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Narada Michael Walden, l’uomo che ha suonato con tutti

Dalla Mahavishnu Orchestra a Zucchero («una potenza»), passando per Whitney Houston, Prince e Rick James, l’energia incontenibile e i ricordi di una carriera fuori dall’ordinario

Foto: Lester Cohen/Getty Images

Spesso i musicisti iniziano incendiari e finiscono pompieri, diventano mestieranti in pantofole che timbrano il cartellino. E invece Narada Michael Walden, super batterista fusion cresciuto nella Mahavishnu Orchestra e produttore da Grammy – per dirne una – di Whitney Houston, a 71 anni hè ancora incontenibile, ha l’entusiasmo di un ragazzino che vuole scoprire sempre qualcosa di nuovo e l’urgenza di chi non ha dimenticato la strada e il linguaggio del corpo. Con in più la gentilezza che viene dalla frequentazione intensa dei grandi della musica.

So ascoltando moltissimo Apocalypse della Mahavishnu Orchestra, dove ci sei tu alla batteria. Quell’album è del 1974, ora c’è un tuo nuovo disco, Euphoria. Cosa è cambiato da allora?
Non c’era niente di meglio per me della Mahavishnu Orchestra con George Martin. Ho iniziato da così in alto che mi sembrava impossibile fare di più. Ma ora ho fatto Euphoria ed è la mia offerta d’amore. Ci sono io non solo come batterista, ma anche come cantante e compositore. L’ho fatto per dare amore alla gente, far muovere il corpo, ballare, celebrare la vita. Ci sono momenti fusion insieme a Carlos Santana e Stevie Wonder. E Sting che canta meravigliosamente. Ma ci sono canzoni molto commerciali, voglio che le persone ascoltino, si aggrappino ad esse e ne traggano ispirazione. Devo anche ringraziare Lino (Nicolosi, ex Novecento, che ha prodotto l’album, ndr). Capisce il jazz, il rock, la fusion. Capisce la dance, il pop, il funk, il soul. Per questo l’ho scelto come partner, insieme possiamo fare tante cose belle. Lo senti nel disco, perché ogni canzone è diversa.

È stato John McLaughlin a chiederti di unirti alla Mahavishnu Orchestra?
Ho incontrato lui e Billy Cobham a un concerto ad Hartford, Connecticut. Quando sono arrivato, stavano facendo un duetto batteria-chitarra. Non potevo credere a quel che sentivo. Sono arrivato fino a bordo palco per guardare McLaughlin e ho visto che aveva gli occhi rivoltati indietro, per un quarto d’ora così, con le note che uscivano agli amplificatori come proiettili. Il pubblico era in soggezione. Ho deciso che volevo essere come lui. Sono andato nel backstage e ho incontrato Mahavishnu (ovvero McLaughlin, ndr). Gli ho detto: «Mi chiamo Michael Walden. Suono la batteria. Voglio essere come te. Non ho mai visto niente di simile a quello che ho visto stasera».

Grandioso.
E lui: «È ​​grazie alla mia vita di preghiera, alla mia vita di meditazione che arriva questa musica». Mi ha detto che avrebbe visto il suo guru alle 6 del mattino nel Queens. Era l’una del mattino a Hartford. Mi ha colpito. Quanta devozione per suonare e poi guidare tutta la notte senza dormire. Strabiliante.

Hai poi suonato nei Weather Report e Joe Zawinul è un po’ un guru, anche diverso da McLaughling.
Sono stato con Mahavishnu per due anni, Apocalypse, Visions of the Emerald Beyond, Inner Worlds, Wired di Jeff Beck. Poi sono arrivati i Weather Report, Black Market. Joe Zawinul era proprio come lo pensavo, un combattente, un campione. Voleva il fuoco del funk. Più ci suonavo, più loro si appassionavano, più intensità c’era. Mi hanno chiesto di unirmi alla band e portare con me un bassista, ma in quel momento preferivo fare rock con Tommy Bolin. Però conoscevo un bassista di nome Jaco Pastorius. L’abbiamo portato dalla Florida per fare una session per un pezzo chiamato Cannonball. Jaco ha iniziato a fare tutte quelle note extra e Joe gli ha detto di «non suonare più quella merda».

Ahahah, accidenti!
E questo ha fatto sì che Jaco diventasse molto umile e suonasse il basso più raffinato possibile.

Eri molto amico di Jaco.
Sì, molto, perché ho vissuto per un po’ in Florida dove ho incontrato lui, Pat Metheny, Clifford Carter, Patti Scialfa, Hiram Bullock, e c’era la mia band di allora, le New McGuire Sisters con Sandy Torano. C’era un sacco di musica laggiù. Tutti erano come presi dal fuoco. La Mahavishnu Orchestra ha messo il fuoco in tutti quanti. Tutti volevano suonare.

Il tuo primo album del 1976 Garden of Love Light mette la fusion su un altro piano. È una sorta di crossover disco music/fusion. È molto strano, roba nuova per il periodo. E quindi è stata la prima volta che hai pensato di creare qualcosa che sviluppasse il tuo stile.
È stato il mio primo bambino, la mia prima emanazione di quel che volevo dire al mondo con tutta la conoscenza che avevo in quel momento di fusion, pop, soul, tutto. Tommy Dowd disse che avrei dovuto usare Cissy Houston. «Canta con Dionne Warwick ed Elvis Presley e tutti i grandi cori». E quindi lei arriva con il suo gruppo e sembrano incredibili. Nell’angolo c’era una ragazzina di 11 anni, una bellissima ragazza, che guardava. Era Whitney Houston, la figlia.

Perché poi diventi il ​​suo produttore.
Ed è stato incredibile.

Sei passato dalla fusion alla colonna sonora di The Bodyguard. La tua è una produzione di alta qualità, pop ma non commerciale. Non so cosa pensi delle produzioni di adesso, ma credo che tu sia molto diverso. Cosa ne pensi?
A me piace servire la musica. Se è fusion, fai la migliore fusion. Se è soul pop, fai il miglior soul pop. Se è qualcosa di classico, qualunque esso sia, fai del tuo meglio. Ma ti dirò questo: quando faccio musica pop soul, ci metto dentro l’energia della Mahavishnu Orchestra. Se è funk, è funk con l’intensità di Mahavishnu (intona e mima la batteria di I Wanna Dance with Somebody di Houston, nda). È la stessa sensazione di Vishnu, che emerge. Vishnu, capisci? Ecco perché vivrò per sempre, perché l’energia, il funk non muoiono mai. Non muore mai l’energia.

Cosa è successo poi con Whitney Houston? Perché pensi sia finita in quel modo così tragico?
Ha avuto problemi di dipendenza. Non ho mai incontrato una persona più bella in vita mia. Generosa, amorevole, talentuosa, bella. Ma penso che fosse oberata di lavoro. La richiesta nei suoi confronti era così alta da dover essere ovunque nel mondo. Per organizzare così tanti concerti incredibili, uno dopo l’altro. Cantare così tanto, è troppo. Aveva bisogno di equilibrio. Penso che questo l’abbia resa simile a tante star e attori che si sono rivolti alla droga, alla dipendenza, per stare al passo con gli impegni. È troppo. E poi sono emersi i problemi col corpo e la gola. Tutto è cominciato con le sigarette. Il suono della voce era diventato più rauco, non più chiaro e bello. E questo peggioramento ne ha disturbato lo spirito, deteriorandone l’anima, lasciandole una sorta di depressione, credo.

Probabilmente è andata come dici.
Ma voglio dire solo il meglio di lei perché mi ha ispirato ad essere il migliore. Era senza paura. Come quando le ho chiesto a proposito del secondo album, dopo l’enorme successo del primo: «Hai paura? Nel secondo album potresti rovinare tutto». Lei: «No, se mi amavano prima, mi ameranno adesso». Ed è vero. Mi ha trasmesso una sensazione confortante. Questo è il motivo per cui amo Whitney. Voglio dirti, amico, che Whitney è stata la più grande di tutti i tempi.

Sì, credo che sia stata una delle più grandi cantanti di tutti i tempi. Seconda forse solo a Billie Holiday.
E noi la amiamo. E ci dispiace che sia andata in paradiso così presto. Ma Dio l’ha portata a casa perché il suo lavoro qui sulla terra era finito.

Stavi parlando di funk, di questo genere di cose piene di groove. Parliamo del tuo periodo con Rick James, uno dei migliori musicisti funk del mondo. Come è stato lavorare con lui?
Rick James mi ha ispirato. Quando stavo realizzando il mio terzo album, la Atlantic mi disse che per non essere scaricato dovevo avere una hit e in quel momento andava di moda la disco. Così sono andato a New York e lì ho sentito il cambiamento. Funk, funk, funk, funk, funk, funk, funk, funk. E ho sentito Rick James: batteria dal vivo, basso dal vivo, fiati dal vivo, i Brecker Brothers, David Sanborn, Bobby Clearmountain agli studi Power Station. Rick James mi ha liberato. Sono andato con lui ai Record Plant di Sausalito. Suono la batteria in una o due canzoni di Street Songs. Suonava tutto ad altissimo volume, la più grande potenza del mondo. Una volta ho aperto con la mia band il concerto nella sua città natale di Buffalo, amico non lo dimenticherò mai. Con me c’era una band davvero hot: la mia grande chitarra italiana, Corrado Rustici, Randy Jackson al basso, Frank Martin al piano e tastiere, la mia sezione di fiati, io e Vicky Randle e stiamo uccidendo letteralmente il pubblico. Ma suono su una pedana e la luce sopra di me sta letteralmente dando fuoco alla mia testa, sì, mi brucia la testa, quasi non riesco a cantare e a suonare. E penso a come farà Rick James a venire e a ballare con un palco così caldo. Ma sai una cosa? È stato un campione. È arrivato e ha fatto secchi tutti, non gliene importava niente del calore, ha portato avanti lo show. Forse ha preso troppa cocaina nella sua vita o qualcosa del genere, ma è un campione. Rick era una potenza. Ciao Rick, ti amo. Amo tutti i miei amici che ora sono in paradiso: sono la musica.

Era come Maradona e anche Prince sia stato molto ispirato da Rick James. Penso che Prince abbia rubato un sacco di roba a Rick e anche Michael Jackson l’ha fatto, perché ci sono alcuni brani in Bad che sono simili alle cose di James.
Penso che sia vero, ma ora ti dico di quando ho visto Prince a Chicago.

Scommetto che è stato incredibile.
Sì, ha aperto per Rick, è stato come un incontro di boxe, tipo Ali contro Freizer: incredibile. Prince era davvero indecente, disturbante. Luci stroboscopiche su luci stroboscopiche e i Revolution rivolgono le chiappe al pubblico. Le ragazze nel pubblico impazzite, scioccate, gridavano. Poi c’era Lisa, sdraiata sul palco che si contorce, le luci si spengono e lui che le strappa i vestiti di dosso pezzo dopo pezzo. Questo era Prince dal vivo, e apriva per Rick. Nel backstage incontro Prince per la prima volta. Era molto timido. Gli dico: «Quale strumento pensi di suonare per sviluppare la tua vita adesso, visto che suoni tutto?». Mi ha risposto: «Probabilmente la chitarra». Ed è diventato un gran chitarrista.

Parlando di chitarristi vorrei chiederti di Corrado Rustici, non solo per la militanza con la tua band, ma perché è stato un personaggio importante per il tuo primo grande successo commerciale. Se ricordo bene, era il 1979, l’album The Dance of Life. È stata una delle tue prime hit, sei arrivato al numero nove nelle classifiche R&B e Corrado gli ha dato una grande impronta.
Corrado è diventato un caro fratello. Conosce il funk e la fusion, quello europeo, quello americano. Siamo stati in tournée insieme con Chaka Khan e i Brothers Johnson al loro apice. Corrado è intelligente, brillante. Può suonare tutto al meglio, ha lo stile della Mahavishnu nella chitarra funk. È diventato il mio partner più stretto e lo senti in I Shoulda Loved Ya, Tonight I’m All Right, Divine Emotions, tutta la mia musica dance con quell’energia fusion viene da Corrado. Senti il suo fantastico assolo in The Dance of Life: è una roba assassina.

Lo hai conosciuto grazie ai Nova, no? In quel periodo era già negli Stati Uniti con quella band dopo l’esperienza con i Cervello…
È stato agli studi Air di Londra, io nello studio A che sto facendo il disco di Jeff Beck, Corrado nel B con i Nova. Siamo diventati amici, l’ho presentato a Jeff Beck, a George Martin, mi ha portato a conoscere la sua band. Mi piaceva quel che stava facendo, era… cosmico.

Credi che abbia imparato da te a produrre album? Perché sai, Corrado è uno dei grandi produttori d’Italia e ha reso Zucchero una star internazionale. A questo proposito, tu suoni la batteria in Rispetto
Corrado è un genio. E devo dire che ovviamente ha imparato guardando non solo me, ma tutto il nostro team. Corrado è su I Wanna Dance with Somebody, Where Do Broken Hearts Go, I’m Every Woman. E quando ha lavorato con Zucchero sapeva cosa fare, perché Zucchero ama la soul music.

È divertente lavorare con Zucchero?
La mia ultima volta con lui è stata incredibile. Abbiamo fatto una cosa per l’ultimo concerto della Rainforest Foundation con Sting al Beacon Theatre di New York. Sarebbe stato il mio tredicesimo anno come direttore musicale per Rainforest e Zucchero era in questo spettacolo con gli archi. Io alla batteria con tutte le coriste, sai, Lisa Fischer, tutti i grandi cantanti e lui ha fatto questo pezzo incredibilmente classico con grande passione. Il modo in cui canta è potente. È stato per me l’apice di Zucchero. Tanta passione e forza da regalare alla musica e al pubblico: i newyorkesi gli hanno fatto una standing ovation. Sting, Elton John, tutti. Ovazione. Perché hanno visto la sua potenza. Sì, mi piace come riesce a mettere insieme il mondo soul e il mondo classico. E anche il canto italiano. È il re di questo mondo.

Hai lavorato anche con James Brown.
Ho registrato due canzoni per lui. È il mio eroe. Quando avevo 10 anni ho ascoltato la sua Cold Sweat e… boom! Quel groove ha cambiato il mondo. Se eri un batterista, dovevi essere in grado di suonare Cold Sweat.

Tra colonne sonore e dischi di successo, per quanti Grammy sei stato nominato? Tipo otto?
Sì, qualcosa del genere. Ne ho vinti tre, il primo per Freeway of Love di Aretha Franklin, canzone R&B dell’anno. Il secondo è del 1987, produzione dell’anno per I Wanna Dance with Somebody di Whitney. Il terzo è per la colonna sonora di The Bodyguard.

Cosa pensi del ruolo che ha un produttore oggi?
Ora abbiamo a disposizione più frequenze sonore, possiamo realizzare dei bassi incredibili, con più corpo e bottom end, per altri modi di ascoltare la musica. Per impararlo sono tornato ad essere uno studente. È nella natura dell’essere produttore voler creare cose che la gente vuole ascoltare. Per rimanere aggiornato prendo una canzone col mio stile di produzione e la provo su diversi stili che sento nella top 10.

Quindi per te è un po’ come se ricominciassi ogni volta dall’inizio.
Imparo dalle cose che sento. Ho imparato da Chris Brown. Ho imparato da Beyoncé. Ho imparato da Adele. Ho imparato da tutto ciò che si muove intorno. Taylor Swift ad esempio, lei è la più grande artista del mondo in questo momento. Quindi con i miei figli ascolto Taylor Swift ogni mattina o la colonna sonora di Barbie, per capire cosa succede. E cerco di non giudicare perché se giudico, allora mi viene da pensare: Otis Redding è più forte, Jackie Wilson è migliore, il giovane Stevie Wonder era un’altra cosa. Che fine hanno fatto i Temptations o le Supremes? Dove è finito Ray Charles? I nostri insegnanti degli anni ’60 erano profondi. John Coltrane era profondissimo. E Jimi Hendrix! Grazie a loro stiamo ancora facendo la nostra musica, stiamo ancora imparando da loro a scrivere canzoni, anche se cambia il modo in cui registriamo. Io so questo.

Per la musica è una famiglia.
Esattamente. E farò molti altri album. Sono ancora giovane. Sono ancora molto, molto sexy (ride). Quindi posso fare un sacco di dischi, amico. Ma prego che Euphoria faccia eccitare il ​​mondo. Trasformerà il mondo perché abbiamo bisogno dell’eccitazione nella musica. Abbiamo bisogno dell’amore nella musica, come il cibo. Spero che la gente possa sentire il mio amore. E poi voglio dirti una cosa.

Prego…
Voglio condividere con voi il fatto che Corrado Rustici, mio ​​fratello, mi ha portato a Capri. Mi ha cambiato la vita. Il profumo dell’aria di Capri, il mare bellissimo, era tutto così bello. Il mondo deve capire la bellezza dell’Italia. E quanto sono belle le sue persone. Quanto amore voglio dare a te e al popolo italiano, lo stesso grande amore che ho provato quando sono stato lì.

Cedo che questo amore sia ricambiato.
Grazie fratello, rispetto. Che Dio vi benedica.

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