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Nel 2020 la nostalgia ha il suono psych-funk dei Khruangbin

In 'Mordechai', nuovo album del trio amato da Jay-Z e da Leon Bridges, si canta di tempo, memoria, passato. «Ha il suono di Houston», dicono loro. «È una città ricca di diversità, è il momento giusto per celebrarla»

I Khruangbin: Donald “DJ” Johnson, Laura Lee Ochoa, Mark Speer

Foto press

Qualche mese fa, prima che la pandemia fermasse il mondo, Laura Lee Ochoa ha ricevuto uno strano messaggio: Jay-Z era in un negozio di Los Angeles e stava comprando tutti i dischi dei Khruangbin. Si era innamorato del suono di Con Todo El Mundo, il secondo disco della band, e voleva farne dei sample per A Written Testimony, l’album di Jay Electronica a cui ha collaborato. Quel messaggio era l’ennesimo segnale dell’improbabile successo del trio texano: i Khruangbin – che in thailandese significa “motore aereo” – suonano musica quasi interamente strumentale, un mix di funk, psichedelia, surf rock e dub arricchito da influenze mediorientali e suoni latineggianti, eppure nel giro di pochi anni sono passati dalla nicchia al successo, fino alle colonne sonore di diverse serie tv americane. Come mai? Secondo Phil Waldorf, presidente dell’etichetta Dead Oceans, è tutta una questione di sound. I Khruangbin scrivono musica fuori dal tempo, sognante, nostalgica, e ascoltandoli, ha detto al New York Times, viene da pensare: «Sembra un classico psych-funk di una terra lontana».

La band nasce nel 2010. All’epoca il chitarrista Mark Speer e il batterista Donald “DJ” Johnson suonavano in una band gospel per una chiesa metodista nel centro di Houston, mentre la bassista Lee faceva l’insegnante di matematica e aveva appena iniziato a studiare musica. La sua inesperienza si rivelerà un altro ingrediente fondamentale per il suono dei Khruangbin: il basso è sempre semplice, innocente, l’asse melodico attorno a cui orbitano le melodie di chitarra di Speer e le ritmiche minimali di Johnson.

Nel 2015 arriva il primo album, The Universe Smiles Upon You, seguito nel 2018 da Con Todo El Mundo. Oggi, dopo l’EP in collaborazione con Leon Bridges Texas Sun, tornano con Mordechai. Come tutti i dischi dei Khruangbin, è nato in un fienile che la famiglia di Speer possiede a Burton, una piccola città a nordovest di Houston. Come tutti i dischi dei Khruangbin, anche Mordechai è stato scritto seguendo una lista specifica di regole e limitazioni, un decalogo di strade da non percorrere che il gruppo usa per restare fedele al suo suono. «Ci costringe a restare nel nostro universo», dice il chitarrista Mark Speer. «Non mi piace l’espressione “pensare fuori dagli schemi”, perché di solito chi la usa non ha studiato a fondo cosa si può fare dentro a quei confini. Se invece decidi di creare entro certi limiti, scoprirai che ci sono possibilità nascoste, magari proprio ai margini dello schema».

Le regole sono semplici: niente software, niente looper e niente sample, registrazioni in presa diretta, largo spazio ai rumori di fondo. È un modo minimale e spontaneo di fare musica, e i Khruangbin ne hanno bisogno per dare respiro alle canzoni. «La prima cosa che facciamo nel mix di un disco è abbassare tutti i fader, togliere tutto quello che non serve», dice Speer. «Oggi la tecnologia ti permette di avere un numero potenzialmente infinito di tracce, e spesso finisci per aggiungere suono inutile. È il segno di quest’epoca, del costante bombardamento di informazioni. Noi facciamo una cosa diversa, cerchiamo di aprirci, creare spazio perché è quello di cui abbiamo bisogno». Il risultato è una musica fatta di vuoti da riempire, spesso con i suoni e i rumori delle esperienze vissute dalla band. «Ci sono field recordings raccolte durante il tour, i suoni naturali del granaio e così via. Così i nostri viaggi e le nostre vite diventano parte della musica».

Mordechai è pieno di spazi da riempire, e tutti i suoni che vi circondano mentre lo ascoltate potrebbero riempirli senza che ve ne rendiate conto. È un disco che si nutre di esperienze: quelle di chi l’ha registrato e anche quelle di chi lo ascolta. Il titolo si riferisce al nome di un uomo con cui Laura Lee Ochoa ha fatto un’escursione. Lee ha incontrato il signor Mordechai dopo essere tornata da un tour che durava da quasi tre anni e mezzo e che l’aveva spossata anche emotivamente. Alla fine dell’escursione, la bassista e la famiglia del signor Mordechai si sono ritrovati in cima a una cascata. Mordechai ha convinto Lee a gettarsi in acqua e quel salto si è rivelato «un momento chiave di tutta la sua vita», racconta il gruppo. Nei giorni successivi ha iniziato a scrivere ossessivamente su un quaderno: ha riempito centinaia di pagine di storie, frasi e singole parole. «Il solo fatto di avere un quaderno» spiega il batterista Donald “DJ” Johnson «ha cambiato la natura del disco». Per questo, a parte la strumentale Father Bird, Mother Bird, in tutte le canzoni di Mordechai c’è la voce.

Il tema centrale del disco appare quasi subito, nel secondo brano Time (You And I): “Se avessimo più tempo potremmo vivere per sempre, solo io e te / Resteremo insieme, giocheremo come giocano i bambini, diremo le cose come le dicono i bambini”, dice il testo. Mordechai parla di tempo, memoria, nostalgia e di come le esperienze del passato determinino il nostro presente. In Connaissais de Face una voce dice che “il tempo cambia tutto”; in Dearest Alfred, un lento, Lee legge una lettera di una persona cara; nel singolo So We Don’t Forget, un pezzo con una fantastica melodia di voce, un arpeggio sognante di chitarra e un ritmo funk minimale, si parla di ricordi: “Non c’è abbastanza carta per non farci dimenticare”.

Musicalmente, il disco è meno centrato rispetto a Con Todo El Mundo. Mordechai ha un suono globale, che va dalle melodie latine di Pelota ai ritmi religiosi di Shida. L’idea, spiega DJ, era celebrare Houston, la città che li ha nutriti di influenze di ogni tipo, dalla trap alla psichedelia, fino all’opera d’avanguardia e alla musica afghana. «È una città grande, ricca di cose diverse, soprattutto se consideri tutta la zona attorno al centro», dice DJ. «Quando abbiamo registrato i pezzi, ci siamo resi conto che avevamo più influenze del solito. Ci siamo chiesti come suonasse il disco, e qualcuno ha detto: beh, suona come Houston. È un luogo ricco di diversità, e questo disco ci sembrava il momento giusto per celebrarlo».

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