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Nelle mani di Lorenzo Senni la trance diventa zucchero filato

Intervista al maestro, come lo chiamano all’estero, che ha appena pubblicato l’album ‘Scacco matto’. «Sono un raver che non usa sostanze e non ha bisogno di un beat per dimenarsi»

Loenzo Senni

Foto: John Divola

Noi italiani abbiamo un rapporto strano con la musica trance. Ne siamo stati tra i principali produttori, avendo dalla nostra uno dei suoi esponenti più celebri, Gigi D’Agostino. La abbiamo eletta a colonna sonora dei nostri anni ’90, ma ci siamo ostinati a prenderne il peggio per fagocitarlo nei party revival, reputandola una boutade, un guilty pleasure tamarro per i nostri momenti più bambineschi. Per questo era necessario che qualcuno salvasse la trance prima che fosse tardi; ed è qui che appare la figura di Lorenzo Senni.

Lorenzo Senni è uno degli artisti italiani più apprezzati all’estero. In giro per l’Europa (ricordate i tempi in cui potevamo andare a Berlino, a Parigi, a Londra?) ho sentito riferirsi a lui con il termine maestro e, ogni volta, ho sorriso pensando a quanto questo appellativo sembri algido rispetto al suo modo romagnolo e bonaccione di chiacchierare amorevolmente. Scatto matto, il suo ultimo lavoro in uscita per la Warp, prestigiosa etichetta inglese che nelle sue fila ha il gotha dell’elettronica contemporanea (Aphex Twin, Autechre, Oneohtrix Point Never), è l’ennesima evoluzione del suo percorso; trance colta, futuristica, emotiva, o come lui ama definirla pontillistic trance, spogliata dal beat, in cui l’ascoltatore può decidere se ballarci o viaggiarci. Quando ci sentiamo al telefono, Lorenzo è nascosto nel parcheggio dell’Esselunga.

Ciao Lorenzo, come stai? Come stai vivendo questa quarantena?
Le prime settimane ero preso davvero male, dovevo iniziare il tour, ma non sono riuscito a fare neanche una data: tutto rimandato. Sai, io sono uno che se gli dicono di non uscire di casa non esce, quando ero ragazzino non sono mai andato a fare i graffiti perché era illegale, avevo paura, capito? Ora però cammino per strade secondarie e vado fino in studio, almeno provo a far musica.

Hai iniziato da batterista, giusto? Però hai scelto di avere un progetto senza batteria.
Da ragazzino ho deciso di fare il batterista perché volevo fare noise e math rock. Cose tipo Shellac, Don Caballero, Lightning Bolt, Jesus Lizard. A Cesena non trovavo un batterista che volesse suonar quelle cose e con l’ingenuità che si ha da giovani ho iniziato a prendere lezioni di batteria jazz. Ero un periodo un po’ complicato a livello personale e drums saved my life. Che poi la batteria sia scomparsa dal mio progetto è un caso, la ama ancora, seguo ancora molti batteristi su Instagram.

E come sei arrivato a rivisitare la trance?
I miei amici più stretti, quelli di paese, erano hardcore warriors. Quindi per me era normale andare in posti come Cocoricò e simili, anche se non ne avevo nessuno interesse. Quando ho riscoperto la trance, anni fa, li ho richiamati e mi sono fatto consigliare tracce di quel periodo. Quello che mi affascina di più della trance è il momento del build up, ovvero quella parte della traccia che dal breakdown porta di nuovo il beat. È una sezione molto personale nel brano.

Qual è il tuo build up trance preferito?
Sandstorm di Darude. Iconico.

Negli ultimi anni c’è stata una grande rivalutazione di quei generi elettronici che qui abbiamo sempre considerato tamarri; penso alla gabber come alla trance. All’estero invece, in un film cult come Uncut Gems, con la colonna sonora curata da Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never), un mostro dell’elettronica colta contemporanea, troviamo L’amour toujours di Gigi D’Agostino. Cosa credi stia succedendo?
Tu non puoi che essere attratto dalle combinazioni di queste sonorità e melodie: è zucchero filato. Puoi volontariamente evitarle, ma non è facile. Quindi quando qualcuno ti dà una scusa per avvicinarti, ti ci avvicini. La scusa è stata darle una credibilità musicale ed estetica che ha fatto riaccettare il genere. È stata una liberazione. Tanti dj techno sono tornati a suonar trance e, secondo il mio parere, non vedevano loro di poterci tornare Si erano autocensurati. Senza essere presuntuoso, sono uno di quelli che nel suo contesto, senza paura e pregiudizi, ha cominciato a riproporre queste cose in una maniera diversa. E così il meccanismo si è innescato fino alla riscoperta e rivalutazione del genere.

Cos’è il rave voyeurism, una definizione che usi per descrivere il tuo mondo?
Da ragazzino facevo parte di questa scena straight edge cesenate e quando finivo a serate di club culture-trance-Cocoricò, ero l’unico sobrio. I miei compagni di classe avevano sacchetti di pillole, spacciavano, molti son finiti in galera da maggiorenni. Io mi sono vissute queste situazioni da estraneo, da sobrio, in un certo modo, da voyeur. Rave voyeurismo è il mio immaginario: un raver che non fa uso di sostanze e che non ha bisogno di un beat così esplicito per dimenarsi o di un’estetica così trancy per sentirsi parte di questo. Mi è sempre piaciuto dare delle keywords per descrivere quello che faccio. Aiuta chi mi incontra a capire velocemente di cosa sto parlando, ma introducendo delle ambiguità su cui giocare creando corto circuiti. Così è più divertente.

Come nasce una composizione di Lorenzo Senni?
Apro Logic e mi metto a scrivere una melodia con il pianoforte. Ovunque io sia, a letto, in studio, in viaggio. Da lì devo, quando ho ben chiaro il suono che voglio, uso synth come la Roland JD990 per gli strumenti acustici (archi e pianoforti) e l’Access Virus per dei synth lead. Ma il mio strumento feticcio è la Roland JP8000. Quando stavo studiando la storia della trance, una delle prime cose che scoprii era che la Roland JP8000 fu lo strumento con cui era stata prodotta la trance della golden age. Non avevo pianificato di usarlo così tanto, di sicuro, ma ha una sfera emotiva molto forte.

Il tuo suono è celebrale, ma al contempo molto emotivo. Come fai convivere questi mondi?
Arrivo da un ambiente elettronico più concettuale in cui l’emotività non è molto accettata, ma è vista un elemento di distrazione. Nei miei lavori è presente questa doppia faccia: un concetto definito (anche molto semplice) riscontrabile nella musica e un lato in cui l’ascoltatore può parteciparvi, anche a livello emotivo, senza il libretto d’istruzioni.

Qual è la genesi del tuo nuovo album Scacco matto?
Mi sono ritrovato in una situazione, in fase di composizione, in cui mi sentivo di giocare a scacchi con me stesso. Se portavo una traccia in una direzione lontana da me, poi lavoravo per portarla vicino, e viceversa. Mi son ritrovato quindi in questo gioco con me stesso, a volte anche complicato da gestire.

Da dove trovi ispirazione?
Ho sempre detto che sono un fotografo che sopravvive facendo musica. Il mio maestro, il mio mentore, è stato un fotografo. All’università, a un corso d’arte, ho scoperto che uno dei fotografi più importanti italiani era Guido Guidi, il mio vicino di casa che fino a quel momento pensavo facesse le foto per le carte d’identità e i matrimoni. Guidi aveva fotografato la mia famiglia per anni; i miei nonni avevano lavorato come contadini nei terreni di suo padre. La camera di mio padre da giovane, piena di poster, è finita su riviste di fotografia negli Stati Uniti. Per due anni ho passato da lui tutti i giorni, imparando a conoscere la grande fotografia.

L’artwork di Scacco matto è figlio di questa ricerca?
È da Guidi che ho scoperto la fotografia di John Divola che è finita nell’artwork di Scacco matto. Apprezzo quei fotografi con sguardo freddo, analitico, documentativo i cui lavori esprimono tratti emotivi forti. Questi sono i miei riferimenti visivi. Quando ho iniziato a parlare di mia musica come di pointillistic trance, naturalmente ho ripreso dall’arte. Ma anche i puntinisti come Seurat e Signac dicevano una cosa simile: noi seguiamo delle regole scientifiche per i nostri lavori e non c’è niente di male se voi ne percepite dell’emotività. Questo dualismo nella vita c’è da sempre. Se io potessi diventare il Luigi Ghirri della musica, sarei a posto.

Un tuo brano, Canone infinito, è un’installazione permanente all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo nel reparto di terapia intensiva, uno dei luoghi più caldi di questa pandemia. Ci racconti come è nata questa collaborazione?
Papa Giovanni XXIII è un ospedale molto avanti, ospita mostre e opere permanenti come Terzo Paradiso di Pistoletto, e quindi hanno pensato di chiedermi una composizione sonora permanente per aiutare chi è lì, per ore, ad aspettare. Parlando con gli psicologi dell’ospedale mi è stato spiegato che in quel contesto la musica non doveva essere né troppo felice, né triste. Dovevo far trasparire delle emozioni neutre; i corridoi della terapia intensiva sono luoghi difficili. Sono corridoi di servizio per infermieri e dottori. Essendo di servizio, sono brutali, non ci sono nemmeno le sedute. Le sale d’aspetto sono più lontane e quindi le famiglie e gli amici dei ricoverati preferiscono aspettare in questi corridoi. Quel Canone infinito (non è la traccia omonima presente su Scacco matto, nda) è una melodia che ad ogni ora suona in loop per due minuti, il tempo di percorrenza del corridoio.

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