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Neffa: «Dopo 30 anni di musica ho fatto il mio disco più violentemente ispirato»

Non ha mai avuto paura di cambiare, ma a forza di «distribuire abbracci e prendere schiaffi» ha smesso di condividere la sua musica. E però non poteva non pubblicare l'album in napoletano 'AmarAmmore'

Foto press

Nel 1998, nell’ambito di un disco immortale come 107 elementi, il Carcere a vita era ciò che Neffa e soci auguravano a chiunque bistrattasse, calpestasse o sfruttasse la musica a proprio vantaggio, mancandole di rispetto o usandola per fini personali. L’omonima traccia era impreziosita da un campione vocale dello sconosciuto neomelodico Antonio, autore originale di quel refrain, “carcere a vita”, diventato poi un inno generazionale.

Già da quel particolare sarebbe dovuto apparire evidente l’amore di Neffa per la musica napoletana, quella delle sue origini (la famiglia è di Scafati, ma si è trasferita a Bologna quando lui aveva 8 anni). Lui stesso non ne ha mai fatto mistero neanche nelle molte interviste rilasciate negli anni: l’adorazione per Roberto Murolo, l’ascolto ossessivo di Pino Daniele, l’ammirazione per un certo tipo di vocalità della tradizione partenopea. Musicalmente è sempre stato un ascoltatore onnivoro e curioso, cosa che si è riflessa anche nella sua esperienza artistica, multiforme come poche altre: dal punk dei Negazione alle fondamenta dell’hip hop italiano con i Sangue Misto, dalla costruzione del canzoniere del rap italiano con dischi come Neffa e i Messaggeri della Dopa, 107 elementi e Chicopisco alla svolta cantata e apparentemente leggera (ai tempi criticatissima e vissuta come un tradimento: “di base mi volevano rapper”, ammette candidamente anche il diretto interessato) di Arrivi e partenze e tutti i lavori successivi al 2001.

Da vent’anni, ormai, la sua carriera si era radicata in un raffinato pop d’autore con grandi influenze soul e R&B; nessuno si aspettava un’ulteriore svolta, da parte sua. E invece, sorpresa: esce AmarAmmore, un album tutto cantato in napoletano, ma con melodie e vocalità ispirate alla Campania di oggi, quella di Liberato e del neomelodico che si fonde con le ultime tendenze della musica urban. E allora via libera alle collaborazioni con Livio Cori, Rocco Hunt e Coez, ma anche a un timido accenno di ritorno al rap, con una vera e propria strofa nel brano Catene. Una svolta sorprendente per lo stesso Neffa, confessa. «Era una cosa nell’aria da sempre, però», racconta al telefono. «Negli anni ’90 mi venne perfino l’idea di chiamare Giuliano Palma e fare un tour che avrebbe portato le canzoni napoletane nei centri sociali. Alla fine l’avevo accantonata, ma immaginavo che il mio omaggio alle mie origini alla fine sarebbe stato un tour di musica partenopea nei teatri; invece mi sono ritrovato a scrivere questo disco, che per me è stato veramente un’epifania».

In che senso?
Che quando queste canzoni sono arrivate, ho dovuto in qualche modo adeguarmi anch’io al loro volere. Nella musica sono solo un vascello, non conto proprio niente: anche quando dico che non voglio più fare album, sono gli album che vogliono fare me. In apparenza sembro fermo, ma faccio musica tutti i giorni: per me è una gioia, è qualcosa che mi trasporta altrove. Alcune cose le do ad altri, altre le tengo lì e le faccio sentire solo agli amici più stretti e alla mia ragazza, ma non mi sento in obbligo di intraprendere un cammino discografico, di sottoporle a qualcuno che magari mi proporrà di cambiarle: “falle un po’ più così e meno cosà”… In questo caso, però, sentivo di non potermi sottrarre, perché c’era una tale intensità in queste tracce che dovevano essere ascoltate da tutti. Non a caso, nessuno mi ha chiesto di modificarle: sono uscite esattamente come le volevo.

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Molti, al posto tuo, a non uscire con un album nuovo per sei anni avrebbero avuto paura di essere dimenticati, o anche solo di non sbarcare il lunario. Perché tu no?
Tutti ci vendiamo, tutti siamo i Mastrota di noi stessi. Un conto, però, è farlo quando c’è molto interesse su di te, ma se devo pensare di farlo adesso, che ho raggiunto una mia stabilità, proprio non mi va. Ho sviluppato pochi o zero vizi, non ho necessità di beni materiali, quindi a che pro? Non lo faccio per i soldi, ormai dovrebbe essere chiaro. Tanto per farti un esempio, io sono proprietario di tutti i miei ultimi master, ma non mi è mai venuto in mente di fare un best of. O meglio, se lo facessi, lo farei mettendoci dentro tutti quei pezzi che io ritengo essere i migliori, e che magari quasi nessuno conosce perché non sono tra i più famosi (ride).

Immagino la reazione del discografico che ti ha visto arrivare dicendo «vorrei fare un disco in napoletano». Soprattutto un disco come questo…
Esatto: già ci rimane un po’ basito, in più magari si aspetta qualcosa di classico, da cinquantenne. E infatti alcuni brani ho dovuto toglierli, perché suonavano davvero troppo giovani per me. Non so neanch’io cosa sia successo nei due mesi in cui ho scritto l’album: si può dire che, come nei reality show, alla settimana 2 è successo qualcosa, ho sentito un passaggio a uno stadio più elevato. Ho smesso di pensare in italiano, ho cominciato a farlo solo in napoletano e tutto è venuto in maniera molto naturale. Ero il tizio che direzionava i sogni, come direbbe Alejandro Jodorowsky, le canzoni si scrivevano da sole. Oltretutto, dire “scrivere” è improprio, perché da un po’ di anni non scrivo più su un foglio: sono in studio, accendo il microfono, canto una melodia e poi attacco la frase successiva. Se mi metto a confezionare in maniera troppo precisa – a fare i cazzetti alle formiche, come dico io tra me e me – offendo le muse (ride).

Un flusso di coscienza, insomma.
È uno stato che tra me e me definisco “essere aperto”, e non mi è capitato spessissimo: l’ultima volta era successo con Molto calmo e pensavo non mi sarebbe accaduto mai più. Passami il paragone, è come fare l’amore con il vigore sessuale di un diciassettenne, ma con la testa di un cinquantenne. È difficile realizzare il proprio album più violentemente ispirato dopo trent’anni di musica, infatti fisicamente è stato faticosissimo: mangiavo in piedi, dormivo poco, mi è capitato perfino di piangere riascoltando quello che avevo fatto. Ma ne è valsa la pena, anche perché c’era una nuova consapevolezza e prendevo tutto come un dono. A 26 anni, l’età che avevo quando ero nei Sangue Misto, vivi in maniera talmente intensa che non hai neanche il vibrometro per percepire certe cose: ora invece sì.

Hai sempre vissuto la musica in maniera molto intensa, attraversando moltissimi cambiamenti, e non sempre sei stato capito subito. Credi che verrai capito adesso?
Per la maggior parte degli artisti la problematica degli odiatori è una questione relativamente recente, hanno cominciato ad affrontarla con la diffusione dei social. Io sono stato uno dei primi paladini a immolarmi per la causa (ride). Ricordo che nel 2001, quando ero appena uscito con La mia signorina, dovevamo fare una chat per Top Girl, una rivista per ragazzine: io non avevo mai fatto una chat con i fan in vita mia, perciò mi sono seduto davanti al computer e ho aspettato. Il primo messaggio che mi è arrivato diceva che dovevo morire. Diciamo che questi ultimi vent’anni li ho passati sperando di fare capire alle persone che il mio discorso nei confronti della musica era d’amore, di creatività e di onestà. Avrei potuto rifare altre sei volte Aspettando il sole chiamandola in altri modi, e magari a tutti gli altri sarebbe andata benissimo così, ma a me no. A un certo punto, a furia di distribuire abbracci e ricevere in cambio schiaffi – non sempre, ma per come sono fatto tendo ad accorgermi più degli schiaffi – mi sono detto: se non è strettamente necessario, perché devo condividere le mie canzoni con il mondo? Anche per questo, negli ultimi anni ho fatto uscire tendenzialmente poco.

La copertina di ‘AmarAmmore’ con un quadro dipinto dal padre di Neffa

Ricordo, però, una tua intervista dei tempi de La mia signorina in cui dicevi che il passaggio dal rap alla musica pop-soul era anche dovuto al fatto che la scena hip hop non comunicava con l’esterno e che tu volevi arrivare a tutti. Raccontavi un episodio in particolare: eri in spiaggia, una ragazza cominciava a canticchiare una canzone, e tu ti ritrovavi a pensare «quanto vorrei che quella canzone fosse la mia»…
Ricordo di averlo detto, come ricordo perfettamente quella bella giornata al mare, ma la questione è un po’ diversa. Le considerazioni sui numeri, come ogni essere umano, le ho sempre fatte anche io; nessuna questione numerica, però, ha mai potuto battere la voglia di esprimermi. Ho sempre pensato che quello che la musica mi dava era più importante di qualsiasi altra cosa, e non l’ho mai venduta. Mi sarebbe convenuto fare ancora l’hip hop, ma non ci ho pensato un attimo a cambiare. Nei primi anni ’00 sono passato da essere uno dei king del rap a essere uno sguattero nella cucina dei cantanti: che convenienza c’era in questo?

Che poi le tue non erano certo canzonette. In Arrivi e partenze, ad esempio, c’era Sano e salvo, che mi ha sempre ricordato tantissimo (Sittin’ on) The Dock of the Bay di Otis Redding, non perché musicalmente ci assomigli, ma perché ha quella stessa malinconia salvifica di quando ritrovi la tranquillità dopo un periodo molto turbolento.
Umberto Eco diceva che i libri sono fatti di altri libri: figuriamoci la musica. La percepiamo fin da quando siamo ancora nel grembo delle nostre mamme, e la assorbiamo. Sono sempre stato molto attratto dal soul degli anni ’60, e se sono riuscito a mettere anche solo una goccia di quelle atmosfere nelle mie canzoni, ne sono felice. Sano e salvo è stato un pezzo molto importante, per me: come molti altri, ha sostituito egregiamente la psicoterapia.

All’hip hop, prima ancora che alla musica cantata, ci eri arrivato attraverso il punk. Come era avvenuto questo passaggio?
Sceglievo il genere musicale in base alle persone che amavo. Da ragazzino mi avvicinai all’hard rock grazie a mio fratello, e a furia di incontrare altri amici che lo ascoltavano, alla fine avevo il chiodo anche io. Frequentando quel giro ho conosciuto i primi punk, quelli che occupavano ed erano attivi nel giro dei centri sociali, e mi piaceva il fatto che nel loro mondo l’arte fosse centrale, un modo di partecipare alla creazione di una nuova società. Affezionandomi a loro, finii a fare il batterista per un gruppo hardcore, i Negazione. Quando sentii per la prima volta il rap, mi piacque da subito, perché ci risentivo elementi del funk e del rock. Un po’ per via del fatto che il rap mi veniva bene, un po’ perché i Negazione nel frattempo stavano prendendo strade diverse, cominciai a esplorare l’hip hop. Ma a un certo punto è arrivata una musica ancestrale che avevo dentro, quella di quando avevo 15 anni e sognavo di fare il cantante anche se non ero abbastanza bravo. È riemersa da sola, e ho capito che mi stavo giocando tutto.

Hai vinto o hai perso?
Diciamo che me l’hanno fatta pagare, perché da lì in poi la mia carriera è stata basata su un pregiudizio: la gente non valutava le mie canzoni in base al fatto che fossero belle o brutte, ma in base al fatto che non fossero canzoni rap. Ma per me cambiare è sempre stato fondamentale, anche quando facevo hip hop. È come quando fai sempre la stessa faccia nelle foto: a lungo andare sei ridicolo. Ci sono degli artisti, di cui non farò mai i nomi, che fanno la stessa cosa da sempre, e ci riescono: giuro che li invidio. Ma tanto. Così come invidio quelli che pensano poco, probabilmente vivono più felici, beati loro. Io, se mi costringi a fare sempre la stessa roba, dopo un po’ ci sto così male che trovo il modo di suicidarmi, artisticamente parlando. Tant’è che ogni volta che ho avuto un po’ di fama ho fatto di tutto per perderla, perché la vedevo quasi come una prigione.

A proposito: gira voce che ti volessero come giudice a X Factor e che, dopo aver considerato l’ipotesi, tu abbia lasciato perdere proprio per motivi analoghi…
Ti dico la verità: ci sono stati momenti in cui pensavo mi sarebbe piaciuto. Vedevo che nei talent show mancava l’aspetto profondamente umanistico della musica, e sarebbe stato interessante dare quell’apporto. Ma poi, quando sono stato effettivamente chiamato, non mi interessava più così tanto: era un periodo in cui non avevo tanta voglia che la gente si mostrasse improvvisamente più simpatica con me perché mi aveva visto in tv. Nelle condizioni giuste, però, lo farei volentieri, anche per dare una visione un po’ diversa. Per essere un nuotatore controcorrente, una voce fuori dal cloro, passami il gioco di parole.

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Il fatto di essere stato messo su un piedistallo altissimo dai tuoi fan, fin dai tempi di Negazione e Sangue Misto, è stato complicato per te?
Mi sono reso conto che le canzoni che fai restano nel tempo, che per altri diventano un simbolo. Una volta ho chiesto a Pino Daniele qual era l’album che preferiva tra quelli della sua discografia, e mi rispose: Sció. Io sono un fanatico della sua musica, ma quel disco credo di averlo ascoltato una volta o due nella vita: non mi era proprio arrivato, così come probabilmente non è arrivato a tanti altri suoi fan. È difficile che un qualsiasi artista, il cui lavoro in un certo senso è basato sulla perenne insoddisfazione, la pensi come la pensa il suo pubblico, sulle sue opere. Tutto questo per dirti che sono convinto che questo sia il mio disco migliore. Ora che l’ho fatto, credo di potere anche morire, perché chiuderei con una nota molto alta.

Beh, dai, magari proprio morire no, evitiamo…
Lo stato che ho raggiunto per realizzare AmarAmmore è di quelli che ti debilita, ti prosciuga, ti svuota. Verso la fine di questa fiammata, ben consapevole che non sarebbe potuta durare per sempre, me lo sono proprio detto: vorrei morire, perché non si può vivere più di così. Una sensazione totalizzante che di solito provi quando sei ragazzo, non da adulto.

Mi riattacco a questa nuova giovinezza e approfitto per chiederti quello che tutti si aspettano io ti chieda: ora che hai cinquant’anni, hai fatto pace con il rap?
Innanzitutto, io non ho mai litigato con il rap. Forse il rap ha litigato con me, perché si è sentito defraudato di una figura di riferimento. Dell’hip hop ho conservato tanti elementi, dalla filosofia all’approccio alla scrittura di una canzone: faranno sempre parte di me, come tanti elementi della cultura punk e hardcore. Sul fatto di tornare a fare il rapper in prima persona, in Catene c’è una strofa rappata, in napoletano: dove altro lo trovi, un cinquantenne che fa una roba del genere? Vi sto facendo vedere come invecchia un ex rapper… (ride). Chissà se ci sarà mai un MC ultrasettantenne ancora in carriera, come capita con i Rolling Stones nel rock. L’hip hop è un genere molto adolescenziale, sia nella forma che nei contenuti. Non ce lo vedo uno in età da pensione che sale sul palco a rappare di troie, pillole e Balenciaga, né riesco a immaginare un adulto che lo ascolta. Forse roba come i De La Soul è per adulti, ma ci sono pochi progetti così.

Però un album come 107 elementi non era certo un disco adolescenziale, e a riascoltarlo da adulti non perde un grammo della sua forza.
Mmm… per noi che l’abbiamo fatto (si riferisce anche a Deda e Al Castellana, che firmarono il lavoro con lui, nda) è stato un disco importante. In generale, per me l’hip hop è ancora importante: è come quando prendi la patente, non è che poi andare in bicicletta smette di piacerti. E anche farlo è come andare in bicicletta, soprattutto se non eri l’ultimo degli scarsi a pedalare. Però c’è stato bisogno del napoletano, perché io arrivassi a desiderare di comunicare qualcosa in forma di rap. L’ho fatto talmente tanto, e talmente presto, che oggi mi riesce difficile.

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