Mancava un pezzo nuovo nella playlist delle manifestazioni di piazza, non ci si poteva accontentare degli evergreen 99 Posse, Subsonica e Assalti Frontali, il brano più contemporaneo fino all’altro ieri era Cara Italia di Ghali… Poi sabato nei cortei di 50 città per la giornata mondiale di mobilitazione per la Palestina, da più di un camion con soundsystem è partita Dima Falestini – “il mio sangue è palestinese” o “sempre palestinese” in un mix di arabo classico e dialetto magrebino – cantata o meglio “trappata” da due voci non ascrivibili al mondo antagonista, ma da anni ormai nelle cuffie dei ragazzi che riempiono le piazze: Baby Gang e Neima Ezza.
Dima Falestini fa parte del progetto Mocro Stars, collettivo musicale internazionale che riunisce artisti marocchini e della diaspora, e i proventi della canzone andranno a Zaynab Project, organizzazione non profit impegnata in interventi umanitari a Gaza: tutto torna per farne un pezzo “bandiera”, e pure per togliere alla trap un po’ dello stigma maranza, termine ormai equiparabile a un insulto razzista.
Ma chi conosce Baby Gang e Neima Ezza sa che questo progetto non è un fake per pulire la reputation, la bandiera della Palestina è diventata ormai anche quella delle seconde generazioni e Dima Falestini, come ci racconta Neima, «esiste già da due anni, l’avevamo registrato e chiuso, poi i ragazzi di Mocro Stars hanno deciso di pubblicarlo adesso».

Foto: press via Help
Neima, che cosa è Mocro Stars?
È un progetto che vuole riunire molti artisti marocchini che vivono in Europa. Quando ci hanno proposto di partecipare, sapevamo che c’era anche uno scopo benefico: sostenere iniziative umanitarie, dagli orfanotrofi in Marocco agli aiuti per la Palestina. Ci avevano spiegato che le royalties del singolo sarebbero andate in beneficenza. Mi sembrava una bella idea, così abbiamo deciso di esserci.
Perché la causa palestinese è così sentita tra i giovani marocchini e nordafricani?
Non so se esista un legame particolare tra il Marocco e la Palestina. Io sono nato in Marocco, ma non è che da bambino qualcuno mi ha spiegato cosa dovevo pensare. Sono cose che capisci crescendo. Quando vedi un bambino che non ha neanche pronunciato le sue prime parole morire sotto le bombe non puoi rimanere indifferente. È una questione umana, prima di tutto. Sono comunque contento di vedere che nel Paese da cui vengo ci sia questa voglia di resistere, di gridare, di farsi sentire.
E a Milano, dove vivi, come si può manifestare questa solidarietà?
Per me basta anche il minimo indispensabile: parlarne, non dimenticarsene, non voltarsi dall’altra parte. A volte può essere utile anche una semplice chiacchierata, spiegare a qualcuno più giovane quello che sta succedendo, confrontarsi su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Non tutti possono fare grandi cose, ma tutti possono provare a dare un contributo.
Hai partecipato alle manifestazioni per la Palestina?
Sì, a quelle pacifiche.
In Dima Falestini canti soprattutto dei bambini, delle vittime innocenti: “Lei era una bambina le hanno sparato contro / Vittime innocenti che hanno perso la vita / Senza alcuna colpa muore un’altra famiglia”. Hai visto il film Naza?
Non ancora. Però quando vedi morire dei bambini e non provi dispiacere, secondo me c’è qualcosa che non va. E non parlo soltanto dei bambini: penso alle famiglie, agli anziani, a tutte le persone che soffrono. Io mi considero una persona di cuore. Se posso dare una mano, cerco sempre di farlo. So benissimo che c’è chi fa molto più di me, ma sono contento di aver contribuito con questa canzone.
Pochi dei tuoi colleghi, tra cantanti e rapper, hanno preso posizione sul quanto accade da tre anni in Palestina…
Non voglio giudicare nessuno. Non sono molto social e non sto a controllare continuamente quello che fanno gli altri artisti. Sono contento quando qualcuno ne parla, quando usa la propria voce per ricordare ai ragazzi che lo seguono quello che sta succedendo. Anche una parola in più può servire. Ma non me la sento di dire agli altri cosa devono fare.
Dima Falestini è uscita in prossimità dell’anniversario del 7 ottobre…
È stato sicuramente un episodio terribile. Ma per me la storia della Palestina non comincia il 7 ottobre 2023. Da piccolo guardavo Al Jazeera, i telegiornali, e vedevo già immagini di vittime innocenti. Non soltanto in Palestina, anche in altre parti del mondo. Sono cresciuto sapendo che queste tragedie esistevano. Non è una cosa che ho scoperto recentemente.
Nel testo non pronunci la parola “genocidio”. È una parola che useresti per descrivere quello che sta succedendo a Gaza?
Sì.
Sia tu che Baby Gang avete scelto di cantare buona parte della canzone in arabo. Per te è una novità?
Sì, è la prima volta. Ho ascoltato la strofa di Baby Gang e mi sono detto: perché non provarci? Mi piace anche dividere la mia parte tra arabo e italiano, così da poter arrivare a persone diverse.
Insieme a Baby Gang formi una strana coppia, quasi agli antipodi l’uno dell’altro: lui canta un mondo fatto di carcere, strada, violenza, tu invece hai una scrittura più introspettiva, malinconica…
La nostra prima collaborazione è stata Rapina, durante il Covid, quando eravamo in zona rossa. II rap è il mio mondo e quell’immaginario mi piace, quando guardo un video di un rapper americano, magari pieno di azione, mi trasmette l’adrenalina che cerco in quel momento. Ma se e voglio tranquillizzarmi, ascolto Ludovico Einaudi mentre guido. Sono due sensazioni diverse, e mi piacciono entrambe.














