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Nel disco di Lucinda Williams il demonio ha il volto di Donald Trump

Intervista alla musicista che suona il blues come una punk. E che nel nuovo ‘Good Souls Better Angels’ racconta la contemporaneità usando il linguaggio del Delta. «È tipo Muddy Waters che incontra gli Stooges»

Foto: Danny Clinch/All Eyes Media

Lucinda Williams non è una che scrive canzoni su appuntamento. Va a letto tardi, si sveglia ancora più tardi, scrive quando si sente di farlo. Usa qualunque cosa: un pezzetto di carta scarabocchiato, un titolo annotato su un quaderno. Ora che, a 67 anni d’età, si è trasferita da Los Angeles a Nashville ha messo in ordine le sue cose. «Ho riunito i miei appunti in un archivio organizzato», spiega al telefono dalla casa che divide col marito, collaboratore e manager Tom Overby. «Ho sistemato centinaia di pagine piene di versi e di note. Se mi viene da scrivere, ora so dove trovare i miei appunti».

Il fatto che si sia organizzata non significa che Lucinda Williams sia diventata una di quelle autrici che si ritaglia metodicamente del tempo per scrivere. «Non ho proprio disciplina, non sono come quelli che si mettono lì e scrivono dalle 10 del mattino alle 3 del pomeriggio. Forse mi converrebbe farlo, ma proprio non ci riesco».

La mancanza di metodo non ha penalizzato Lucinda Williams. Anzi, il nuovo Good Souls Better Angels (qui la nostra recensione) è il suo disco migliore da un sacco di tempo ed è nato in modo spontaneo a Nashville in una pausa dall’attività concertistica. Williams è andata a trovare Ray Kennedy, che si era occupato del suono del suo capolavoro Car Wheels on a Gravel Road, e nel suo studio ha trovato l’atmosfera che cercava per registrare qualche nuova canzone. Lì, affiancata dalla sua band – il chitarrista Stuart Mathis, il bassista David Sutton e il batterista Butch Norton – e con un bel po’ d’attrezzatura vintage a disposizione, si è riconciliata col rock. «Lo cercavo da un pezzo questo sound. Ho capito che c’eravamo arrivati subito dopo aver riascoltato il primo pezzo che abbiamo inciso. Così, ci siamo convinti a fare tutto un album».

Certi pezzi blues in passato sembravano non andare da nessuna parte. Le canzoni di Good Souls Better Angeles invece vanno dritte alla meta. Il blues c’è ancora, ma è suonato con energia punk-rock. Pezzi come Wakin’ Up e Bone of Contention sono taglienti, e poi c’è la voce inconfondibile di Williams che si fa largo nel suono. «È tipo Muddy Waters che incontra gli Stooges. È un disco coi controcazzi», dice Jesse Malin. Sono stati Williams e Overby a produrre il suo disco del 2019 Sunset Kids. «Ha un suono sporco e cattivo. Lei è come Dylan e Nick Cave: più va avanti con l’età e più la sua musica diventa grezza e vera».

E diabolica. A dispetto del titolo etereo, Good Souls Better Angels è un disco bello tosto. Williams fa a pezzi l’amorale Donald Trump in Man Without a Soul, se la prende con un “bastardo malvagio” in Bone of Contention, si lamenta dei finti amici in Shadows & Doubts, una canzone liberamente ispirata dalle accuse di “comportamento manipolatorio” mosse contro Ryan Adams in un articolo del New York Times dello scorso anno (Adams ha respinto ogni accusa). «Conoscere per una volta la persona accusata mi ha permesso di vedere le cose da un altro punto di vista. Questa, come tutte le mie canzoni del resto, è aperta a varie interpretazioni. Parto sempre con un’idea che è come un seme, ma non so mai come germoglierà».

Williams è affascinata dai tanti modi in cui il male si manifesta. Quando ha scritto la meditabonda Pray the Devil Back to Hell ha esplorato il suo archivio di spunti per i testi e ha trovato un verso che diceva: “È così malvagio che nemmeno il diavolo se lo prenderà”.

«Stavo leggendo una cosa online su chi ha venduto l’anima al diavolo, oltre a Robert Johnson», spiega. «Questa cosa mi ha sempre affascinata, la personificazione del diavolo, il modo in cui viene fuori nell’arte popolare e in particolare nel blues del Delta. C’è una canzone che amo particolarmente, si chiama Don’t Let the Devil Ride. Lì il diavolo assume la forma di un autostoppista. Mi piace il modo in cui nella cultura popolare il demonio assume un’altra identità per circuirci. È un tipo di metafora a cui è difficile resistere quando ti metti a scrivere».

Nel gennaio 2020, Williams ha partecipato alla quinta Outlaw Country Cruise e lì, durante la crociera musicale, ha suonato per la prima volta le canzoni di Good Souls Better Angels e classici come Drunken Angel, Changed the Locks e Joy. Sembrava una punk: All Star ai piedi, giacca di pelle nera, berretto di maglia. Pareva rinata. Alla fine della cover di Rockin’ in the Free World di Neil Young ha alzato il pugno in segno di successo. Era eccitata e piena di speranza, e lo stesso si può dire del suo nuovo album. «Non so, forse invecchiando sono diventata più sicura di me».

A dispetto del diavolo che compare nei testi e dell’atmosfera da giorno del giudizio, Good Souls Better Angels è un disco pieno di speranza, no? «È un modo per ricordare alla gente che certe schifezze ci sono sempre state. Anche se viviamo in un periodo tremendo e senza precedenti, ci sono sempre stati ostacoli da superare. Me lo dice la gente dice che questo è il disco giusto per quest’epoca».

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