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Né santi, né criminali: Gianni Bismark canta i ‘Bravi ragazzi’ della Garbatella

«Più che un quartiere, per me è un paesino. Non c'è un'atmosfera cupa, ma di rivalsa: ci industriamo per prenderci tutto ciò che ci meritiamo». Lo spirito della canzone romana de Roma incontra l'hip hop

Gianni Bismark

Foto press

Nel 2001, anno in cui la Roma vinse lo scudetto, c’era un giocatore uruguaiano che si chiamava Gianni Bismark Guigou Martínez. «Era una pippa, ma ogni volta che lo facevano entrare si sbatteva un casino: usciva fradicio dal campo», racconta il rapper romano che gli ha rubato l’identità, Gianni Bismark, appunto. Ci metteva tutto se stesso, e in curva (che Tiziano, questo il suo vero nome, già frequentava nonostante avesse solo 10 anni) lo apprezzavano tantissimo, tanto che avevano inventato dei cori apposta per lui. «Quando ho cominciato a fare rap anch’io mi sentivo una pippa che ci metteva il cuore: così, con mio fratello, per scherzo abbiamo pensato che sarebbe stato un nome perfetto per me. Alla fine mi è rimasto».

Tanto pippa, lo sottolineiamo, Gianni non è: alla vigilia della pubblicazione del suo quarto album, Bravi ragazzi, uscito oggi per Virgin Records, ha già incassato la stima di molti colleghi eccellenti e ha una fan base affezionatissima. Il merito è del suo stile naïf ma assolutamente caratteristico, che mescola lo spirito degli stornelli romani all’hip hop più verace.

A fare il rapper Gianni Bismark ci è arrivato per gradi, ma prima ancora di cimentarsi con le rime ha casualmente contribuito a cambiare la storia del rap italiano presentando Sick Luke a Tony Effe, Pyrex, Wayne Santana e Side Baby, e creando così uno degli ensemble più discussi del nuovo millennio: la Dark Polo Gang. «Ero sempre stato in fissa con il rap e Luke all’epoca aveva uno studio vicino a casa mia, alla Garbatella. Sapevo che era il figlio di Duke Montana e che produceva, così un giorno l’ho fermato e ho attaccato bottone». In breve, cominciano a frequentarsi. «La trap ai tempi era una cosa nuova, e a Roma la facevano praticamente solo lui e un altro mio amico, Tony Effe, che conosco da quando ero bambino perché mio padre lo allenava a pallone. Così gli ho fatto sentire un paio di pezzi del suo gruppo. La prima volta mi ha guardato storto e ha detto “Mazza che schifo, che è ‘sta roba?”», ride. «Il giorno dopo mi ha richiamato e mi ha detto di portarglieli in studio, perché ci era andato in fissa: evidentemente gli erano cresciuti con gli ascolti».

Nel frattempo, le prospettive per Gianni non erano poi così rosee, dal punto di vista dei progetti futuri. «Stavo sempre per strada, a fare cose che preferisco non dire qui». Un bel giorno capisce che non può continuare così per sempre. «Per fortuna avevo da parte dei soldi, e mi sono pagato un corso di cucina. Ho voluto darmi un’opportunità per il futuro». Terminata la scuola da chef, lavora nella ristorazione per tre anni. «Ero bravo, ho lavorato anche in locali famosi», dice con una punta di orgoglio. «I miei tortelli fatti a mano con la zucca costavano 35 euro a piatto. Peccato che io prendevo 15 euro a servizio: dalle 8 alle 12 ore al giorno, 6 giorni su 7. Una vita massacrante, non me la potrò mai scordare».

Il rap («soprattutto quello americano un po’ vecchiotto, tipo MF Doom o Kev Brown») lo ascolta da sempre, ma non ha mai provato a farlo. «Un giorno, però, ho litigato con un amico che per me era un fratello, sono tornato a casa e ho cominciato a scrivere per sfogarmi. È stato lì che mi sono accorto che con le rime riesco a tirare fuori cose che non racconterei mai: sono una persona molto chiusa, non parlo molto. Il rap è il mio psicologo». Ai tempi ha 24 anni, e da allora comincia a fare sul serio, entrando inizialmente a far parte dell’etichetta dei suoi amici della DPG, la Triplosette Entertainment.

All’inizio, l’impatto con la nuova vita da artista è più complicato del previsto. «Da ragazzetto sono per lo più rimasto dentro i confini della Garbatella: ero un po’ chiuso, tant’è che all’inizio facevo fatica a spostarmi», confessa. «Quando hanno cominciato a chiamarmi per fare le prime date a Milano o Torino mi inventavo delle scuse per non andare, tipo che lavoravo, ma la realtà è che non volevo prendere il treno. Quando si chiudevano le porte avevo la sensazione di essere in trappola, mi faceva impazzire». È stata la madre a convincerlo a superare le sue ansie. «Mi ha detto “Che vuoi fare, lavorare in cucina per sempre o fare sul serio?”. Allora ho preso coraggio, sono salito su un treno a caso e sono partito». Ma il cuore della sua musica è ancora alla Garbatella. «Per me, più che un quartiere, è un paesino. Da bambino tutte le case avevano le porte aperte, e ci conoscevamo tutti, dai più grandi ai più piccoli. Non c’è un’atmosfera cupa, ma di rivalsa: ci si industria per prenderci tutto ciò che ci meritiamo. La penna ce l’ho io in mano, ma Bravi ragazzi è un disco scritto da tutto il mio quartiere. Nella foto della copertina ci sono i miei veri amici, quelli con cui sono cresciuto: né santi né criminali, bravi ragazzi, appunto».

Secondo Gianni Bismark, questo «è un disco che parla di gente che sta crescendo, ma a cui non va molto di crescere». Vedi il caso di Fischio e tuta, un brano scritto quando ha scoperto che la sua ex era appena diventata mamma. «Quando l’ho vista mi è preso un colpo», dice candidamente. «Però non penso mai al momento in cui le persone di cui parlo ascolteranno le mie canzoni: non me ne frega niente. Dopo che un pezzo esce, diventa mio e basta». Anche C’avevo un amico è una traccia molto personale, che ha a che fare con il concetto di passato e futuro. «Era morto il padre di un mio carissimo amico, e abbiamo fatto un funerale in piazza alla Garbatella. C’era tutta la mia comitiva riunita, ed era tantissimo che non ci rivedevamo tutti insieme. Da un’occasione triste, insomma, è nata una cosa bella: quando sono tornato a casa, il testo mi è uscito da solo».

Le storie di vita quotidiana che racconta ricordano molto quelle della canzone tradizionale romana, vicina al popolo e a sentimenti semplici e immediati. Visti i suoi gusti musicali, è normale che sia così: «Oltre al rap, ho sempre amato molto anche Califano, Venditti, Gabriella Ferri, Renato Zero. Roba che ascoltava tantissimo mia nonna, e che mi è entrata nelle vene». A fargli da tappeto sonoro un duo di produttori, gli Enemies, che lo seguono da sempre. «Suonano un sacco di strumenti, fanno tutto loro, e mi hanno aperto un mondo di colori». Un mondo che condivide con molti altri artisti romani, tra cui Franco126, Ketama o KVNEKI degli Psicologi (presenti nei featuring del disco insieme a Gemitaiz, Speranza e Jake La Furia). «Collaboro solo se c’è rispetto tra artisti, non mi interessa posizionarmi in classifica o ottenere più fan» afferma deciso.

Il contatto diretto con il suo pubblico è una delle più grandi fonti di ispirazione, per Gianni Bismark. «I miei fan sono belli come il sole, super rispettosi», esclama. «È tutto molto spontaneo, tra di noi. Ricordo che le prime volte che mi capitava di fare qualche foto con un fan che tremava dall’emozione, io tremavo con lui. Venivo proprio da un altro mondo, non ci ero abituato».

Gli è mancato molto non poter suonare dal vivo, negli ultimi due anni, e il confronto con il trattamento riservato al mondo del calcio (l’altra sua grande passione) lo ha lasciato deluso. «Un po’ ho rosicato, lo ammetto: a noi che facciamo musica ci hanno davvero buttato in un angolino», commenta amaramente. «Siamo stati due anni senza cantare, ci hanno dimenticato, ma le tasse ce le hanno fatte pagare comunque. Ero avvelenato. Da tifoso ero contento di poter tornare allo stadio, ma da musicista ci sono rimasto male, perché noi eravamo ancora bloccati. Non vedo l’ora di tornare sul palco, speriamo che finalmente sia la volta buona».

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