Neima Ezza: «Guardatemi, sono un ragazzo come tanti» | Rolling Stone Italia

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Neima Ezza: «Guardatemi, sono un ragazzo come tanti»

È uno dei rapper più sensibili della sua generazione. Finito per alcune settimane ai domiciliari con l'accusa di aver compiuto quattro rapine, ha rielaborato quel che gli è successo nell’EP ‘Giù’. Qui racconta tutto: il dolore per le accuse infondate, i giornalisti «che sbucano dai cespugli», il bello e il meno bello della vita a San Siro. E il desiderio di non essere giudicato in base al servizio di un tg, ma capito «per come sono davvero»

L’ultimo anno di Neima Ezza sembra uscito da un kolossal americano alla Hurricane. Riassunto delle puntate precedenti, per chi se le fosse perse: Neima (vero nome Amine Ezzaroui, classe 2001) è un rapper nato in Marocco ma trapiantato a Milano, nelle case popolari di San Siro, un posto che definire sgarrupato è un complimento. Per quasi tutta la vita casa sua è stata un bilocale al quinto piano senza ascensore, dove abitava con il padre ambulante, la madre casalinga e le due sorelle, di cui la più piccola gravemente disabile. Nonostante il contesto complesso, il quartiere difficile e il rischio di fare cazzate che è sempre dietro l’angolo, la sua più grande passione è la musica e grazie all’occhio attento di alcuni addetti ai lavori come Big Fish e Jake La Furia inizia a farsi un nome nella scena rap italiana.

Nel frattempo molti altri suoi amici d’infanzia, provenienti dallo stesso quartiere – Rondodasosa, Sacky, Vale Pain, Keta e Kilimoney – cominciano ad attirare l’attenzione del pubblico: la crew Seven 7oo, con il suo immaginario di strada crudo e vivido e i trascorsi turbolenti di alcuni di loro, è una delle realtà più interessanti e chiacchierate del momento, e sembra sulla rampa di lancio per il successo. Quasi tutti i suoi membri ottengono prestigiosi contratti discografici e si apprestano ad affermarsi artisticamente e a sistemarsi economicamente, dopo tante difficoltà.

Il momento d’oro di Neima, però, si interrompe bruscamente a gennaio 2022, quando lui e un altro rapper con cui collabora spesso, Baby Gang, vengono accusati di aver compiuto quattro rapine ai danni di alcuni coetanei: la refurtiva è poca roba, soprattutto collane e auricolari, ma le aggressioni sono violente e le vittime inizialmente li riconoscono da alcune foto segnaletiche. Baby Gang finisce a San Vittore, Neima ai domiciliari, per settimane. Fin da subito, però, c’è chi solleva dubbi sull’attendibilità del riconoscimento, effettuato (pare) tramite una galleria fotografica che conteneva solo foto di rapper, e intitolato “Baby Trap”. Entrambi gli accusati, inoltre, avrebbero prove, testimoni e tracce social che li collocano altrove al momento delle rapine: in studio di registrazione, in altri locali, in viaggio. Anche il movente non convince: perché avrebbero dovuto mettere a rischio la loro carriera discografica per pochi spiccioli? Morale della favola: dopo settimane, le ordinanze di custodia cautelare vengono revocate per “profili di lacunosità e debolezza” nella ricostruzione dell’accusa. Per dichiararli ufficialmente innocenti bisognerà aspettare il processo che si celebrerà a settembre 2022, ma i fatti sembrano ormai essere abbastanza incontrovertibili.

Nei lunghi giorni ai domiciliari, Neima – che a differenza di quanto affermano alcuni commenti giornalistici e social non è un rapper che incita alla violenza, ma una delle penne più profonde e introspettive della nuova generazione – ha avuto modo di rielaborare in versi quello che gli è successo. Innanzitutto con il brano Risposta, un flusso di coscienza da brividi in cui descrive l’arresto, ribatte alle accuse e racconta come si sente in quel momento: “Mi dà dello straniero usando frasi in dialetto / Io non mi diverto / Chi ci darà indietro il tempo chе abbiam perso? / Le cose chе hanno detto ci rimarranno dentro / Ma io non ci do peso / Come a ogni razzista che insulta sui social network”. E oggi, col sapore di una rivalsa, con l’EP Giù, che è uscito da una decina di giorni ed è un lavoro maturo, riflessivo, curato fin nei minimi dettagli nonostante sia stato concepito in un «periodo difficile», come definisce lui quella parentesi che ha trascorso privato della libertà.

«Volevo trasmettere il mio stato d’animo, ma senza appesantire troppo gli ascoltatori: come nella title track, in cui ho scovato un type beat con le chitarre allegre e ho parlato del mio malessere, per creare un contrasto. Ho passato tanto tempo da solo con me stesso e ho avuto modo di pensare e di auto-analizzarmi. Mi sono chiesto come stavo, se veramente ero felice».

E che risposte ti sei dato?
No, non sono felice. Soprattutto quando sono da solo, sono giù, letteralmente. E lì ero più solo che mai. In quel periodo restavo sveglio fino alle 6 del mattino, e quando mi chiedevo «E mo’ che faccio?» la soluzione era sempre la stessa: registravo, registravo, registravo, con un microfono e un computer in camera mia. Ascoltavo un pezzo che mi piaceva – che so, Hey Brother di Avicii – e cercavo di fare almeno una decina di pezzi con quel tiro. Poi dieci pezzi drill, dieci alla PNL. Avrò chiuso 50/60 pezzi, tutti su type beat recuperati da Internet, perché non potevo lavorare in studio con i produttori, ovviamente. Appena ho avuto la possibilità di uscire di casa, sono andato da Marco Zangirolami (uno dei migliori sound engineer per l’hip hop italiano, ndr) a registrare tutto, con beat fatti da produttori del calibro di 2nd Roof, Dystopic, Room 9 e tanti altri.

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Quel «periodo difficile», come lo definisci tu, dev’essere stato molto pesante per te.
La cosa più pesante in assoluto è che ero agli arresti domiciliari per un reato che non avevo commesso. Paradossalmente, se avessi davvero fatto quello di cui mi avevano accusato, sarei stato molto più spensierato: gli errori che faccio li pago, come li ho sempre pagati nella mia vita. Ma davvero non mi aspettavo che succedesse una cosa del genere. Era un bel momento per me: stavo lavorando tanto, c’erano un sacco di progetti in ballo. E da un giorno all’altro mi sono trovato chiuso dentro per una vicenda con cui non c’entravo niente. Mi hanno attribuito tre rapine, ma ero sempre da un’altra parte rispetto al luogo in cui sono avvenute: in studio, in discoteca a festeggiare, in giro con gli amici. Ovviamente ho prove e testimoni che lo dimostrano, ma queste cose sono lunghe e ci è voluto del tempo prima che venissero prese in considerazione le mie ragioni. Ci sono due modi per prendere situazioni così: puoi abbatterti oppure puoi rialzarti. Io l’ho presa in entrambi i modi: c’erano giorni in cui ero davvero ko. Non potevo credere che mi avessero tirato in mezzo per una cosa così senza onore.

In che senso?
Beh, tra tutti i crimini possibili, rapinare le collanine della comunione… Ma dai, che reato stupido è? Ma neanche da ragazzino avrei mai fatto una roba del genere! E sia chiaro, da ragazzino magari di cazzate ne ho fatte, ma mai violente come quelle di cui mi accusavano: fare del male agli altri è proprio una cosa che non farei mai. La cosa che mi è dispiaciuta di più è questa, e anche il fatto che tutta questa faccenda ha fatto davvero soffrire le persone che mi stavano intorno.

Ti sei dato una spiegazione del perché è successo tutto questo?
Per via del video di Rapina, con Baby Gang (uscito nel 2021, i due rapper recitavano nei panni di due rapinatori in passamontagna, nda). E sicuramente anche tutta la faccenda del video che abbiamo provato a girare in periodo di zona rossa non ha aiutato; che poi è stata una cazzata da parte nostra, avremmo potuto aspettare un paio di giorni di essere in zona arancione (l’assembramento era finito con una sassaiola tra i ragazzi scesi in strada a San Siro per il video e la polizia, nda). Quelle cose non sono andate giù a molta gente. Continuano tuttora ad arrivarci notifiche di indagini – a me, a molti altri della Seven 7oo, o a persone associate a me – ma sono cose infondate. Una persona che mi è molto vicina, e che è stata accusata di un reato parecchio serio, quel giorno era via con gli scout, tanto per farti capire l’assurdità del tutto. Certo, alla fine tutto si risolverà perché siamo innocenti, però è la trafila che è davvero stancante: metti in mezzo gli avvocati, recupera le foto e le storie di Instagram che dimostrano che eri da un’altra parte, presentati all’interrogatorio, spiega ad amici e familiari che non c’entri niente… Emotivamente è pesante, ti passa la voglia di fare qualunque cosa.

Ripensando al video di Rapina e a quello che avete cercato di girare in zona rossa, non ti viene mai da dire «Forse era meglio se lasciavo perdere»?
No, mai. O meglio, è una domanda (o una paranoia) che mi sono fatto, ma ogni azione ha la sua conseguenza: se non avessi fatto quei video forse non sarei finito nei casini, e senza quella disperazione non avrei scritto pezzi che hanno davvero smosso qualcosa nelle persone. Mi piace pensare che dietro ogni cosa brutta c’è qualcosa di bello che ti aspetta all’orizzonte. Casa ha cominciato a girare tantissimo quando ancora ero agli arresti domiciliari, e vedere che era così ascoltata, che arrivava così tanto alla gente, mi ha aiutato moltissimo. Tornassi indietro, rifarei quei video e passerei di nuovo attraverso i momenti bui che sono seguiti, perché hanno portato a tutto questo.

Giù è un disco molto concreto e personale: parli della tua quotidianità, del tuo quartiere, della tua vita reale. In parole povere, ti metti molto a nudo…
Sicuramente mi ha aiutato molto il fatto di essere da solo: non c’era nessuno ad ascoltarmi quando scrivevo e rappavo quelle cose, né un fonico né un beatmaker. Quando sei in studio con qualcun altro, che magari cazzeggia al telefono o fa facce strane mentre tu sei al microfono a parlare di cose così intime, è molto più difficile. Ora che il disco è uscito, un po’ mi prende male l’idea che tutti sappiano quello che mi è successo passa per la testa. Non riesco ad ascoltarlo in macchina mentre esco con gli amici, ad esempio. Però se qualcuno mi dice che si ritrova nei miei pezzi, mi rende tranquillo e sereno.

I tuoi amici e la tua famiglia, che quelle situazioni le hanno vissute con te, come hanno reagito ascoltando l’EP?
Lo hanno sentito prima di tutti gli altri. Mi fido moltissimo del loro parere, perché sono sempre molto diretti: quando non amano un pezzo, me lo dicono. E si sono emozionati. Anche loro si chiedevano come avessi fatto a raccontare cose così personali, come in Fedele al quartiere, in cui parlo della mia adolescenza: le risse, le botte, mangiare per terra in piazza Selinunte, dormire sui sedili della 49… Però si sono esaltati tantissimo a riascoltare quelle cose, è stato come fare un tuffo nei ricordi. Anche ai miei genitori le canzoni sono piaciute molto. Mia madre non parla molto l’italiano, ma ha capito tutti i testi, e anche mio padre si è preso benissimo. La sua traccia preferita è Aiuto.

A proposito di Aiuto: è un pezzo molto malinconico e cinico, che parla di come vorresti bastare a te stesso, di come per orgoglio non chiedi aiuto a nessuno anche nei momenti peggiori. Dici: “Reprimi le emozioni o finiranno per ucciderti / Scrivo mille canzoni solamente per illudermi”…
Quella canzone nasce un anno fa, è una delle più vecchie. Tra l’altro, buffo ma vero, ero in studio a registrarla quel famoso giorno in cui secondo le accuse sarei dovuto essere da tutt’altra parte a fare una rapina (ride amaramente). In quel periodo, le cose non stavano andando per il meglio: con la musica la situazione non stava ingranando, a casa era un casino, ero stressato e preso male. Per me Aiuto è stato più che altro uno sfogo. Sono arrivato al microfono con l’idea di descrivere come mi sentivo, e così è nato il pezzo.

In Euro, invece, dici: “So che non torni indietro / Che il tempo non ha prezzo / Ma è quando perdi le cose / Che dopo le apprezzi / Ma piovon monete, ci fan sanguinare / Pensare ai soldi fino a stare male”. Com’è cambiato il tuo rapporto con i soldi negli anni?
Se ti dicessi che i soldi non fanno la felicità, mentirei. Sono una grossa fetta della felicità. Certo, le cose importanti sono altre: la famiglia, la salute. Ma come fa una famiglia a stare bene e in salute? Grazie ai soldi, spesso. Magari non ti salvano la vita, ma ti danno accesso a un ospedale migliore, ti aiutano ad aprire un’attività, a mettere un tetto sopra la tua testa. Personalmente so che tutti i soldi del mondo non possono far tornare qualcuno che non c’è più o guarire una malattia incurabile ma, come dico sempre, è meglio piangere su una Ferrari che sulla 90 (il filobus che percorre tutta la circonvallazione di Milano, uno dei più affollati e popolari in città, nda).

Come darti torto.
Per chi ha vissuto certe situazioni è ancora più vero. Fino a poco tempo fa, prima che la mia musica cominciasse a funzionare, stavo veramente a zero. Ero già sotto contratto con Yalla Movement, l’etichetta di Fish e Jake La Furia, ma lavoravo ancora in un bar all’Arco della Pace, per tre euro all’ora. Magari qualche cliente giovane mi riconosceva e si stupiva di vedermi lì. Da ragazzino andavo a comprarmi i vestiti ai banchetti abusivi di piazzale Cuoco. Non avevo mai mangiato fuori in vita mia: ancora adesso quando mi capita di andare nei ristoranti faccio fatica a capire come funziona la questione del primo e del secondo. La sera stavo a cazzeggiare in piazza, in quartiere, perché non avevo neanche un euro per entrare in un locale a prendermi da bere, come tutti gli altri ragazzi della mia età. Sono stato senza una lira per quasi tutta la vita, e da piccolo ho fatto cose che non avrei voluto fare per poter svoltare la giornata: ho dovuto, purtroppo. Ora sono felice di dire che sto abbastanza bene economicamente, e che riesco a fare stare bene le persone a cui tengo. Ma non mi bastano ancora, voglio stare molto meglio di così. Lo devo a me e a chi mi è vicino.

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Tra le persone che ti sono vicine ci sono gli altri del collettivo di Seven 7oo, che funziona a ranghi molto serrati. Collaborate tra di voi, vi gestite tra di voi, anche tutta la struttura a supporto della vostra musica è costituita da persone del quartiere, più che da grandi professionisti. Perché?
A differenza di molti altri collettivi che vedi in giro, il nostro è vero. Sono cresciuto con Sacky all’oratorio, i miei genitori e quelli di Keta si conoscevano, Rondo l’ho visto crescere, Kili e Vale sono dei fratelli da quando avevamo 10 anni. È come se ci proteggessimo a vicenda, perché siamo una famiglia, e pure molto unita. Se ho un problema grosso ne parlo con Kili che è il più grande e saggio, se voglio un parere sincero su un pezzo lo faccio ascoltare a Rondo. Tra di noi c’è sempre una spalla a cui appoggiarsi, e a furia di appoggiarci l’uno all’altro abbiamo formato un cerchio chiuso, in cui nessuno può mettersi in mezzo a creare zizzania. Anche i nostri manager ci hanno visto crescere e hanno creduto in noi fin dall’inizio: sanno come prenderci e come gestirci. Non so se un professionista ci riuscirebbe. Siamo sei ventenni un po’ fuori di testa, è difficile (ride).

Parliamo di San Siro, il vostro quartiere, che nell’ultimo anno è diventato uno degli epicentri della cronaca milanese. Tu che lo vedi dall’interno, ci spieghi che sta succedendo?
Certi giornalisti – soprattutto quelli tv, perché ci sono alcuni programmi che sembrano fatti apposta per rompere le palle – non sanno più a cosa aggrapparsi. Ci sta la curiosità, sia chiaro: si sono accesi i riflettori con la musica e le sparatorie, ma rispetto a un anno o due fa la situazione è molto migliorata. Anche grazie all’attenzione che si è creata, qualcosa sta cambiando. Dal lato nostro l’abbiamo quasi trasformata in una meta turistica, ci sono spesso i fan che vengono apposta per farsi le foto lì. Dall’altro, i vari fatti di cronaca hanno convinto la gente che era ora di fare qualcosa: da poco ad esempio hanno aperto un centro educativo e ricreativo in via Zamagna, gestito da una ragazza, Elisabetta, e da don Claudio (Burgio, cappellano del Beccaria e fondatore della comunità Kayros, nda). I bambini ora possono andare lì a passare i pomeriggi, anziché ciondolare per strada. Si parla anche di realizzare un centro sportivo in piazza Selinunte. Il fatto che i media mostrassero a tutti il degrado della zona è servito, insomma. Però quegli opinionisti che puntano il dito senza proporre soluzioni, o che vengono a cercare me e Baby Gang per farci le interviste a tradimento, ci hanno un po’ stancato.

Ti succede spesso?
Molto spesso, anche due o tre giorni fa. È una tortura, devo sempre guardarmi intorno, perché spuntano dai posti più impensati, perfino dai cespugli (ride). Ho imparato a evitarli, perché cercano di strapparti la risposta che vogliono. Ma io quella risposta non posso dargliela, perché le cose di cui mi accusano non le ho fatte: sono innocente. So che alcuni pensano che non parliamo con loro perché siamo colpevoli, ma la verità è che dopo un paio di episodi – come quelli in cui arrivano dicendo che le telecamere sono spente, e in realtà sono accese, e cercano di farti cadere in contraddizione per registrare tutto – non ci siamo più fidati. Non mi piace essere messo alle strette. Se avete delle domande da farmi, troverete le risposte nella mia musica. Non certo in un’ospitata o una comparsata in tv. Sto già lavorando a un album, ma non vedo l’ora di fare ascoltare questo EP dal vivo, anche per dare modo alle persone di incontrarmi faccia a faccia e di vedere come sono davvero. Magari, se mi guardassero negli occhi, capirebbero che sono un ragazzo come tanti altri.