Foto: Yana Yatsuk per Rolling Stone USA

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Musicians on Musicians: Ringo Starr & Dave Grohl

I due batteristi-diventati-frontman raccontano come rinascere dopo la fine di una band leggendaria e cosa ha significato perdere John Lennon e Kurt Cobain

Ringo Starr sta per entrare in una vasca da bagno con Dave Grohl, e sembra un po’ scettico. “È una specie di cazzata?” chiede l’ex batterista dei Beatles. Ma ci entra lo stesso. Ben presto chiacchierano amabilmente; mentre Grohl racconta del recente tour dei Foo Fighters, Starr gli passa una paperella di gomma, e gli dice di fare un cuoricino con le mani per accompagnare l’onnipresente segno della pace di lui.

Grohl e Starr si conoscono dal 2013, quando il primo fece un discorso al party di lancio del libro di fotografia del secondo. Grohl scritturò poi Starr per fare delle foto ai Foo Fighters per il loro album del 2014, Sonic Highways. Oggi sono talmente intimi che Starr può permettersi di cazziare Grohl sul suo periodo da fotografo part-time dei Foo Fighters. “Non credo che quelle foto ti siano piaciute” lo prende in giro. “Ma cosa dici?” replica Grohl. “Le abbiamo pure usate per il disco!”. “Volevo più apprezzamento e amore” dice Starr.

Grohl ha imparato a suonare la chitarra, il suo primo strumento, su un libro di accordi dei Beatles. Da allora, la sua carriera ha rispecchiato in molti sensi quella di Starr. Entrambi sono diventati famosi come batteristi in band che hanno definito l’immaginario di una generazione, e si sono poi reinventati come songwriter/leader: Starr ha appena pubblicato il suo ventesimo album solista, What’s My Name, e ha messo insieme un tour con la sua All Starr Band, che esiste da trent’anni ormai. Entrambi hanno esplorato altri territori artistici, al di là della musica: Grohl come regista, Starr come attore e fotografo (il suo ultimo libro, Another Day in the Life, è appena uscito). Lungo la strada, entrambi sono stati segnati dalla perdita tragica di un amico e compagno di band.

Questa conversazione, durata un’ora, è punteggiata da un costante tamburellìo sul tavolo da parte di entrambi. “Vedi” dice Starr alla fine, “Metti insieme due batteristi e non faranno altro che parlarsi addosso”.

GROHL Puoi spiegarmi lo skiffle? [Un genere musicale antesignano del rock]

STARR Lo skiffle è: un accordo è più che abbastanza. Lonnie Donegan in Inghilterra ha fatto parecchie hit, ma in realtà viene dal profondo sud degli Stati Uniti, era una musica da feste in casa. Se pagavi un dollaro potevi entrare al party e questo aiutava il padrone di casa a comprare l’alcol e pagare l’affitto. E poi tutto si è spostato in Inghilterra, che cosa strana!

GROHL C’era qualcosa di specifico nello skiffle inglese?

STARR Beh, era un po’ più swing [Tamburella sul tavolo e canta la cover di Donegan del brano folk americano Rock Island Line, che nel 1956 diede il via alla mania per lo skiffle] A Liverpool, quando eravamo ragazzini, avrei fatto qualunque cosa per non entrare nell’esercito. Perciò per salvarmi sono finito nelle ferrovie. Poi ho cominciato a lavorare in fabbrica. La mia prima band è nata proprio in fabbrica, con il ragazzo della porta accanto, Eddie Clayton, che era un ottimo chitarrista. E volevo essere un batterista fin da quando avevo tredici anni: il mio amico Roy Trafford costruì un tea-chest bass (in pratica un bidofono fatto con una scatola di legno, un bastone e uno spago) ed eccoti servito lo skiffle.

GROHL Ma non avevi mai studiato musica?

STARR No. Suonavamo nello scantinato che faceva da sala ricreazione per gli operai all’ora di pranzo. E se suoni in una fabbrica, cresci un sacco. La gente ti dice “Vattene!”, non esiste un “Molto bene, ragazzi”. Sì, è così che ho cominciato, e poi abbiamo introdotto un po’ di altra gente nella band… Poi sono passato ai Rory Storm and the Hurricanes, che facevano vero e proprio rock. E fu un gran periodo per me, era una band importante a Liverpool. Nel 1960 ci ingaggiarono per tre mesi in un villaggio vacanze. Lasciai la fabbrica, e tutta la famiglia si riunì per convincermi che “la batteria è ok, ma come hobby, figliolo”…

GROHL Oh, anche io ho avuto una riunione di famiglia simile. [Ridono] Con la band prima dei Beatles cantavi mai?

STARR Sì, con i Rory Storm and the Hurricane. Cantavo sia in Watch Your Step che in Alley Oop. In Germania, tutti mi dicevano sempre “Spielen Alley Oop”. [“Suona Alley Oop”] Sai, quando eravamo lì erano entrate in gioco varie sostanze, e non era male. Un sacco di alcol, ovviamente, ma anche lo speed, e ci teneva svegli tutta la notte.

GROHL Ci credo. Quanti set dovevate suonare?

STARR All’inizio, tre. Questo tizio, Bruno Koschmider, che aveva ingaggiato le varie band, aveva due club, il Bambi Kino e il Kaiserkeller, dove c’erano i Beatles. Dopodiché chiuse il Kaiserkeller e mise i Beatles nel nostro club, perciò eravamo tutti lì, e nei week-end suonavamo dodici ore, cercando di batterci a vicenda. Era rock’n’roll da matti.

GROHL Ti chiedevo se cantavi perché la tua band, correggimi se sbaglio, fu la prima a rendere famoso il concetto di batterista/cantante. Era mai successo prima?

STARR Beh, no. Lo facevo già da prima, perciò non è stato strano quando ho cominciato a farlo con i Beatles. Le prime due canzoni che ho registrato con loro erano di Carl Perkins, perché mi piaceva quel rock un po’ orecchiabile, e dopo abbiamo provato con canzoni country e roba così. E alla fine mi hanno dato una canzone tutta mia. E ho iniziato a scriverle anch’io. E la cosa interessante è che ho cominciato a scrivere meglio, dopo che ci siamo sciolti.

GROHL Posso immaginarlo: se fai parte di una band in cui tutti sono autori straordinari…

STARR Era dura. “Ecco la mia canzone”. [Comincia a cantare “I’d like to be…” da Octopus Garden, e ride]

GROHL È come quella famosa barzelletta: “Qual è l’ultima cosa che dice il batterista prima di essere cacciato dal gruppo?” “Ehi ragazzi, ho una canzone che penso dovremmo suonare”.

STARR Esatto, io scrivevo canzoni e le portavo ai ragazzi, e loro si rotolavano sul pavimento dalle risate, perché avevo riscritto la canzone di qualcun altro senza accorgermene!

GROHL Siamo andati al cinquantesimo anniversario dell’Ed Sullivan Show in cui hai suonato nel 2014, e quando sei uscito per cantare Yellow Submarine credo ci sia stata la reazione più calorosa in tutta la serata.

STARR Sì, è vero.

GROHL Penso davvero che quella canzone abbia rappresentato chiunque nel mondo, a un certo punto della vita di ognuno di noi, o che abbia fatto da sottofondo a un momento importante. Sono qui che la canto insieme a mio figlio di cinque anni, e penso che la cantiamo per le stesse ragioni, anche se ci sono 45 anni a dividerci.

STARR Penso che quella canzone arrivi ai bambini molto presto, perché attorno ai due anni/due anni e mezzo cominciano tutti a cantare Yellow Submarine [Lo dice cantando]. E tutti i miei nipoti a un certo punto della loro vita si sono messi in piedi dietro la mia sedia e hanno attaccato a cantare “We all live in a yellow submarine”. Come dire “Nonno, sappiamo chi sei!”. [Ridono]

GROHL È una domanda strana, ma cosa ricordi di quando avete registrato quel pezzettino in mezzo, in cui siete tutti nella sala macchine di un sottomarino?

STARR Ero agli studi di Abbey Road proprio poco tempo fa, per la pubblicazione della versione rimasterizzata di Abbey Road. Se hai presente le scale che scendono di sotto, è lì che cazzeggiavamo e passavamo il tempo libero. C’è una grande porta, l’avevo aperta e avevo urlato da lì. John diceva “Che facciamo, capitano?”, o qualcosa del genere. Eravamo tutti lì che urlavamo, e abbiamo inserito quelle voci. È per quello che sembra ci sia un sacco di eco. Lo abbiamo fatto e basta! Mi pare di averti raccontato anche la storia della copertina di Abbey Road. Siamo rimasti a tavolino per giorni a parlarne: “Andiamo sull’Everest e scattiamo la foto lì!”, “Andiamo su un vulcano alle Hawaii!”, “In Egitto, alle piramidi… Dai!”… “Oh, fanculo, attraversiamo la strada e basta!”. [Ridono] Non ci siamo vestiti bene, come per un servizio fotografico; quello che vedete nello scatto era il nostro normale abbigliamento per la giornata. Ma ha funzionato alla grande.

Foto: Yana Yatsuk per Rolling Stone USA

GROHL L’amore è stato sempre uno dei cavalli di battaglia dei Beatles. Agli inizi…

STARR Ah, le canzoni d’amore.

GROHL C’erano canzoni d’amore rivolte a una ragazza, ad esempio…

STARR I want to hold your hand.

GROHL Ma in che momento si è trasformato in una sorta di amore più spirituale e universale?

STARR Probabilmente attorno al ’67, ai tempi di Revolver. Sai, stavamo crescendo, stavamo cambiando, fumavamo un sacco! E le cose si sono fatte più chiare, e penso che questo abbia provocato dei grandi cambiamenti. E ormai eravamo abituati a stare in studio, sapevamo cosa fare.

GROHL Allora, penso che il modo per distinguere un grande batterista sia capire chi è entro le prime otto battute della canzone. Quello è l’obbiettivo. E il fatto che tu sia autodidatta ti ha aiutato, perché facevi solo quello che ti veniva naturale e non ti sentivi limitato da nulla. Perfino oggi, quando siamo in studio – e sono sicuro che lo faccia ogni band al mondo, se vogliono quel tipo di fill – mi dicono “Ehi, fai una cosa alla Ringo qui”.

STARR Beh, è un complimento fantastico se arriva da te, Dave. In effetti, non conoscere la musica mi ha davvero aiutato un sacco. Fin dall’inizio, il set della mia batteria era per destri; io mi ci sono seduto, ero mancino ma non m’importava. Ho fatto il meglio che potevo in una maniera da mancini, il che è stato fantastico, perché all’improvviso avevo il mio stile. E quello stile era: “Ci sono sempre un paio di secondi prima che io riesca a fare un fill”. L’unica cosa che faccio con la destra è scrivere. Sono un golfista mancino.

GROHL [Risate] Sembra un modo di dire che in realtà significa qualcos’altro.

STARR “Sai, Ringo è un golfista mancino”. “Oooooh! Pensavo avesse smesso con quella roba!”. Mi hai sorpreso così tanto quando siamo andati a quel party pre-Grammy nel 2016. Con chi stavi suonando, Beck?

GROHL Sì, sì.

STARR Perché sono così abituato a te… Voglio dire, a Zack [suo figlio] direi, “Non è che devi colpire tutti i tamburi e i piatti”. Ma tu, per il modo in cui suoni, devi colpirli tutti. E suonavi in modo dritto e semplice, non ti avevo mai sentito suonare così, eri bellissimo!

GROHL Grazie, Ringo.

STARR Mi aspettavo una roba tipo così [tamburella furiosamente sul tavolo]

GROHL Siccome sono cresciuto e ho imparato a suonare ascoltando i Beatles e il rock’n’roll degli inizi, il groove per me arriva prima di ogni altra cosa. Per quanto adori il punk rock più matto e le cose molto veloci, per me la cosa più importante è sempre stata il sentimento, o lo swing, o la semplicità di una canzone che nasce semplicemente per smuovere qualcosa in tutti noi.

STARR Ho sempre pensato che è questo quello che facciamo: i batteristi tengono insieme tutto. Non suono mai sulle voci. Se uno sta cantando, non ha bisogno di Drum Boogie. [Uno standard del 1941 di Gene Krupa]. E non faccio mai assoli: non mi sono mai piaciuti.

GROHL Ricordo che ne abbiamo parlato. Forse quando parlavamo di esercitarsi…

STARR Io non mi esercito mai. [Ride]

GROHL Neanche io! Perché non mi piace suonare da solo. Suono solo se c’è musica.

STARR La sera suono volentieri con te, ma quando sono da solo, dopo un millisecondo mi dico “Ugh. Non è così che si fa”. Quando faccio concerti, e la gente prende in braccio i bambini e me li presenta dicendo “Lui è Tommy. Ti adora e sta prendendo lezioni di batteria”, io dico sempre, “Spero non ne stia prendendo troppe!”.

GROHL Quindi, raccontami del tuo libro.

STARR Another Day in the Life [Un altro giorno della nostra vita] è un’espressione che tutti conosciamo e amiamo. Cosa fai quando sei in tour, nei tempi morti?

GROHL Onestamente sto in camera mia a scrivere musica.

STARR Beh, io sto in camera mia e fotografo cucchiai che poi metto nel mio libro, o fotografo un’aquila che atterra sul balcone della mia stanza. Ci sono anche foto di avanzi di cibo. Qualunque cosa mi capiti davanti in quel momento.

GROHL Penso che alcune persone siano nate con uno spirito creativo che non si prende mai pause.

STARR Un gene.

GROHL Un gene, esatto, e io sono sempre stato così. Quando ero piccolo, uscivo in cortile e trovavo pezzetti di legno con cui costruivo delle autostrade sopraelevate per le mie macchinine. E poi ho imparato a usare il mio mangianastri come un multitraccia, perciò prendevo una cassetta e registravo una parte di chitarra e poi prendevo quello stesso nastro, lo riavvolgevo, lo suonavo, ci suonavo sopra una parte di batteria fatta con posate e pentole e registravo anche quella. Sono sempre stato così. Ero una specie di bambino iperattivo che aveva bisogno di fare qualcosa in ogni momento. E credo davvero che in questo siamo simili. Ho lavorato in un magazzino di mobili, non avrei mai immaginato che sarei diventato un musicista famoso. Suonavo nelle band, andavo in tour, tornavo, supplicavo che mi ridessero il lavoro, tornavo in fabbrica ed ero felice così. Perciò quando i Nirvana sono esplosi, una delle prime cose che ho pensato è stata “Wow, quindi non devo più…”.

STARR “… tornare in fabbrica!”. Ma non lo sappiamo mai: quel primo disco che hai fatto poteva essere il primo e l’ultimo, capisci che intendo?

GROHL Esatto!

STARR Love Me Do avrebbe potuto essere il primo e l’ultimo, ma siamo andati avanti. E ci sono nostre interviste in cui diciamo “Beh, sai, probabilmente il nostro successo durerà quattro anni o giù di lì”.

GROHL Quando è arrivato il mio primo assegno con le royalties mio padre mi disse “Lo capisci che nulla di tutto questo durerà, vero? Devi trattare ogni assegno che ti arriva come se fosse l’ultimo che riceverai mai”. Mi spaventò a morte, cazzo. Funzionò!

Ringo, cos’hai pensato quando hai sentito i Nirvana?

STARR Che erano grandiosi, e Kurt Cobain era così emozionante. Era la cosa che amavo di più. Sono un tipo emotivo. Nessuno può mai dubitare dei Nirvana, mai. E chi avrebbe mai detto che lui avrebbe fatto quella fine. Che chiunque ascolta la sua musica con coraggio finisca per credergli, perché era coraggioso. Non so com’è andata, non è una questione personale, abbiamo perso un sacco di gente troppo presto, nell’industria musicale. E ti viene da pensare “Quanto dev’essere stata dura?”. “Perché non mi hai chiamato?”. Non si sa mai come vanno queste cose. È il famoso club 27. un sacco di artisti sono morti a 27 anni, è come se quel numero, chissà, li avesse fatti scomparire tutti prima del suo scadere? O forse era nei piani di Dio: non lo so. Quando John ci lasciò, ero alle Bahamas. Ricevetti una telefonata dalle mie figliastre, che erano a Los Angeles: mi dissero “È successo qualcosa a John”. E poi mi richiamarono e dissero “John è morto”. E io non sapevo cosa fare. E ancora mi sconvolge che sia stato un bastardo a sparargli. Mi sono detto solo “Dobbiamo prendere un aereo”. Abbiamo preso un volo per New York, e andammo a casa sua. Chiedemmo “Possiamo fare qualcosa?”, e Yoko disse semplicemente “Beh, potete giocare con Sean. Tenetelo occupato”. Ed è quello che abbiamo fatto. E quello che pensavamo era: “Che cosa sappiamo della vita, in realtà?”. La cosa interessante è che Jack Douglas, mi ha portato una registrazione di John [Grow Old with Me, dai demo Bermuda Tapes del 1980] solo quest’anno: non l’avevo mai sentita. Perciò è come se John facesse ancora parte della mia vita e stesse lavorando al suo nuovo album. Mi ha dato quel CD perché all’inizio John diceva “Oh, sarebbe fantastica per Richard Starkey”.

GROHL Wow, non l’avevi mai sentita?

STARR Mi sconvolgo ogni volta che ci penso: parla di me. Dice [imitando Lennon] “Ehi, Ringo, sarebbe perfetta per te”. E non ce la faccio. [Singhiozza] Mi commuovo pensando a lui che quarant’anni fa parla di me in una sua cassetta e pensa a me. Noi quattro eravamo grandi amici, con un paio di problemini secondari. Perciò, non sapevo proprio come comportarmi. E poi sono tornato a Los Angeles e ho elaborato il lutto, una fase da cui devi passare sempre. E per George è stato lo stesso. [Spuntano le prime lacrime e la sua voce comincia a tremare]. Sono un vecchio bambino frignone. Era lì sdraiato, molto malato, non mancava molto. E io dovevo andare a Boston, perché dovevano operare mia figlia. Perciò gli dissi “George, sai, devo andare” e lui rispose “Vuoi che venga con te?”. Stava per morire e mi disse: “Vuoi che venga con te?”. Quanta gente ti dice cose così straordinarie, ti dà tutto di se stessa?

E Paul McCartney suona in quella canzone, Grow Old with Me, nel tuo album.

STARR Beh, l’ho voluto io. Paul è presente in cinque dei miei dischi su sei. Se è in città, viene da me e suona, perché suona alla grande. E pensavo che il suo contributo avrebbe aggiunto ulteriore emozione alla canzone. La cosa interessante è che Jack Douglas voleva metterci dentro un’orchestra. E io gli ho detto “No, un quartetto basta e avanza”. Perciò John l’ha scritta, Paul l’ha suonata, io anche e Jack ci ha messo dentro un riff molto riconoscibile alla George Harrison.

Dave, quelle poche volte che hai suonato le canzoni di Kurt dopo la tua morte, ti ha aiutato a processare la sua perdita?

GROHL Beh, quando è morto Kurt ho capito che non c’è un modo giusto o sbagliato per piangere una persona. Succedono cose bizzarre. Sei annebbiato. Ricordi le cose buone, poi tutto cambia e ricordi quelle più brutte. Sono stato lontano dalla musica per un po’. Non accendevo neppure la radio. E poi alla fine ho realizzato che la musica era l’unica cosa che mi avrebbe fatto sentire meglio. E mi avrebbe aiutato a uscirne. Perciò ho cominciato a scrivere canzoni e a registrarle per conto mio. Ed è dura se uno dei tuoi amici, o una persona a cui sei stato molto vicino nella vita reale, è diventato qualcosa più che un semplice essere umano per tutti gli altri. Fai un’intervista e qualcuno ti fa delle domande che sono molto difficili per te, domande che non faresti mai a un altro estraneo.

STARR Esatto, esatto.

GROHL “Come ti sei sentito quando è morto tuo fratello?”. “Come ti sei sentito quando è morto un tuo familiare?”. Non sono domande che fai quando incontri qualcuno. Per un po’ è stata tosta, ma ho capito che era importante andare avanti con la mia vita, e ciò che l’ha salvata è stata la musica. Più di una volta, anche prima di allora, mi sono salvato suonando. Ho suonato le canzoni dei Nirvana pochissime volte negli ultimi ventisei anni. In un certo senso sono off-limits, sfortunatamente. Un paio di volte – alla cerimonia della Rock & Roll Hall of Fame, forse due anni fa – abbiamo dovuto farlo. Ed è una sensazione strana, perché ti sembra di essere tornato insieme agli amici della tua band, ma c’è qualcosa che manca. Tipo, una volta ho registrato una canzone con Paul McCartney: io, Pat Smear e Krist Novoselic. Ed è stato un vero trip che noi tre suonassimo di nuovo insieme: tutto funzionava. Era così facile. Un paio di accordi un po’ lenti, e sembrava che fossimo tornati ai tempi dei Nirvana, quando Krist e io suonavamo insieme. Nessun altro ha quel sound. Perciò per i primi venti minuti, mentre suonavo con Krist e Pat, era come un sogno. Ma poi me ne sono accorto: “Ehi, aspetta, c’è anche Paul qui”.

Com’è stato entrare in contatto con Paul McCartney?

STARR Oh, è un bassista incredibile. Non ce n’è un altro così melodico e ingegnoso.

GROHL È buffo, perché le poche volte che ho improvvisato con lui, penso che la gente dimentichi quanto è bravo come musicista perché sono abbagliati dalla questione Beatles. Poi imbraccia lo strumento e ti dici “Gesù, è bravissimo, cazzo”. E lo è davvero. Voglio dire, la linea di basso di Hey Bulldog, che roba incredibile è?

STARR Da dove arriva?

GROHL Non lo so! Dallo spazio più profondo, è pazzesca.

Entrambi avete il talento di saper scrivere delle parti di batteria super orecchiabili. Le concepite come se fossero quasi dei ritornelli?

STARR Non so mai cosa ho in mente. [Suona la batteria di Come Together sul tavolo] Come dire, da dove l’ho tirata fuori? Non lo so! Ma funzionava. E John era lì che diceva “Oh! Va bene, ok”.

GROHL Penso che l’air drum in questo senso dica molto, perché hai a che fare con gente che non ha la più lontana idea di come suonare lo strumento che stanno fingendo di suonare, ma sei riuscito a imprimerle nella mente un’immagine che in un certo senso è musicale tanto quanto quella di un cantante che canta. Una volta una persona di cui non farò il nome mi ha detto, in una discussione che è stata pure pubblicata da qualche parte, “Beh, ma scrivere le parti di batteria non è come scrivere una canzone”. E io gli ho risposto “Vaffanculo! Perché no?”. Nessuno mi ha detto cosa cazzo suonare, e ora quando chiunque ascolta questo [fa air drum fingendo di suonare Smells Like Teen Spirit], sa che è l’intro della canzone. Le parti di batteria sono molto importanti, in termini di songwriting: più che concentrarti sulla tecnica, devi essere melodico e musicale tanto quanto tutti gli altri strumenti. Appena hai fatto questo [tamburella Come Together] sul tavolo, si è capito subito che cazzo di canzone era!