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Mykki Blanco ha trasformato il rap in un luogo eccitante e inclusivo

Artista, poeta, attivista per i diritti LGBTQI+, ha lasciato il segno nella musica e nell'accademia. Ci ha raccontato la sua storia, dalla profonda provincia americana al nuovo 'Broken Hearts & Beauty Sleep'

Mykki Blanco

Foto: Luca Venter

Mykki Blanco è una figura unica nel suo genere, nel panorama mondiale: artista, poeta, attivista per i diritti LGBTQI+, rapper queer, ha lasciato il segno non solo nella musica, ma anche nell’accademia e nelle università. Da qualche tempo ha fatto coming out come non-binary gender (ovvero, non si riconosce prevalentemente né nel genere maschile né nel genere femminile), chiedendo che si utilizzino i pronomi they/them quando se ne parla.

In Italia è molto difficile esprimere questa scelta linguistica, che in inglese rappresenta semplicemente un’alternativa a pronomi dall’inequivocabile connotazione di genere. Tradurli semplicemente in “loro”, secondo molti linguisti, sarebbe sbagliato, ed è questo il motivo per cui trovate quest’intervista resa al singolare (per non parlare del fatto che Mykki Blanco, nelle sue risposte, parla di sé come “io”, non come “noi”). «Molte persone si stanno rendendo conto che la sessualità e il genere sono uno spettro, e non si riconoscono in un sistema binario», spiega riguardo la sua decisione. «Scegliendo dei pronomi che non appartengano né al maschile né al femminile, pronomi più aperti, sentono di essere più riconosciute, più visibili. Molti ancora non ne capiscono il senso, ma non è necessario capire tutto subito: l’importante è rispettare ciò che ciascuno chiede, ciò che ha scelto per sé come essere umano».

Il personaggio di Mykki Blanco è nato come un progetto artistico, prima ancora che musicale. «Ho sempre adorato il teatro, mi è sempre piaciuto essere al centro dell’attenzione, ma ho cominciato a fare musica solo a 25 anni», racconta. «Mi ispiravano personaggi come Patti Smith e Richard Hell, ma mi piaceva moltissimo la poesia, ecco perché ho cominciato a rappare. Da lì ho realizzato che la musica conteneva in sé molti degli elementi che mi avevano fatto amare il teatro».

La sua infanzia e adolescenza è segnata da subito da un’urgenza espressiva e da una mentalità aperta che la profonda provincia americana dove vive – Raleigh, una cittadina del North Carolina – non riesce in alcun modo a soddisfare. Così, a 16 anni scappa di casa per fuggire a New York. «Il contesto in cui abitavo mi stava davvero strettissimo. Dovevo andare via: ci ho messo due mesi prima di tornare a casa, i miei genitori erano preoccupatissimi. Ma è stata un’avventura pazzesca», ricorda ridendo. «Credo di aver fatto festa la maggior parte del tempo: era un periodo in cui a New York nessuno controllava i documenti per vedere se avevo l’età per entrare nei club. È arrivato uno stage a Elle, cosa incredibile in età adolescenziale e per chi viene dalle campagne. Quando ci ripenso adesso che ho 35 anni, è stata una mossa davvero coraggiosa: New York era una città molto più pericolosa di oggi».

La gioventù prosegue tra performance artistiche, poetiche e teatrali e nel 2012 comincia a fare musica, pubblicando il primo EP Mykki Blanco & the Mutant Angels, che fa molto rumore nell’underground. Soprattutto perché fino a quel momento non si erano ancora visti rapper apertamente queer, con ottime capacità liriche e tecniche. «So che rappo per la maggior parte del tempo nei miei dischi, ma non penso di fare musica hip hop», risponde quando chiedo qual è il suo rapporto con il resto della scena rap, spesso fin troppo machista. «I miei lavori sono qualcosa di più complesso. Mi sento più simile ai cantautori, paradossalmente, ed è uno dei motivi per cui nel 2020 ho pubblicato You Will Find It, un singolo con Devendra Banhart, di cui sono fan da sempre».

L’influenza della musica di Mykki Blanco si allarga molto oltre la sfera discografica: molti lavori sono citati all’interno di libri universitari e si studiano un po’ ovunque nei college degli Stati Uniti, grazie alla loro capacità di generare punti di vista nuovi all’interno del dibattito americano e non solo. «È davvero buffo, ma anche interessante. Io penso al mio lavoro solo in termini di arte e creatività, e poi arriva qualche studioso che lo reinterpreta in chiave accademica. Quando ho iniziato a fare musica, argomenti come il genere e la sessualità non erano ancora affrontati in questo modo. Finalmente si è cominciato a parlarne più apertamente».

Simbolo dell’attivismo LGBTQI+, nel 2015 Blanco ha rivelato la sua sieropositività, per rompere uno stigma ancora molto radicato nella nostra società. «A chi scopre di essere sieropositivo oggi consiglierei di informarsi il più possibile, perché non è più una sentenza di morte sicura. Se curato nel modo giusto, c’è chi vive per anni, in salute e felice: non pensate che possa precludervi ciò che desiderate. Ovviamente anche per me è stata dura all’inizio, ma ho scoperto che la gente è molto più empatica e comprensiva di quanto pensiamo».

La priorità resta la musica: «Mi interessa soprattutto la qualità dei miei brani in questo momento, voglio regalare alla gente un’esperienza piena, memorabile e a tutto tondo. Credo che sia l’unico modo per garantire una longevità alla mia carriera. Non vedo l’ora che tutti ascoltino il mio nuovo album: è radicalmente diverso da tutto ciò che ho fatto in passato e dimostra una crescita».

Il nuovo Broken Hearts & Beauty Sleep è un disco dai tratti quasi dance, nonostante sia interamente rappato. Sicuramente non sfigurerebbe sul dancefloor dei principali club internazionali, con le sue canzoni apparentemente leggere e irriverenti, piene di allusioni piccanti e doppi sensi. «È bellissimo poterlo condividere con tutti ora che stiamo uscendo dalla pandemia. Molti album usciti nel 2020 erano più lenti, riflessivi, da ascoltare. Rispecchiavano le atmosfere che stavamo vivendo in quel periodo, tutti ci sentivamo molto più vulnerabili. Questo, invece, è un ottimo momento per pubblicare un album da ballare».

Purtroppo ballarlo per ora è ancora impossibile, ma quantomeno ha ricominciato a suonarlo in giro: il live è sempre stato uno degli aspetti più spettacolari e apprezzati della figura di Mykki Blanco, che è una di quelle persone che sembrano nate per stare sul palco. «Al momento giro con tre coriste, un chitarrista, un tastierista e un batterista: ho fatto il primo concerto proprio lo scorso weekend qui a Los Angeles, ed è stato meraviglioso suonare con una vera e propria band. Ovviamente è stato un po’ strano suonare con le regole del distanziamento sociale, ma l’energia che mi è arrivata dal pubblico è stata comunque fantastica. È stata una performance grandiosa, non certo una prova generale. Nulla può rimpiazzare le vibrazioni che ti dà un palco, qualunque esso sia».

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