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Nada: «Per andare avanti ho dovuto distruggere ‘Ma che freddo fa’»

Il nuovo disco, la visione del mondo, il rapporto con la madre, il duetto con Motta e la difficoltà di staccarsi dalle sue hit storiche. Abbiamo intervistato Nada

Nada è un’icona, ma soprattutto è una che non sta un minuto ferma. Fa e disfa, mette ordine e crea disordine. È un’artista, insomma, che non si accontenta. Lo dimostra in È un momento difficile, tesoro, il nuovo disco di inediti anticipato dal singolo Dove sono i tuoi occhi (brano che si può solo amare). Il nuovo lavoro discografico vede anche un ritorno alla produzione: John Parish (già produttore di PJ Harvey e Afterhours ed altri), torna al fianco della cantautrice toscana dopo lo splendido album Tutto l’amore che mi manca. Il consiglio è quello di non farvi sfuggire questo lavoro. Perché Nada è una di quelle brave e, troppo spesso, sottovalutate. Il suo mondo va conosciuto, approfondito. Anche live. L’8 marzo da Arezzo parte il tour, ma stasera la vediamo sul palco dell’Ariston, nella serata dei duetti, per intonare con Motta Dov’è l’Italia.

Partiamo da È un momento difficile, tesoro, il pezzo che dà il titolo all’album. Un brano critico. Ma insomma, questa umanità l’abbiamo persa davvero?
Be’ bisogna stare attenti, perché si rischia molto in questo periodo.

Inevitabile il collegamento con i migranti. Verso di loro se ne è persa parecchia di umanità.
È una canzone sul momento difficile che attraversa il mondo e si ripercuote anche sulla nostra vita. Se ci guardiamo intorno ci sono tante ingiustizie e sofferenze. Ed è faticoso vivere a pieno la felicità – e lo dico da persona fortunata – se intorno a me ci sono troppe cose che non vanno. L’uomo ha sempre cercato di complicarsi la vita, ma ultimamente succede veramente troppo, di tutto. Verso i migranti vedo cose tremende. È un modo non giusto di trattare le persone.

Hai parlato di felicità e, nella canzone Lavori in corso, c’è un po’ questa ricerca di felicità.
Esatto, è così. Partendo da uno sguardo esterno, mi riferisco ai nostri lavori in corso, quelli che dobbiamo fare noi, tutti i giorni, per resistere e non lasciare tutto in mano a ciò che ci sta succedendo. Dobbiamo essere anche noi che costruiamo, ognuno di noi fa politica, con il suo modo di vivere. Lavori in corso per non lasciare tutto in mano agli altri.

Ma la felicità esiste davvero?
La felicità sono piccole cose, ce ne sono tante e bisogna vederle, capire. Possiamo essere felici in tante cose che ci succedono, bisogna godersele. Sembra una cosa banale e semplice, ma proprio per questo sono difficili. Mi colpì molto Papa Francesco, quando uscì la prima volta, disse «Buon pranzo!» e tutti rimasero sconvolti. Una frase così semplice e così umana che ci avvicinava a una persona enorme come un papa. E sono proprio le piccole cose che fanno la felicità e sono importanti.

Continuiamo sul disco. In All’ultimo sparo si parla di padri che fanno le guerre, di figli che ricostruiscono, diventano padri a loro volta e rifanno le guerre. Un loop infernale.
Nel mondo ci sono centinaia di guerre. Alcune nemmeno ce le dicono, penso. La caccia, la guerra, il potere, la potenza, fanno parte dell’uomo. E sembra che non se ne esca. In questa canzone il padre non se ne rende neanche conto, pensa di migliorare qualcosa, alla fine. Ci troviamo immersi in qualcosa che non ci rendiamo conto quanto sia terribile e faccia male. Già vederlo e raccontarlo fa riflettere.

Due giorni al mare è un pezzo bellissimo. Parli di fuga, di scappare. Ma tu non sei una che prende le cose di petto?
Dicono che ho questo carattere. Il brano è una fuga, ma a volte quando scrivi qualcosa non è che la stai organizzando e pensando: esce fuori in alcuni momenti. Due giorni al mare fa pensare al rilassamento, ma se c’è un malessere interno, non c’è niente che può servire. Non bastano due giorni al mare per risolvere i problemi. Il mare diventa una cosa morta, non dà segnali positivi. È un po’ un contrasto.

Questa canzone la ricollego a O madre, perché a volte, stare bene con sé stessi, passa anche per il perdono. Che può essere il perdono verso un genitore nel quale si intravedono tratti simili.
Sono molto felice di aver scritto O madre, perché quando l’ho ascoltata ho quasi pianto. Ho capito di aver raggiunto un rapporto bello e vero con mia madre. È quello che ci auguriamo tutti. E io ho avuto un rapporto conflittuale con lei. L’ho scritto nei miei libri e in altre canzoni. Poi mia madre non c’è più, ma per me c’è sempre. È una cosa che mi è venuta da dentro. Ho detto: «L’ho perdonata, voglio il suo aiuto, ho bisogno di lei». È lei che mi può capire e con lei posso essere me stessa fino in fondo, senza alcuna maschera o filtro.

Chi ha un rapporto conflittuale con i genitori, può davvero riuscire a perdonare tutto?
Io sono una che perdona. Non riesco a portare rancore, anche quando faccio liti con amici e familiari. Non riesco a tenere il punto, devo chiarire e risolvere. Devo risentire che c’è quello che ci deve essere. Con mia madre, a oggi, se analizzo quello che ho scritto e che mi è venuto da dentro, penso proprio di sì. Le perdono proprio tutto, perché anch’io potrei fare gli errori che ha commesso lei con i figli. È proprio il grande amore che porta a fare passi falsi che potrebbero condizionare la vita delle persone.

Come vedi i genitori di oggi? Molti criticano il malessere di giovani, puntando il dito su mamme e papà.
È abbastanza vero, però bisogna capire dove vivono, cosa succede. Li vedo un po’ spaesati. Fare il genitore è un mestiere difficilissimo. Quando i figli iniziano a relazionarsi con i genitori e ad avere esigenze, conoscendo il mondo intorno, lì credo sia molto dura. Puntare il dito contro i genitori non è giusto. È una roba complessa.

Nel disco ci sono due elementi predominanti: l’assenza e la solitudine. Li ho trovati in Dove sono i tuoi occhi, Macchine viaggianti e Un angelo caduto dal cielo.
È vero, ma la solitudine non è intesa come negativa. Mi piace avere i miei momenti di solitudine: sono momenti per guardarsi dentro e fuori, riflettere e capire. In questo disco è un continuo cercare, in questa canzone cerco sempre qualcosa…

E l’assenza?
Mentre lavoravo al disco è mancato il mio amico Fausto Mesolella. È stato devastante, non so se qualcosa mi ha portato a riflettere, dal punto di vista di un’assenza con la quale farci i conti, per farla diventare qualcosa di positivo. Può essere così, ma bisogna lavorarci molto.

Da artista che ha diversificato spesso la sua carriera, ti sei mai sentita sola nel mondo della musica?
Sempre. Mi sono sentita molto anomala, non mi sono mai sentita parte di qualcosa o vicino a qualcuno. Non mi sono mai trovata a essere parte di qualche modo di comportamento o di agire, sono sempre stata al di fuori di tutto.

Ti sei mai sentita discriminata, in quanto donna?
No, sono sempre stata la centro di me e ho preso le decisioni che volevo. È un fatto personale. Se guardo in generale, però, le donne devono ancora avere giustizia. A volte penso si stia tornando indietro rispetto, ad esempio, agli anni ’70 e alle lotte femministe alle quali ho partecipato. Nel pensiero delle persone questa cosa sta cambiando in peggio.

Duetti con Motta a Sanremo, questa sera, ma è da un po’ che non ti vediamo in gara all’Ariston. Come mai?
Penso di non essere in linea. Probabilmente chi organizza non ha nessun interesse a quello che io faccio, quindi le cose non succedono.

Tra l’altro oggi, prendendo spunto da Motta, questi nuovi cantautori stanno spaccando, a discapito dei ragazzi dei talent…
Ben venga che The Zen Circus e Motta, con i quali ho collaborato per anni, arrivino alla gente e non rimangano in questo piccolo mondo cosiddetto indipendente. Fanno delle cose bellissime ed è un vantaggio per la musica che queste cose entrino nel mainstream, dove invece, magari, c’è un pensiero unico. E un modo di vedere la musica in una sola maniera.

I talent show li segui?
Non ho neanche l’abbonamento a Sky.

Senti, ancora oggi ci sono due tuoi brani iconici come Ma che freddo fa e Amore disperato, utilizzati in film e spot. Cosa ti hanno dato e cosa ti hanno tolto?
Mi hanno dato sicuramente tanto, sono canzoni bellissime. In Amore disperato ero già più consapevole.

E Ma che freddo fa?
Mi sono dovuta staccare da quella canzone, ho dovuto distruggere il bambino per liberarmi, altrimenti mi avrebbe distrutto perché troppo potente. Avevo capito che il rischio era quello e non ci sono stata. Non per rinnegare quel pezzo, ma uno deve andare avanti. In certi momenti è stata faticoso, per me.

Torniamo al nuovo album. Com’è stato lavorare con John Parish?
Bellissimo e facilissimo. Lo conoscevo, ma erano passati tanti anni. In questo disco non volevo essere sola, volevo un produttore.

Perché, nei precedenti?
Ho fatto io la produttrice e mi sono assunta i rischi, nel bene e nel male. Sono fiera di quello che ho fatto, ma è stato faticoso e temo di essermi persa qualcosa. Non è facile, per tutti, entrare nel tuo mondo e nelle tue cose,anche se apparentemente sembrano semplici. Questo era un disco importante, ho chiamato John, mi ha chiesto di inviargli le canzoni, l’ho fatto. Nel giro di poche ore mi dice di essere entusiasta del materiale, dicendomi che vado sempre avanti, che non mi fermo mai. Gli piaceva come avevo prodotto le canzoni in casa e siamo partiti da lì.

E dopo?
Dopo sono andata a Bristol, a registrare e in un mese abbiamo fatto tutto. È stato bellissimo, eravamo in uno studio dove c’erano tutti i suoni che si volevano.

Curiosità: hai lavorato con Piero Ciampi. Ma cosa non ha funzionato per lui? Aveva talento, ma non è riuscito ad avere i riscontri che meritava.
La storia è piena di geni incompresi. Piero distruggeva tutto quello che faceva, ma forse perché non voleva, alla fine, arrivare a tutti. Non gli interessava. Ha avuto un po’ di ingiustizie e quando viene riconosciuto sono la persona più felice del mondo. Nei concerti che faccio, capita che i ragazzi mi chiedano di fare il pezzo di Piero Ciampi. E mi dico: «Ah, se lo sapesse!». Non era la persona giusta per fare questo mestiere, credo.

Ultima cosa del nuovo disco: in Disgregata e Stasera non piove c’è una critica ambientalista, di fondo o mi sbaglio?
Più che la Terra, è l’uomo che si disgrega e il cielo non piove, ma piange. A volte il dolore di certi distacchi è così forte – perché la nostra cultura questo ci ha insegnato – che vorresti trovare un posto dove nascere e morire. In fondo, quando noi nasciamo, sappiamo che dobbiamo morire. Se fin dall’inizio accettassimo questo, non ci sarebbe tutta questa devastazione che accade alle persone. È sempre un cercare una strada per arrivare a qualcosa. L’importante è cercare. Sempre.

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