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Né queer, né rap: solo Cakes Da Killa

26 anni e la voglia di divertirsi senza essere etichettati: abbiamo parlato con Rashard Bradshaw, il performer del New Jersey che il 3 dicembre si esibirà al Quirinetta di Roma
Foto: Wouter van Gens & Alessandro Pisano

Foto: Wouter van Gens & Alessandro Pisano

Per Rashard Bradshaw, conosciuto con lo pseudonimo di Cakes Da Killa, un rapper gay non dovrebbe fare granché notizia. Ecco perché il termine queer rap risulta inutile per definire il sottogenere coniato per includere i lavori fatti da Mykki Blanco, Le1f e altri colleghi del 26enne di Englewood, New Jersey.

E poi l’album di esordio Hedonism è tutto fuorché rap, che sopravvive solo nello stile con cui Rashad snocciola rime sulle basi elettroniche. Roba da ballare, roba per divertirsi. Lo dico soprattutto per chi sta nei dintorni di Roma e domani, 3 dicembre, vorrebbe agitarsi un po’. Cakes infatti sarà ospite di BASE, la serata organizzata al Quirinetta.

Come mai un nome così brutal per una musica così felice, provocatoria?
Il nome Cakes Da Killa deriva dal mio flow, che è piuttosto aggressivo. È chiaro che con il termine “killa” non intendo un vero omicidio. Di omicidi ne faccio sul palco ma si tratta sempre di metafore.

Meno male che c’è il “cakes” ad addolcire tutto.
Esatto, quello è perché sono dolce, sono gay e mi piace divertirmi.

E questa definizione di queer rap non ti sta un po’ stretta? Non ti sembra discriminatorio dover specificare l’orientamento sessuale di chi rappa?
Non penso sia discriminatorio, forse è solo mettere le persone in una casella, qualcosa di non necessario. Il termine queer rap nasce perché negli altri generi c’è sicuramente un’atmosfera più rilassata rispetto alla sessualità. Ci può anche stare specificare che sono gay, però, bro, non mi si deve trattare come un fenomeno da baraccone.

Oltretutto, anche parlare solo di rap per me è riduttivo.
Certo, anche perché di rap c’è solo il flow ma il resto della mia musica è perlopiù roba da club, elettronica. Almeno, lo è per il momento.

Sei auto-prodotto oppure ti affidi a un produttore?
Ho vari produttori con cui collaboro, a seconda di che direzione voglio far prendere al disco. Le mie influenze più che musicali sono umane. Più che una canzone, a ispirarmi è una relazione di amicizia, di sesso o di lavoro. Prendi Peaches, lei mi ha ispirato molto più conoscendola che ascoltando la sua splendida musica. Ci siamo incontrati a un concerto e da lì è nata la collaborazione nell’album.

Lei poi è perfetta per te, un po’ provocatoria come te.
Non so se mi piace tantissimo il termine “provocatorio”. Nel senso che sia io che lei alla fine parliamo di sesso, la gente fa sesso tutti i giorni perciò non c’è molto da provocare. EÈ come parlare dell’aria, di respirare.

Eh, però la gente da sempre parla più volentieri di respirare che di sesso.
Beh, allora dovrebbe fare più sesso!

L’Hedonism è l’unica via possibile secondo te?
No, non penso sia l’unica ma per me in questo momento lo è. Sono un maschio 26enne e gay. In questa precisa fase della vita sto pensando solo al piacere e solo al mio, non credo di fare male a qualcuno, no? [ride] Cinque anni fa ero diverso, e fra cinque magari lo sarà ancora. Sto vivendo alla giornata, senza preoccuparmi troppo.

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