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Nayt: «I giovani sono fuori dalla politica perché nessuno gliela fa capire»

In 'Raptus 3' è stato sincero, soprattutto con se stesso. Per questo ha deciso di toccare argomenti non ordinari, tra cui la politica. E si è messo anche a dare consigli ai colleghi

Nayt ha pubblicato l'album 'Raptus 3' il 15 marzo

Nayt viene spesso presentato come “una delle scoperte più interessanti di quest’anno”, ma in realtà è in giro da molto più tempo. Posso dirlo con cognizione di causa, perché correva l’anno domini 2012 la prima volta in cui lo intervistai per uno speciale sui rapper under 21 più forti d’Italia: lui aveva 17 anni, ancora andava a scuola e già aveva fatto parlare parecchio di sé grazie ai suoi primi singoli e video, in un periodo in cui raccogliere numeri da capogiro non era ancora così facile.

Probabilmente è anche per via di questa sua lunga gavetta che oggi, a quasi 25 anni, la sua maturità artistica e personale è parecchio più alta rispetto alla media dei suoi coetanei e colleghi. Dopo una lenta ma inesorabile crescita anche a livello di pubblico – che si è impennata negli ultimi mesi grazie alla trilogia Raptus, per i primi due capitoli pubblicata con la realtà indipendente fondata dal suo storico produttore 3D, la VNT1 – è finalmente approdato nel campionato di massima divisione: Raptus 3, ultimo capitolo della trilogia, esce per la storica etichetta Jive, divisione di Sony Music. Un traguardo lungamente atteso, per niente scontato (soprattutto perché non si parla di trap, ma di rap nel senso più canonico del termine) e di grande soddisfazione.

Fin da ragazzino sei sempre stato considerato una promessa del rap italiano: come ti spieghi questa tua gavetta quasi infinita?
Beh, in effetti ho avuto un percorso particolare! (Ride) Ho iniziato a rappare nel 2009, a 15 anni, e nel 2010 ho cominciato a andare a registrare nello studio di 3D, che era già un produttore abbastanza conosciuto nella scena rap. Ai tempi per lui ero solo un cliente pagante, però ci siamo presi subito in simpatia e abbiamo cominciato a collaborare. Quando avevo 16 anni, nel 2011, abbiamo pubblicato il nostro primo video insieme, No story. Aveva avuto un bel boom, anche perché per i tempi era difficile vedere un ragazzo così giovane che faceva un video ufficiale di quel tipo. Mi arrivò una prima proposta discografica, che però forse era fin troppo prematura: cominciai a lavorare al mio primo disco ufficiale, però non mi trovavo bene, cosa che mi ha rallentato e poi addirittura completamente bloccato. Nel 2014 sono riuscito finalmente a scindere il contratto, anche se per poterlo fare ho dovuto buttare via un disco già pronto, e ho ricominciato da capo con 3D e con VNT1, che ormai da un po’ è la nostra realtà.

Com’è stato, ricominciare da capo dopo avere assaggiato un relativo successo?
Complicato, perché nel frattempo era come se si fosse spezzato qualcosa. Per fortuna, però, essendo così giovane avevo ancora tanta voglia di crescere e di sperimentare. Credo di avere fatto tanta strada da allora. Raptus è stato proprio un esperimento, in questo senso: una trilogia molto variegata che mi serviva a capire cosa volevo fare davvero.

Visto da fuori il legame con 3D sembra molto importante per te, sia sul piano umano che sul piano artistico…
È una collaborazione molto naturale, lavoriamo insieme perché ci fa piacere farlo. E siccome sentivamo di avere già provato tutte le alternative possibili, abbiamo deciso di creare una realtà che fosse tutta nostra: oggi possiamo dire di essere soci non solo nella produzione artistica, ma anche in tutti gli altri aspetti che riguardano la gestione della musica che facciamo. E ovviamente siamo molto amici. Credo che questo sia un grande punto di forza.

Nella prima traccia di Raptus 3, Per essere vivi, dici di voler “cambiare le regole alla musica / che un bel pezzo sia pure commerciale”. In che senso?
Oggi sembra che non si faccia più musica per necessità, ma per creare un prodotto da vendere. Sia chiaro, ognuno fa quello che vuole e quello che meglio crede, ma a me questa tendenza dispiace molto, cerco di andare controcorrente. È ovvio però che, visto che esiste un mercato discografico e tutti ci siamo dentro, la musica non potrà mai essere solo un modo per esprimersi, perché altrimenti finisci per fare canzoni bellissime che però nessuno non ascolta, perché non sei riuscito a farle arrivare al pubblico. Ecco perché io vorrei puntare a fare qualcosa di rilevante sul mercato, ma anche qualitativamente alto, bello, che sento dentro.

Hai dichiarato che questo terzo capitolo della trilogia Raptus contiene “la verità”. Cosa intendevi esattamente?
In tutta la musica che faccio cerco di mettere la verità, in realtà, ma in questo disco in particolare. Cerco di essere molto schietto nei miei testi, ma soprattutto di essere sincero con me stesso. Forse è la cosa più difficile: mettersi in dubbio, smascherare certi meccanismi che si innescano nei nostri comportamenti e le bugie che ci raccontiamo. Cerco di raccontare quello che vedo, anche quando rischio di fare una brutta figura o di non proiettare l’immagine giusta. Parlo molto di ciò che non mi va bene, piuttosto che di quello che mi piace: non so perché, ma è così. Mi sento molto in colpa per certe cose, come se ne fossi complice.

Per esempio?
Il progresso della nostra civiltà campa sulle spalle di realtà più fragili, dallo sfruttamento del regno animale a quello dei paesi più poveri, e la cosa non mi sta bene. Da una parte mi sembra di non potere fare nulla nel mio piccolo, dall’altra so che non è vero. Fare parte di questo sistema è dura, e il minimo che posso fare è cercare di sensibilizzare, in qualche modo. So di non essere il solo a sentirmi così, perché non è una questione di essere colto o meno colto, informato o meno informato: una coscienza ce l’abbiamo tutti. Però forse oggi manchiamo un po’ di empatia, e mi piacerebbe riuscire a trasmetterla agli altri.

A proposito di questo, sei uno dei pochissimi rapper tuoi coetanei a citare la politica in un testo, quello di Animal: la canzone in realtà parla d’altro, ma già solo nominare il tema è una rarità, in questo periodo di perenne non-schieramento…
Forse perché è un tema che vende poco, e nel rap gli argomenti più leggeri sono più collocabili e rendono di più. O forse perché ai giovani d’oggi proprio non interessa. Ormai mi ci metto anche io perché, come dico nel pezzo, della politica i giovani non sanno nulla e non gli fanno capire nulla. Ho provato a informarmi tante volte, ma non mi sembra che ci siano delle idee o dei concetti chiari: non sai mai a chi credere, e alla fine decidi di non credere a nessuno, perché tutti promettono e poi nessuno rispetta. Sembra una televendita: le loro parole servono per vendere un prodotto, e una volta che l’hai comprato la cosa finisce lì, passano a venderti il prossimo. Non voglio risultare pesante o entrare in argomenti che non mi competono, però ci tenevo a dirlo.

Ci sono altri pezzi più intimisti ma altrettanto pessimisti, come ad esempio Exit: come ti è uscito (scusa il gioco di parole)?
È una domanda che mi sono fatto anche io, ma in realtà non c’è una vera risposta. Io non scelgo a monte di che cosa parlare, mi lascio ispirare dalla musica. Scrivo sempre su un sottofondo musicale, che non è quasi mai il beat definitivo che userò: può essere una colonna sonora, un beat americano, un type beat, una canzone che ho sentito in una pubblicità. Exit mi è uscito così, seguendo il flusso. Sono argomenti che mi toccano nel quotidiano e poi arrivano a sfociare nelle mie canzoni, perché evidentemente avevo bisogno di parlarne. La trilogia si chiama Raptus proprio per questo.

A livello stilistico, invece, A Silvia mi è sembrato un omaggio a XXXTentacion. È così?
Cazzo, mi hai beccato! (Ride) Non era fatto apposta, anche in questo caso mi è uscito così, tra l’altro proprio nel periodo in cui ho conosciuto Silvia, che è una persona reale. Sono un super fan di XXXTentacion: non amo moltissimo il suono trap che va in questo momento, a parte qualche rara eccezione, e lui era una di queste. Nessuno si avvicina al suo livello di talento. Per me la sua scomparsa è ancora oggi un grande lutto: è morto l’artista più forte della sua generazione, se fosse vissuto più a lungo avrebbe fatto grandi cose. In quel brano, però, per essere del tutto onesti, ci sento anche un po’ di Drake e un po’ di Daniel Caesar, altri due nomi che amo molto.



E arriviamo al capitolo “polemiche e dissing”. Nell’ultima traccia, Gli occhi della tigre, che era già uscita nel 2018, citi un paio di persone. Il primo è LowLow, in questo verso: “Ho sentito l’ultimo pezzo di LowLow e l’altro, quanto mi fa schifo”…
Esatto. Parere personale, sia chiaro. Tieni conto che Gli occhi della tigre l’ho scritto un anno fa, e nello specifico parlavo e nello specifico parlavo del pezzo che aveva fatto con Riki, quello di Amici. Io conosco LowLow da tantissimi anni e in passato abbiamo anche collaborato: al di là dei nostri rapporti personali, a livello di rap credo che potrebbe dare qualcosa di importante alla scena italiana, perché non è assolutamente scarso. Lo rispetto. Proprio per questo, il mio più che un dissing era una specie di messaggio: “Che stai a fa’? Le mosse tattiche per cercare di acchiappare le fan ragazzine?”. Era una specie di sfogo mio.

Nelle barre immediatamente successive, invece, sempre nell’ambito di cose che ti hanno fatto schifo, dici “quando scrivo penso a quello che ha vinto Sanremo, poi mi manca Primo / bravi sì a fare business, sembra che vi abbia comprati Disney”. Primo è ovviamente Primo Brown dei Cor Veleno, ma “quello che ha vinto Sanremo”?
Sicuramente non Mahmood, visto che l’ho scritta l’anno scorso: mi riferivo ovviamente a Ultimo, che nel 2018 aveva vinto Sanremo Giovani, e infatti era un gioco di parole con Primo. Anche in questo caso c’è poco da dire, se non che sono gusti miei e che è uno sfogo personale, una provocazione, anche leggera. È un pezzo che mi piace molto, perché ho detto quello che volevo dire senza avere paura di espormi, in un periodo in cui non ero neanche certo di potermelo permettere, visto che non ero ancora così conosciuto. E oltretutto, in quel periodo, a parole nella scena rap erano tutti amici, tutti apparentemente si rispettavano. Non volevo finire così anche io: non volevo dover incontrare a una serata un altro rapper e dovergli sorridere per forza. Se ci stiamo sul cazzo da sempre, diciamocelo! Se per me sei forte ma l’ultimo tuo singolo mi fa schifo, diciamocelo! Non facciamoci falsi complimenti per tenerci buona gente che potrebbe tornarci utile, prima o poi.

Severo ma giusto.
Ormai la vedo così. Veniamo tutti dallo stesso ambiente, abbiamo vissuto tutti certi periodi e certe situazioni: se vogliamo essere davvero uniti, non dobbiamo ricordarcelo solo quando succedono tragedie (il riferimento è alla morte di Primo Brown, ndr). Dobbiamo essere sinceri l’uno con l’altro, come si fa tra amici. Se il mio migliore amico fa una cazzata, glielo dico, è mio dovere farlo.

Per concludere: con Raptus 3 si chiude una trilogia. Hai già pensato a cosa farai dopo?
Ci sto pensando, diciamo. L’unica cosa che so per certo è che voglio stupire, a livello di sound e di scrittura. Non voglio semplicemente cambiare, voglio continuare a superare me stesso in una continua escalation. Là fuori c’è sicuramente qualcosa che non è ancora stato fatto, e io devo trovarlo e farlo per primo.

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