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Nathy Peluso è la diva spagnola del futuro

Argentina, ma con una parte di famiglia di origine italiana, Nathy è un fiume in piena: canta, rappa, balla e recita mescolando spagnolo inglese e argentino. Una sorta di risposta musicale europeista al gretto ritorno ai nazionalismi di questi ultimi anni

Raramente ti capita di ritrovarti davanti ad una artista così giovane e pensare che probabilmente stai intervistando una futura diva. Una di quelle personalità che in pochi anni si divoreranno il pop mainstream con la fame di chi arriva dal basso e il talento di chi è qui per rimanere. Questa è la sensazione che provo parlando con la nuova next big thing Nathy Peluso.

Argentina, con una parte di famiglia di origine italiana, si è trasferita in Spagna da piccola. Nathy è una forza della natura. Vederla sul palco è un piacere: canta, rappa, balla, recita. Ad un suo live succedono così tante cose differenti che bisogna prendersi il tempo per elaborare il tutto. È istrionica, teatrale, drammatica, rifacendosi alle grandi dive del passato. «I miei riferimenti sono Gloria Estefan, Erykah Badu, Celia Cruz, ma anche la vostra Rita Pavone, quando un mio amico me l’ha fatta scoprire, mi ha ispirato molto», mi dice in total outfit denim all’interno di un ristorantino brasiliano nel cuore del Barrio Gràcia a Barcellona. Al suo fianco c’è Peter Party, il produttore che l’ha seguita per il suo ultimo lavoro, l’EP La Sandunguera, un mix di hip hop, trap, jazz, soul, r&b, latin con una potenza pop clamorosa, «Peter mi ha davvero aperto la mente su come poter lavorare in studio, è stato in grado di trovare un bilanciamento tra tutte queste influenze che fanno parte di me, le mie radici e quello che volevo mettere in musica».

La Sandunguera si smarca dal precedente disco, Esmeralda, figlio di sonorità decisamente più urban. «L’hiphop è stato il genere che mi ha fatto conoscere al pubblico, ma crescendo sono maturata, mi sono aperta alle mie influenze e ispirazioni, non volendomi più rinchiudere in un genere solo», mi racconta, «nel futuro voglio sperimentare con i ritmi latini come salsa e bolero. So benissimo di non aver fatto ancora nulla, ho tanto da scoprire in ogni genere e in my roots: musica afroamericana, argentina, brasiliana». Umiltà e concentrazione, passione e sicurezza: Nathy è un vulcano.

Quando le chiedo come ha reagito il suo pubblico a questi cambiamenti, sembra molto conscia di quanto fatto. «Ho educato il mio pubblico ai miei cambiamenti. Sanno che non mi etichetto, non mi chiudo, ed è quello che penso piaccia di me. Mi sento libera: la musica è fatta per essere vissuta e non per essere ingabbiata». Non c’è traccia della giovanile arroganza che ci si potrebbe aspettare da una ragazza di 23 anni che sta vivendo un momento di così grande successo in Spagna. Nathy è focalizzata, legata alla proprie radici, aderente al presente. «La musica è un dono che mi è stato dato e vorrei che la mia aiutasse le persone a ricordare anche solo un dettaglio a cui prestare attenzione. Cerco di trasmettere questa mia sicurezza a chi mi ascolta. Ho un pubblico forte, guerrero. In una generazione spesso accusata di lack of courage, questo scambio è importante».

Mi parla mischiando spagnolo ed inglese ed argentino, come fa con agilità all’interno dei suoi brani. Una sorta di risposta musicale europeista e mondiale al gretto ritorno ai nazionalismi di questi ultimi anni. «Penso sia meraviglioso mescolare le lingue. La musica non ha barriere, siamo noi che le abbiamo create nell’arco della storia. Io, personalmente, scelgo le parole in base al suono, senza dipendere da un singolo idioma», una sorta di esperanto formato da un collage di alfabeti. Una reazione artistica. A sentirla parlare sembra di essere di fronte a quella che gli americani definiscono ancient soul. Un fiume in piena, ma pesando ogni parola. Scandisce bene concetti come radici e spiritualità, non scadendo mai in passaggi superficiali e inutile.

Sono tutte piccole verità, semplici ed efficaci, di chi si sta costruendo un percorso solido, una narrativa umana e reale, studiando, «Ho imparato molto studiando il teatro fisico: sperimentare il movimento attraverso l’espressione fisica e vocale. Il teatro fisico ha elementi della danza, del teatro, e anche della spirituality. Ti mette a confronto con te stesso, con lo spazio, con ciò che diamo per scontato. È un teatro molto umano, ti insegna day by day». Nathy è come le sue canzoni, stracolma di cose da scoprire, piena di feroce e vivida passione come la struggente Estoy Triste, ironica come Gimme Some Pizza, con una parte dell’anima legata alla sua tradizione come La Sandunguera e una parte che viaggia per il mondo come in Hot Butter o nella mega hit Corashe. Recuperatevi i suoi testi per capire ancora meglio l’innovazione linguistica e di flow. Quando le chiedo qual è il filo che tiene unite tutte queste differenze, la risposta è semplice, «my spirituality». Un pensiero coerente per chi ammette di trarre ispirazione «dalle difficoltà, perché sono umane. Sono detestabili sul momento, ma quando le superi, ne esci differente. Ti riportano alle radici della tua vita».

Naty Peluso, foto press

Nathy Peluso è una delle cose più fresh che potete trovare in giro. State sicuri che stavolta non siamo di fronte ad una meteora di una qualche esotica moda musicale. Non perdetevela, fidatevi.
Mi mensaje es tan profundo, for all motherfuckers.

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