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Nella caverna magica di Lino Capra Vaccina

Ha suonato con Battiato e lo ha influenzato ai tempi di ‘Aries’. Faceva world music quando la definizione non esisteva. È passato dai locali off alla Scala. Conversazione con un musicista di straculto

Foto: Anna Positano

Chiudo gli occhi. Mi trovo al Teatro Aliseo di Genova nel 1975. Sto assistendo alla performance di Franco Battiato contornato dal suo armamentario di sintetizzatori, organo, nastri e radioline. Franco improvvisa come è solito fare in questo periodo, ogni tanto accenna temi da Clic, ma per il resto a farla da padrone sono manipolazioni che nascono e muoiono durante quell’esibizione, quindi irripetibili.

Battiato non è solo sul palco, insieme a lui c’è un percussionista che colora le improvvisazioni. I due suonano insieme da tempo e creano un amalgama unico tra l’elettronica e le culture ancestrali rappresentate da quelle percussioni. Il musicista si chiama Lino Vaccina, ma tutti lo chiamano “Capra”. Proviene dagli Aktuala, band che ha rappresentato uno dei primi esempi di world music a livello mondiale. Una volta abbandonata tale formazione ha stretto questo sodalizio live con Battiato e insieme stanno attraversando la penisola suonando dove capita, a volte per una platea attenta, altre per un pubblico che – aspettandosi i brani di Fetus o Pollution – non entra in sintonia e si lancia in fischi e schiamazzi. Ma i due se ne fregano e continuano il loro viaggio sonoro.

Apro gli occhi. È il 2022, mi trovo sempre al Teatro Aliseo che ha cambiato nome, ora si chiama Teatro della Tosse ed è uno dei più importanti luoghi della cultura genovese. Sul palco c’è ancora Capra Vaccina con il suo set (vibrafono, gong, piatti, una tastiera a uso pianoforte) ma questa volta ad accompagnarlo non c’è Battiato bensì il musicista di origine calabresi Toni Cutrone, aka Mai Mai Mai, fautore di un progetto che unisce psichedelia occulta, elettronica e atmosfere mutate dal più oscuro folk mediterraneo. Il suo album del 2022, Rimorso, è uno di migliori dell’anno e in un brano ci suona proprio Capra Vaccina. In concerto i synth, loop ed effettistica di Mai Mai Mai si amalgamano agli echi percussivi dando vita a una lunga suite che raccoglie risonanze sabbatiche, percorsi in altri tempi e luoghi. Una caverna magica nella quale i due musicisti invitano il pubblico a calarsi in un vero rito iniziatico.

Alla fine dell’esibizione viene spontaneo scambiare quattro chiacchiere con Capra Vaccina, che oltre ai sodalizi con Aktuala e Battiato vanta un importante curriculum fatto di album solisti nei quali la musica mette in atto un costante dialogo col silenzio. Ci sono inoltre studi accademici che lo hanno portato a lavorare alla Scala e collaborazioni tra le più svariate: da quelle pop con Alice e Giuni Russo alle sperimentazioni con Keith Tippett e Markus Stockhausen.

Sai che nello stesso luogo nel quale ti sei esibito con Mai Mai Mai tu e Battiato teneste un concerto nel 1975?
Ah! In effetti mi ricordava qualcosa, ho avuto la sensazione di esserci già stato. Quello era il periodo del Telaio Magnetico ma anche quello nel quale io Franco suonavamo spesso in duo.

In quei casi immagino vi basavate su pure improvvisazioni, senza canovacci.
Con Franco ci ritrovavamo a suonare quasi tutti i giorni in quel periodo, in maniera molto libera. Veniva naturale quindi passare dalla dimensione privata a quella pubblica tirando fuori tutte le nostre sperimentazioni sui rispettivi strumenti. C’era molta improvvisazione, ma anche un fil rouge che faceva sì che non ci fossero unicamente suoni in libertà ma anche una certa coerenza in ciò che proponevamo.

Facciamo un passo ancora indietro, le tue note biografiche segnalano origini pugliesi.
Effettivamente sono nato a Barletta ma all’età di 5 anni mi sono trasferito a Milano, posso quindi definirmi in tutto e per tutto milanese.

Quando inizia la passione per la musica?
Ho cominciato a suonare la batteria da autodidatta intorno agli 11 anni, quindi abbastanza precocemente. Da lì ho messo su varie formazioni con le quali si girava per la provincia proponendo cover. A 17 anni mi sono approcciato alla musica in maniera più professionale e ho mollato la batteria che secondo me non permetteva di slegarsi da un discorso legato al rock o al jazz. Infatti prima sono passato al free jazz e poi alle percussioni, approfondendo quelle africane e orientali. Da lì a poco con Walter Maioli ho dato vita agli Aktuala.

I quali, per primi in Italia, propongono quella che oggi si chiama world music.
In effetti anche a livello europeo erano pochissimi i musicisti che si dedicavano a questo tipo di sonorità. La musica del mondo era proprio nel credo degli Aktuala, un vortice che richiamasse i Paesi del Mediterraneo, l’oriente, l’Africa.

In quel momento, i primi anni ’70, intorno a voi gravitavano suoni completamente diversi, si faceva strada il prog rock.
Che all’epoca non si chiamava nemmeno così, era detto semplicemente pop. Noi avevamo scelto di non rifarci a un suono già sentito, volevamo essere completamente originali, usare un linguaggio solo nostro. In Italia era molto facile imbattersi in una musica derivativa, vedi il caso della PFM con il fantasma dei Genesis o dei King Crimson sempre dietro l’angolo. Già Le Orme si muovevano in territori un po’ più personali, secondo me. Gli Aktuala erano proprio da un’altra parte, i nostri riferimenti erano Don Cherry, gli Art Ensemble of Chicago, la Third Ear Band. Stavamo però bene attenti a non scopiazzare, era lo spirito che muoveva queste formazioni, l’approccio a interessarci, volevamo cogliere quello e riportarlo nella nostra musica.

È vero che suonavate un po’ dove capitava? Nelle piazze, nelle gallerie, nelle comuni?
Certo, la scelta di usare solo strumenti acustici ci permetteva di piazzarci ovunque e suonare. Portavamo anche i nostri tappeti e candele e inscenavamo un vero e proprio happening.

Da autodidatta ti dedicavi a un sacco di percussioni etniche, non deve essere stato semplice.
Sono sempre stato molto curioso e attento alla ricerca sonora, questo mi ha aiutato ma in ogni caso c’è stato un grande lavoro agevolato da ascolti, letture e da una spiccata volontà di creare qualcosa che avesse una valenza artistica.

Una curiosità: come mai ti hanno sempre chiamato Capra?
È un soprannome che mi porto dietro da quando sono adolescente, avevo poca barba e solo sotto il mento, così tutti hanno preso a chiamarmi Capra. A me è piaciuto e ho deciso di tenerlo, è un po’ dada e mi piace anche il fatto che crei un ossimoro col mio cognome.

Nonostante la positiva esperienza con gli Aktuala resti con loro solo per il primo disco.
Ben presto ho fatto nuovi incontri, esperienze diverse che mi hanno condotto ad approfondire un cammino di ricerca solistica piuttosto che di gruppo. Secondo me a un certo punto musicalmente gli Aktuala si erano un po’ fermati, c’era un po’ di stagnazione mentre io volevo essere sempre in movimento.

A questo punto entra in ballo Battiato. In quale occasione vi siete conosciuti?
Ci siamo conosciuti a Milano perché a lui piacevano molto gli Aktuala e ci aveva dato una mano a entrare in contatto con Pino Massara e la Bla Bla. Da lì è nato un rapporto di amicizia molto intenso.

Vi stimava così tanto da adottare sonorità simili alle vostre per Sulle corde di Aries.
Sicuramente l’ascolto di ciò che proponevamo lo ha influenzato parecchio in quel frangente. Conta poi che Franco ne veniva da un periodo di crisi e voleva fare qualcosa di diverso dai suoi due primi album il cui suono lo aveva già stufato. Credo che a quel punto noi gli abbiamo fornito l’ispirazione giusta per andare oltre.

Come è proseguita la vostra collaborazione?
Dopo che ho mollato gli Aktuala abbiamo cominciato a fare concerti in duo, anche un tour in Francia di supporto a Nico, esperienza molto intensa. Avevo il mio set di gong, piatti, tabla e altre percussioni mentre Franco faceva uscire dalle sue tastiere suoni incredibili.

È vero che il pubblico a volte era ben disposto, altre reagiva male alle vostre improvvisazioni?
In Francia abbiamo trovato una platea attentissima, in Italia dipendeva da chi avevi davanti. Se erano totalmente ignari di un certo tipo di proposta è chiaro che trovavi delle resistenze. La responsabilità era anche nostra, il modo in cui ci approcciavamo ai concerti faceva la differenza. A volte creavamo muri di suono volutamente respingenti, senza dialogo, quindi in cambio ricevevamo risposte negative. In altre si creava una positiva sintonia con chi veniva ad ascoltarci e le cose andavano per il verso giusto.

Il tuo nome è citato in M.elle le «Gladiator». Come hai contribuito?
Ho registrato alcuni spezzoni per il collage della prima facciata, poi ho consigliato a Franco di introdurre nel disco la bellissima improvvisazione per organo realizzata nella cattedrale di Monreale.

È vero che una volta la mamma di Franco ti ha scambiato per un venditore di tappeti?
Eh eh, è vero. Franco aveva acquistato un tappeto e aveva chiesto a me di portarglielo a casa. Così mi sono presentato da lui, ho suonato e mi ha aperto sua madre. Pensando che fossi un venditore mi ha chiuso la porta in faccia dicendomi: «Non compriamo niente!». Franco se la rideva ogni volta che lo raccontava.

Nel 1975 nasce il Telaio Magnetico, esperienza unica da tutti i punti di vista.
Parlavamo spesso con Franco, Juri Camisasca, Mino di Martino e Terra Di Benedetto di inventarci un gruppo con una proposta al di fuori da ogni canone. Detto fatto ci abbiamo provato imbarcandoci in alcuni concerti, in maniera libera, senza schemi, una cosa estemporanea che in quel momento ci andava di fare.

Per fortuna qualcuno ha conservato le registrazioni di un paio di date, altrimenti non avremo nemmeno una testimonianza.
Quel qualcuno sono io, ho conservato per anni un nastrino che mi diede un nostro estimatore il quale aveva registrato i concerti di Reggio Calabria e Gela. Questo fino al 1995 quando furono pubblicati dall’etichetta Musicando.

Non avete pensato di fare un album?
Sinceramente no, alla fine del tour Juri stava già pensando di ritirarsi in monastero mentre noialtri siamo tutti stati presi da altri impegni. Non ci è proprio venuto in mente.

Avendo vissuto in tempo reale la fase sperimentale di Franco ti saresti mai aspettato la sua conversione al pop?
In quei momenti no, col tempo però ho intuito che lui avrebbe voluto muoversi in quella direzione. Le avvisaglie di questo cambiamento le abbiamo vissute insieme lavorando ai primi vagiti di quello che sarebbe diventato L’era del cinghiale bianco, nel quale la ricerca sonora si impreziosiva sempre più di vocalizzi, poi piccole frasi dotate di veri e propri testi e da lì pian piano l’avvicinamento alla canzone. Un modo unico, nobile, di fare canzone che da parte mia ha trovato sempre una totale accondiscendenza, Franco è riuscito a elevarla a livelli altissimi.

A te invece non è mai interessato muoverti in quella direzione?
In realtà c’è stato un momento nel quale mi sono approcciato alla canzone e ho lavorato a una decina di brani, si era anche creato un bell’interesse da parte di un famoso produttore. Il progetto però non ha avuto seguito. Mi sono divertito e ho visto che se avessi voluto sarebbe potuto uscire qualcosa di bello, ho sentito di avere le capacità per farlo e questo mi è bastato. Il mio linguaggio però presto ha preso il sopravvento, non riuscivo più di tanto a essere ingabbiato in una formula così ristretta e anche vulnerabile come quella della canzone. Quindi ho detto che non mi interessava più, qualcuno si è giustamente arrabbiato però ho preferito così.

Esistono delle registrazioni?
Esistono eccome, le ho io. Non credo però che ci sarà la possibilità di ascoltarle presto, sono troppo preso da ciò che faccio nel presente. Credo che la canzone sia un qualcosa che da una parte ti lusinga dall’altra è troppo volatile, vago, basta nulla per spingerti in direzioni alle quali non credi. Questo secondo me è valso anche per lo stesso Franco, verso la fine era stufo di quella dimensione, non si sentiva più parte di certi meccanismi.

Tempo fa ho avuto occasione di parlare con il chitarrista Fabio Pianigiani di un progetto denominato Cigarettes, che vedeva coinvolti te, Franco e Juri. Ricordi qualcosa?
Molto vagamente, le memorie si accavallano e mi sono occupato veramente di tantissime cose. Da quello che ricordo era un progetto un po’ imbastardito, non si capiva bene da che parte volesse andare, mancava una direzione quindi il rischio di un buco nell’acqua era palese. Poi Franco era con già la testa all’Era del cinghiale bianco, io gli avevo dato una mano per un demo insieme a un quartetto d’archi, con me alle percussioni e lui all’organo e alla voce. Era preso da queste cose e di conseguenza l’altro progetto non ha avuto molto tempo per essere sviluppato appieno.

Nel 1978 esce il tuo esordio solista, Antico adagio, sperimentazione con l’anima, uno di quei dischi che sono diventati mitici per compositori moderni come Jim O’Rourke.
Sì, in quel periodo ho studiato alla Civica scuola di musica di Milano dando gli esami in conservatorio in percussioni classiche, composizione e pianoforte. Mi sono completato da questo punto di vista e nel frattempo portavo avanti la carriera artistica incidendo Antico adagio.

Contiene musica quasi metafisica.
Ho sempre cercato un approccio metafisico alla composizione, un qualcosa che poi si rifletta nel mio mondo interiore.

C’è nel tuo modo di suonare e comporre, tra l’altro con strumenti particolari come le percussioni, un continuo dialogo col silenzio.
Il suono senza il silenzio non esisterebbe, l’origine del suono è il silenzio ed è anche la sua fine, nasce e torna a quella dimensione. Musica e silenzio hanno la stessa importanza e l’ascolto a mio parere non deve essere caotico, deve avere il giusto respiro per essere percepito. Quando c’è un pieno è facile perdere l’attenzione, la componente di rarefazione permette invece una fruizione più attenta, partecipativa.

Hai lavorato anche come percussionista alla Scala.
Periodo pazzesco, esperienza nella quale mi sono buttato anche un po’ incoscientemente trovandomi poi benissimo e suonando prevalentemente in contesti di musica contemporanea, che così ho avuto modo di approfondire. Ho però anche partecipato a una incredibile Bohème diretta da Abbado, con Luciano Pavarotti e Mirella Freni.

Nel contempo non smetti le tue collaborazioni con Franco e il suo entourage.
Ho suonato i timpani ne Il vento caldo dell’estate di Alice, in Energie di Giuni Russo fino ad arrivare a Mondi lontanissimi. Mi piacevano e mi piacciono ancora moltissimo questi scambi artistici. Ho lavorato a più riprese con Juri Camisasca e recentemente con Keith Tippett, Julie Driscoll e Paolo Tofani. Dopo avere conosciuto Karlheinz Stockhausen ed essermi misurato con le sue composizioni alla Scala oggi mi ritrovo anche a suonare con il figlio Markus, persona straordinaria con la quale quest’anno ho inciso un album che si chiama Free Spirits.

Dopo un periodo di stasi negli anni ’80-90-00, intervallato da radi lavori, dal 2015 hai ripreso un’attività discografica sempre più intensa.
Ho scoperto un pubblico che mi ha seguito nel corso del tempo e che è interessato a ciò che faccio. Musicalmente sento di avere ancora molte cose da dire e questo si è espresso nei dischi che ho realizzato dal 2015 a oggi per l’etichetta Dark Companion. Di pochi mesi fa è l’ultimo Sincretico modale nel quale c’è un utilizzo maggiore del pianoforte in tutte le sue capacità espressive.

Come nasce il sodalizio con Mai Mai Mai?
Con Toni ci conosciamo da qualche anno, iniziando dal festival Thalassa dedicato alla psichedelia occulta italiana al quale mi aveva invitato, e proseguito con una serie di incontri sfociati in una collaborazione. Ho suonato nei suoi dischi e la scorsa estate siamo stati coinvolti dall’Ortigia Sound System in una residenza artistica per la creazione di musica inedita concepita apposta per il festival. Capendo che le nostre sensibilità dialogavano con grande sintonia e spontaneità ci siamo lanciati anche in questa operazione live.

C’è anche un disco nei vostri progetti?
Penso proprio di sì, probabilmente vedrà la luce il prossimo anno.

Durante il concerto proponete un lungo flusso senza interruzioni, è frutto di improvvisazione?
Si tratta di una suite in quattro quadri con delle parti prestabilite che vanno a integrarsi con momenti a carattere improvvisativo.

Come hai reagito alla malattia di Franco, te l’aspettavi?
Assolutamente no, sapevo che stava male ma non immaginavo così tanto. Anche perché era dotato di un fisico pazzesco, di grandissima energia. È stato un momento traumatico per me, visto tutto quello che abbiamo condiviso. Ancora oggi non mi capacito della sua scomparsa.

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