di Louis Armstrong. Le sue versioni sono davvero potenti, ed è facile identificarle con lui.

Ho sempre voluto mettere da parte il personaggio del cantautore e fare solo il cantante. Ho sentito Bunny Barrigan che fa I’d Rather Lead a Band. Amo quel pezzo e mi sono messo in testa di saperla cantare meglio di lui. Anche questo è un fattore, pensare “posso fare di meglio”. Ho visto Ricorda quella notte, il film con Barbara Sanwyck e Fred MacMurray. A Perfect Day è nella colonna sonora, e mi è sempre sembrato un pezzo strano. Me l’ero perso.

Tutte le canzoni del disco sono tristi. A Ship Without a Sail, è davvero pesante (ride), ma è bellissima. È poesia, direi. C’è un verso che vorrei aver scritto io: “Vado in posti sempre diversi / Sembro vivo e in salute / La mia testa è solo un reggicappello / Il mio torace un guscio vuoto / E ho da vendere un sogno che svanisce”.

Hai cambiato un verso di I’d Rather Lead a Band…

Il cantautore dentro di me non poteva resistere. Ho pensato che l’avrei migliorata. E poi l’autore è morto, non poteva certo fermarmi.

C’è anche un pezzo di Louis Prima, You Pascal You. Oggi sembra quasi una canzone di protesta contro Trump…

(Sfrega le mani) Andiamo!

Perché il pubblico di oggi dovrebbe ascoltare questa musica?
Perché ascolto Thelonious Monk mentre preparo la cena? Se è bello, è bello. Non voglio fare paragoni, ma queste canzoni sono semplicemente grandiose. Credo che la gente dovrebbe ascoltarle. La domanda, però, è un’altra: le ascolteranno davvero? Passeranno in radio? Non saprei, ma è stato divertente registrarle.

Adoro questo tipo di scrittura. Gli autori non erano performer, non mettevano la loro personalità nelle canzoni, mentre nelle mie succede sempre, c’è sempre questo personaggio misantropo, goffo con cui mi presento agli altri. Quelle canzoni erano cantate da altri. Dovevano essere generiche, e dico in senso positivo. Erano personali, ma dovevano parlare a tutti.

Registrare questo disco ti ha fatto pensare che forse avresti dovuto scrivere più pezzi che altri potessero interpretare? 

Ho scritto pezzi che chiunque può cantare. Ma non faccio altro che mettere me stesso e la mia famiglia nei pezzi. Sembra una mia… propensione (ride), diciamo così.

Hai scritto canzoni sul coronavirus? 

Ho scritto una cosa stupida, all’inizio, intitolata Toilet Roll Blues. Erano i mesi più leggeri, marzo e aprile. E ho sempre gravitato verso le canzoni più leggere. Mi piacciono le cose goffe e stupide. Ho cominciato con Dead Skunk, e credo che IWIWAL (I Wish I Was a Lesbian) sia una delle più riuscite.

John Prine, uno dei musicisti con cui hai condiviso il palco, è morto a causa del Covid-19. 

È stata dura. Conoscevo John. Eravamo simili. Siamo venuti fuori insieme entrambi su Atlantic. Ho aperto i suoi concerti, abbiamo fatto tanti festival insieme: io, Prine, Steve Goodman e Leon Redbone, che purtroppo non è più con noi. Ho visto John l’ultima volta a Natale, due anni fa. Bill Murray aveva organizzato una grande festa, e c’era anche lui. È stato bello incontrarlo. Stava bene. Aveva altri problemi di salute, ma non il coronavirus. Sembrava ok.

È morto anche Hal Willner, un altro dei tuoi amici e collaboratori. Che impatto ha avuto la sua scomparsa? 

(Fa una lunga pausa) Non lo so. Insomma, John aveva la mia età. Hal era un po’ più giovane. È dura, è orribile come accade. Ho una sorella in un ospizio, in Florida. Ha l’età giusta, ma è comunque brutale. Ma è quello che sta succedendo. A scuola ho recitato nell’Enrico IV e Frida dice che un uomo può morire solo una volta, che dobbiamo a dio una morte e non importa come avverrà.

Queste notizie sono orrende e mi riempiono d’ansia. Io sono una di quelle persone a cui piace guardare Judy Woodruff (una giornalista di PBS, nda). Ho una cotta per lei. Ma al momento non riesco più a guardarla.

Come credi che verrai ricordato? 

Ah, la cara vecchia domanda sull’eredità. Vedremo. Qualcuno mi ricorderà? Sono stati 50 anni interessanti, con alti e bassi. Non ho mai venduto tanti dischi, ma ne ho fatti un po’. E dentro ci sono alcune belle canzoni.

Sei famoso per aver superato i limiti nei testi delle tue canzoni. Pensi che avresti dovuto essere più cauto?
Per molto tempo mi hanno detto che non avevo tatto. Ho sempre pensato che parte del mio lavoro fosse provocare e scioccare il pubblico. Adesso si può cantare un pezzo come Motel Blues? “Vieni nella mia stanza al motel, dormi con me”. Probabilmente no. Non lo so.

Hai fatto un sacco di dischi, partecipato a una serie di Netflix recitato sul palco e in un film. Che altro vorresti fare? 

Mi piace l’idea di fare un altro disco di canzoni scritte da me. Sai, scrivo di cosa significa avere 73 anni, i capricci e la realtà di questi anni. Scrivere canzoni non è facile o difficile. L’ho spesso paragonato a fare sesso. Non succede così tanto come un tempo. Ma quando capita, è ancora divertente.

Non pubblichi un nuovo album da sei anni…
Sì, chissà se ne farò un altro. Non lo so. Ho un po’ di canzoni.

Di cosa parlano? 

Sono… le mie canzoni (alza le spalle). Non riesco a liberarmi della famiglia. Ne ho una che si chiama FamVac, sta per “vacanze in famiglia”: “Ho bisogno di una vacanza in famiglia / Cioè, una vacanza da solo / Caricherò la macchina, le bici e il kayak / E lascerò quella cazzo di famiglia a casa”. È roba del genre. Alla gente piace, perché tutti vivono in una famiglia disfunzionale (ride). È un pozzo molto profondo da cui continuo ad attingere.