Musicians on Musicians: Paul McCartney & Taylor Swift | Rolling Stone Italia

Foto: Mary McCartney per Rolling Stone US

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Musicians on Musicians: Paul McCartney & Taylor Swift

Prima della pandemia avrebbero dovuto condividere il palco di Glastonbury. Poi hanno scritto i due dischi simbolo del lockdown. Qui parlano di musica e isolamento, successo e vita privata, numerologia, nomi d’arte, ispirazione

Lo scorso ottobre, Taylor Swift si è presentata presto nell’ufficio londinese di Paul McCartney «con indosso la mascherina e piena di entusiasmo». «Ultimamente lavoro quasi sempre da casa», racconta parlando di quel giorno, «e oggi mi sembra quasi di essere in gita con la scuola, una viaggio che non vedevo l’ora di fare».

Taylor Swift è arrivata senza il suo staff, con capelli e trucco fatti da sola. Oltre a essere due dei più famosi cantautori pop del mondo, Swift e McCartney hanno percorso strade simili nell’ultimo anno. McCartney si è isolato a casa sua, nel Regno Unito, e ha registrato McCartney III. E come nel suo primo album solista del 1970, ha suonato quasi tutti gli strumenti, creando alcuni dei suoi pezzi più ambiziosi degli ultimi tempi. Anche Swift ha accettato nuove sfide: lavorando via mail con Aaron Dressner, leader dei National, ha scritto e registrato Folklore, il suo nuovo album, che abbandona del tutto il pop da palasport per dare spazio a canzoni di maggiore profondità. Ad oggi (il 13 novembre 2020, ndt), è l’album più venduto del 2020.

Swift ha ascoltato McCartney III per prepararsi all’incontro di oggi. McCartney si è immerso in Folklore. Prima del servizio fotografico, la cantante ha incontrato le due figlie dell’ex Beatle, Mary (che li ha poi fotografati) e Stella (grande amica di Taylor Swift, che ha disegnato gli abiti che indossa). «Non è la prima volta che incontro Paul, ci siamo già trovati a condividere il palco per vari eventi, ma di questo parleremo più avanti», scrive Swift. «Poco dopo, Paul arriva insieme alla moglie Nancy. Sono una coppia solare e giocosa, e mi basta guardarli per sapere che sarà una bella giornata. Durante la sessione fotografica, Paul balla e canta le canzoni della Motown che escono dalle casse, senza prendersi troppo sul serio. Ogni tanto Mary lo rimprovera: “Papàààà, cerca di stare fermo un attimo!”. E ti trovi di fronte a una esilarante dinamica familiare. Entriamo nel suo ufficio per una chiacchierata. Nervosa, gli chiedo se può scrivere a mano e autografare il testo di una delle sue canzoni che più amo, e Paul è così gentile da accontentarmi. Poi fa una battuta sul fatto che la venderò, e io scoppio a ridere perché so che invece la custodirò per il resto della mia vita. E più o meno a quel punto, iniziamo a parlare di musica».

Taylor Swift: Penso sia importante ricordare che se quest’anno fosse andato come doveva, io e te avremmo suonato insieme a Glastonbury, e invece ci siamo trovati entrambi a scrivere i nostri album in isolamento.

Paul McCartney: È proprio vero!

Swift: E ho pensato che sarebbe stato bellissimo suonare insieme, perché le volte che ci siamo incontrati sono state alcune delle serate più spassose della mia vita. Mi ricordo di quella volta che eravamo a una festa e si sono messi tutti a suonare. C’era anche Dave Grohl…

McCartney: Tu stavi suonando uno dei suoi pezzi, se non ricordo male…

Swift: Esatto, era Best of You, ma la stavo facendo al piano e lui l’ha riconosciuta solo dopo che ne avevo suonata metà. Ricordo di aver pensato che il catalizzatore dei momenti più divertenti eri tu. La tua voglia di alzarti e metterti a suonare contagia tutti, e tutti ne vengono trascinati.

McCartney: Beh, diciamo che è l’insieme delle cose, non credi? Anzi, ti dirò di più: quella volta è stata Reese Witherspoon a spronarmi. Mi disse: «Ci canti qualcosa?» Io risposi: «Ma, non saprei.» Ma lei insisteva: «E dai, devi cantare!» Praticamente era un ordine. E quindi non ho potuto far altro che accettare. È andata più o meno così.

Swift: Questo è il segreto: serve qualcuno che chieda agli altri di suonare. Senza quella persona, non ci sarebbe musica alle feste.

McCartney: Sì, hai ragione.

Swift: Se non ci fosse quello che dice: «Ehi ragazzi, ci suonate qualcosa?» noi non ci metteremmo mai ad esibirci nel salotto di qualcuno.

McCartney: Mi pare di ricordare che Woody Harrelson si era seduto al pianoforte e aveva iniziato a suonare Let It Be. Allora mi son detto: «Io la so fare meglio», quindi gli ho chiesto di spostarsi un po’ e ci siamo messi a suonarla insieme. È stato molto carino… Persone come Dan Aykroyd sono le mie preferite, talmente piene di energia e passione per la musica, pur non essendo musicisti, da girare per la stanza e dire: tu, alzati dai, suonaci qualcosa.

Swift: Ho ascoltato il tuo nuovo album e ci sono tantissime cose che mi sono piaciute, però ho anche pensato che scrivere, produrre e suonare tutti gli strumenti di ogni traccia sia stato un po’ un’ostentazione. Per me è come mettere in mostra i muscoli e dire: «Se voglio, posso fare tutto questo da solo».

McCartney: A dire il vero, non ci ho nemmeno pensato. Alcuni strumenti ho imparato a suonarli nel corso degli anni. A casa avevamo un pianoforte, mio padre lo sapeva suonare, e ho imparato a suonarlo anch’io. La melodia di When I’m 64 l’ho scritta da ragazzino.

Swift: Wow.

Foto: Mary McCartney per Rolling Stone US. Produzione: Grace Guppy. Luci: Pedro Faria. Digital Tech: Alexander Brunacci. Post-produzione: The Hand of God. Styling di Paul McCartney: Nancy McCartney. Grooming: Jo Bull. Giacca: Stella McCartney. Maglione: Hermés. Camicia: Prada. Jeans: Acne. Scarpe: Stella McCartney. Top e giacca di Taylor Swift: Stella McCartney. Pantaloni: Ulla Johnson. Scarpe: Dolce & Gabbana

McCartney: Con i Beatles passammo un periodo ad Amburgo e c’erano sempre in giro delle batterie. Ogni volta che c’era un momento morto, dicevo: «Ti dispiace se provo a suonare le percussioni?», e così ho avuto modo di fare pratica senza effettivamente prendere lezioni. È per questo che suono con la destra. Il primo strumento che ho avuto è stato la chitarra. Poi da quella sono passato al basso, e da lì all’ukulele e al mandolino. Può sembrare tanto, ma in realtà sono solo due o tre strumenti.

Swift: Mi sembra che stai minimizzando! Io ti ho immaginato lì, in campagna, ad assorbire il ritorno alla mentalità fai-da-te che questa pandemia e il conseguente isolamento ha riportato a galla. Io stessa mi sono resa conto di aver applicato quella mentalità a molte cose che prima invece delegavo ad altri. E quindi ti chiedo: come sono state le tue giornate di registrazioni durante la pandemia?

McCartney: Beh, sono molto fortunato perché ho uno studio a 20 minuti di distanza da dove vivo. Ho passato il lockdown in una fattoria con un allevamento di pecore insieme a mia figlia Mary, che è un’ottima cuoca, i suoi quattro bambini e il marito. Quindi di solito prendevo la macchina mi incontravo in studio con Steve, il mio tecnico del suono, e Keith, l’assistente di studio, che avevano il permesso di entrare. Siamo stati molto cauti e abbiamo sempre rispettato il distanziamento. Questo disco lo abbiamo fatto in tre. Mi sono messo lì e ho iniziato: dovevo creare alcuni pezzi strumentali per un film, quindi una volta fatti quelli ho continuato a suonare, e da lì è nato il pezzo di apertura dell’album. In pratica ogni giorno arrivavo in studio senza avere un programma preciso, poi mi veniva un’idea e iniziavo a suonare. Iniziavo con lo strumento per cui avevo scritto la musica, di solito il piano o la chitarra, e poi aggiungevo le percussioni o un po’ di basso, fino a che quello che registravo ha iniziato a prendere la forma di un album, e da lì, un pezzo alla volta, l’ho creato. È stato divertente.

Swift: Che figata!

McCartney: Nel tuo album anche tu suoni chitarra e piano, vero?

Swift: In alcuni brani sì, ma gran parte del disco l’ho fatto insieme ad Aaron Dessner, musicista dei National, una band che mi piace molto. L’ho conosciuto l’anno scorso a un concerto. Ci siamo messi a parlare e gli ho chiesto come scrivesse le sue canzoni. È una domanda che amo fare ai musicisti di cui sono fan. E lui mi ha risposto in modo molto interessante: «Visto che viviamo tutti [i membri della band] in parti diverse del mondo, butto giù i pezzi e li invio al nostro cantante, Matt, che scrive la melodia». Ricordo di aver pensato che fosse un metodo molto efficiente e che poteva essere un’ottima idea per progetti futuri. Da quel momento ho sempre pensato: Magari un giorno lavorerò con Aaron Dessner.

Quando è iniziato il lockdown mi trovavo a Los Angeles, quindi non potevamo muoverci da lì. Come posto dove rimanere bloccati non è poi così male, poteva andarmi peggio. Visto che ci saremmo rimasti quattro mesi, ho deciso di scrivere una mail ad Aaron Dessner. Gli ho scritto: «Pensi che avresti voglia di lavorare in questo periodo? Perché il mio cervello è tutto ingarbugliato, ho bisogno di mettermi all’opera, fosse solo scrivere dei brani senza alcuno scopo…».

McCartney: Ho provato esattamente la stessa cosa. Potevi scrivere canzoni senza preoccuparti di cosa sarebbero diventate.

Swift: Proprio così. Alla fine Aaron mi ha detto che anche lui stava scrivendo dei pezzi strumentali per evitare di dare completamente di matto durante la pandemia, quindi mi ha inviato un file con una trentina di brani strumentali e il primo che ho ascoltato è finito per diventare una canzone intitolata Cardigan. È successo tutto in modo molto veloce: lui mi mandava un pezzo, poi ne faceva di nuovi e li aggiungeva alla cartella condivisa, io scrivevo tutta la melodia per la canzone senza che lui sapesse minimamente di cosa parlasse, come si sarebbe intitolata, dove avrei inserito il ritornello. All’inizio avevo pensato di fare un nuovo album l’anno prossimo, magari facendolo uscire a gennaio. Ma poi mi sono trovata con un album intero già pronto e così lo abbiamo pubblicato a luglio. In quel momento ho pensato che le regole non esistono più. Di solito mi mettevo un sacco di paletti, del tipo: «Come verrebbe questa canzone se la cantassi in uno stadio? E come suonerebbe questa in radio?». Se riesci a uscire da questi schemi, cosa verrebbe fuori? E credo che Folklore sia la risposta a queste domande.

McCartney: È come suonare per se stessi, e non per forza per un motivo preciso. Anche per me è stato più o meno così. Dopo aver finito quei pezzi per il film, mi sono ritrovato con un sacco di canzoni su cui avevo iniziato a lavorare, ma mi dicevo: «Ora vado a casa», e le lasciavo lì. A un certo punto ho iniziato a pensare a tutto quello che avevo lasciato a metà, così le abbiamo riprese in mano ci siamo accorti che era del buon materiale. E visto che non avevo un vero e proprio obiettivo, mi sono detto: «Ho proprio voglia di fare dei loop. Non mi interessa se stanno bene nella canzone». Ho preso e mi son messo a fare dei loop solo perché mi piace farlo.

Non avevo idea che sarebbero diventate un album. Forse sono stato un po’ meno indulgente di così. Se un pezzo era lungo otto minuti, ad esempio, me lo portavo a casa perché sapevo che Mary si sarebbe messa a cucinare e i nipoti a correre per casa, e qualcuno, tipo Simon, il marito di mia figlia, mi avrebbe chiesto: «Che hai fatto di bello oggi?» Allora, per rispondergli, prendevo il telefono e gli facevo ascoltare le registrazioni. Era diventato un rituale.

Swift: Che bello, è un’immagine di un calore incredibile.

McCartney: Erano pezzi piuttosto lunghi, e allora gli ho detto: «Non mi piace far ascoltare delle canzoni che dopo solo tre minuti finiscono». Mi piace che la canzone continui.

Swift: Ti piace mantenere l’atmosfera.

McCartney: Mi piace che vada avanti. Era diventato un vero e proprio rituale. Rientravo in casa e alla domanda: «Che hai fatto oggi?» rispondevo: «Oh, ho fatto questo. Siamo a metà di quest’altro», oppure «abbiamo finito questa canzone».

Swift: Stavo pensando alla numerologia che sta dietro McCartney III. McCartney I, II, e III sono tutti usciti in anni che finiscono per zero.

McCartney: Sì, alla chiusura di un decennio.

Swift: Era una cosa importante per te?

McCartney: Beh, sì, ho scritto l’album nel 2020 ma non ci avevo nemmeno pensato. Penso che molti si aspettassero grandi cose: «Sarà un anno bellissimo, guarda che numero, 2020! Sarà un anno particolare!» Poi è arrivato il Covid e ci siamo dovuti ricredere. «Forse sarà un anno particolare, sì, ma in negativo». Qualcuno mi ha detto: «Hai pubblicato il primo McCartney subito dopo la separazione dei Beatles, nel 1970. Poi hai fatto McCartney II nel 1980». E io ho risposto: «Oh, e questo lo farò uscire nel 2020 per rispettare quella che chiamate numerologia…».

Swift: La numerologia, l’aspetto dei numeri, il simbolismo. Io adoro i numeri, è come se governassero il mio mondo. Il numero 13 per esempio… e l’89, ancora di più. Ne ho anche altri che…

McCartney: Per molti il 13 porta fortuna.

Swift: Sì, anche per me è un numero fortunato. È il giorno del mio compleanno. Sono accadute un sacco di strane coincidenze. E ora, quando lo vedo da qualche parte, lo prendo come un segno che le cose andranno come devono andare. Magari in questo momento non tutto sta andando bene, ci sono cose dolorose, ma sono sicura che ci sia un senso. Non lo so, io amo la numerologia.

McCartney: È un po’ inquietante, Taylor. Ma… Aspetta un secondo: e l’89 da dove viene fuori?

Swift: È l’anno in cui sono nata, il 1989. È un numero che ricorre, e quando lo vedo penso che…

McCartney: In realtà lo capisco. Mi piace, ci sono cose a cui rimani affezionato e che ti danno sensazioni positive. È una bella cosa.

Swift: Sì, esatto. Uno dei miei artisti preferiti, Bon Iver, ha un debole per il numero 22. Ripensando alla tua storia, mi è venuto in mente come tu abbia sempre ricercato un’atmosfera di comunità, una band: prima con i Beatles, poi con i Wings e infine con Egypt Station. Quando ho sentito che avevi fatto questo disco tutto da solo sono rimasta colpita. E allora mi sono chiesta se per te sia stato naturale.

McCartney: È una delle cose che ho fatto. Ad esempio, quando ho pubblicato McCartney i Beatles si erano sciolti e non avevo altra scelta che rimediare una batteria, una chitarra, un amplificatore, un basso e fare qualcosa da solo. Quindi quell’album, che non mi aspettavo nemmeno di fare troppo bene, non è stato molto naturale. Ma al pubblico è piaciuto, dicono sia un album molto spensierato. Non doveva per forza avere un significato. Quindi per la prima volta avevo composto e suonato tutto un album da solo. Poi ho scoperto i sintetizzatori e i sequenziatori; in casa ne avevo un paio. Ho semplicemente pensato di giocherellarci e registrare quello che veniva fuori, e il risultato è stato McCartney II. Ma ci sono artisti che lo fanno intenzionalmente. Alcuni sanno farlo bene. Stevie Wonder è uno di quelli. Se non sbaglio l’ha fatto anche Stevie Winwood. Quindi alcuni artisti preferiscono lavorare così.

Quando lavori con qualcun altro, devi tenere conto delle loro opinioni, mentre se lavori da solo le tue opinioni le conosci già. È una cosa che ho imparato ad apprezzare. Una volta che impari a farlo, diventa un po’ una droga. A dire il vero, ho anche scritto alcuni album a nome The Fireman.

Swift: Uh, come mi piacciono gli pseudonimi!

McCartney: L’ho fatto per divertimento. Ma diciamocelo, quando sei giovane faresti carte false per avere fama e attenzione. Proprio l’altro giorno mi è tornato in mente che, tra i quattro Beatles, ero io quello che scriveva ai giornalisti e diceva [parla con tono formale]: «Siamo un complesso rock semiprofessionale, e credo che potremmo essere interessanti per voi… Io e il mio amico John abbiamo scritto più di cento canzoni (che era una bugia). Se potesse scrivere un articolo su di noi…». Ero proprio in cerca di attenzione.

Swift: Hai imbrogliato! Troppo forte.

McCartney: Beh, sì, a volte ci vuole.

Swift: Secondo me, quando una persona usa uno pseudonimo significa che ama così tanto il proprio lavoro da non volere che l’aura che lo circonda, basata sulla fama, finisca per togliere attenzione a quello che ha creato. Allora scrivere dietro nomi inventati diventa davvero divertente.

McCartney: Tu l’hai mai fatto?

Swift: Oh, certo.

McCartney: Ah sì? Non ne sapevo niente! È una cosa risaputa?

Swift: Adesso credo di sì, ma prima era un segreto. Scrivevo sotto il nome di Nils Sjöberg, due nomi svedesi maschili molto comuni. Ho scritto una canzone intitolata This Is What You Came For che alla fine è stata cantata da Rihanna. E per un po’ nessuno l’ha saputo. Ricordo che quando Prince scrisse Manic Monday, la notizia non venne svelata se non dopo qualche mese.

McCartney: E inoltre dimostra il fatto che sei in grado di fare il tuo lavoro senza l’etichetta della fama. Io ho scritto qualche canzone per Peter and Gordon, la band di cui facevano parte il fratello di una mia ex ragazza e un suo amico. Scrivevo sotto il nome di Bernard Webb.

Swift: Bella questa!

McCartney: O come direbbero gli americani, Ber-nard Webb. Ti dicevo, quando scrivevo sotto lo pseudonimo di Fireman lavoravo con un produttore che si chiama Youth, un tipo davvero forte. Andavamo molto d’accordo. Lui aveva fatto un mix per me, e da lì eravamo diventati amici. Andavo in studio, lui mi faceva ascoltare qualche sua creazione e mi chiedeva cosa ne pensassi, e io gli rispondevo con dei consigli: «Dovresti aggiungerci il basso, un po’ di batteria». E così ho iniziato a passare intere giornate ad arricchire i suoi groove, e alla fine ci siamo ritrovati con in mano una serie di canzoni. Per un po’ di tempo nessuno ha saputo chi fosse The Fireman. In tutto avremo venduto sì e no 15 copie.

Swift: Che storia.

McCartney: Ma non ci importava, capisci?

Swift: Penso che lavorare a dei progetti per il gusto di farlo sia proprio bello. Quando io e la mia famiglia siamo venuti a un tuo concerto, nel 2010 o 2011, ho pensato che fosse lo show più altruista a cui avessi mai assistito. Tutto lo spettacolo era orientato verso quello che noi, il pubblico, avremmo voluto sentire. C’erano pezzi nuovi, ma anche le hit che volevamo ascoltare, tutte le canzoni su cui avevamo pianto, quelle che erano state la colonna sonora di qualche matrimonio o di una storia finita male. E ricordo di aver pensato che dovevo imprimermi bene nella memoria ciò che avevi fatto: avevi creato una scaletta pensata su misura per i tuoi fan.

McCartney: Anche tu lo fai, vero?

Swift: Ora sì. Ho imparato la tua lezione e in un momento cruciale della mia carriera ho capito che se il pubblico vuole sentire Love Story e Shake It Off devo farle, anche se le ho cantate un milione di volte. Ci sono momenti della carriera in cui devi essere egoista, e altri in cui devi pensare agli altri. E ci sono momenti in cui devi alternare le due cose.

McCartney: Mi ricordo che da ragazzino, molto prima dei Beatles, andavo ai concerti sperando che suonassero i miei pezzi preferiti. E se per caso non li facevano rimanevo piuttosto deluso. Non avevo soldi, non venivo da una famiglia agiata. Comprare il biglietto di un concerto era una faccenda seria per me, dovevo risparmiare per potermelo permettere.

Swift: Esatto, è come se ci fosse un legame. La persona che è sul palco ti dà qualcosa, e tu come parte del pubblico vuoi dargli ancora di più in termini di applausi, di devozione. Quando me ne stavo in mezzo al pubblico al tuo concerto, ricordo di aver sentito quel legame e di aver pensato: «Wow, Paul se ne sta lì a suonare le canzoni dei Beatles e intorno a me mio padre piange e mia madre riesce a malapena a tenere fermo il telefono tanto le tremano le mani». Ho sentito l’entusiasmo scorrere non solo dentro me e la mia famiglia, ma in tutto il pubblico di Nashville, ed è stato davvero speciale. È bello imparare certe cose, sono lezioni che per me significano davvero molto.

McCartney: È molto bello quello che dici, sono contento che il concerto ti abbia fatto riflettere su queste cose. Certamente c’è anche chi la pensa in modo diverso. Ci sarà sempre qualcuno che dirà: «Ha fatto tutti i pezzi più famosi, è stato come ascoltare un jukebox». È la loro opinione, e la rispetto. Ma credo che non farlo sarebbe sleale. Per venire a un nostro concerto servono un sacco di soldi. Noi possiamo permetterci di andare a un paio di spettacoli senza grandi problemi, ma per molte persone un concerto è un evento straordinario, e non posso non accontentarle. Poi, come dici tu, metto in scaletta anche qualche novità.

Swift: È la cosa migliore. Quando vado a un concerto voglio anche sentire cose attuali che mi facciano capire a che punto del suo viaggio musicale l’artista si trovi in quel momento. Ripensando ai tuoi testi, mi sono chiesta dove ti trovassi tu quando hai creato questo album. Dal punto di vista delle parole, quando ho lavorato a Folklore ho preso la direzione dell’escapismo e del romanticismo, e ho scritto canzoni immaginando di essere la prima donna in una storia d’amore proibita (ride). Ero completamente…

McCartney: Quel verso in cui dici “Voglio darti un figlio” ne è un esempio?

Swift: È di una canzone che si intitola Peace.

McCartney: Peace, esatto. Mi piace molto.

Swift: Peace in realtà è più radicata nella mia vita privata. Tu sei riuscito a fare cose straordinarie con la tua vita personale: sei riuscito a plasmarla all’interno della tua immagine pubblica. E capisco bene quanto possa spaventare innamorarsi di qualcuno, soprattutto se si tratta di una persona con uno stile di vita molto normale e con i piedi per terra. Di solito, nonostante le ansie, riesco a mantenere il controllo e a comportarmi in modo normale e razionale. Ma ci sono cose che sfuggono al mio controllo. Non posso sapere se ci saranno paparazzi nascosti nei cespugli, se inizieranno a inseguirmi in macchina e intromettersi nella mia vita. Non posso fare niente per evitare che il giorno dopo in prima pagina ci sia un articolo che racconta cose false su di me.

McCartney: E quindi come fai? Il tuo partner ti capisce?

Swift: Sì, assolutamente.

McCartney: In fondo, non ha altra scelta.

Swift: Da quando stiamo insieme e grazie al rapporto che abbiamo costruito ho preso delle decisioni che hanno reso la mia vita più reale e meno simile alla storia che i tabloid vorrebbero poter raccontare. Intendo cose come decidere dove vivere, con chi uscire, imparare a evitare di fare una foto in un certo momento… L’idea di privacy è così difficile da spiegare, ma alla fine si tratta solo di cercare di ritagliarsi spazi di normalità. In Peace parlo proprio di questo e mi chiedo: se non riuscissi a raggiungere la normalità che entrambi desideriamo, andrà bene lo stesso? Stella mi dice sempre che ha avuto un’infanzia normale, per quanto possibile.

McCartney: Sì, per noi era molto importante riuscire a tenere i piedi per terra in mezzo a tutto quel marasma.

Swift: Ha frequentato una scuola pubblica.

McCartney: Sì, è vero
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Swift: E per Halloween andavate tutti insieme a fare “dolcetto o scherzetto” mascherati, vero?

McCartney: Sì, per noi era molto importante, e devo dire che ha funzionato bene. Quando i ragazzi sono cresciuti hanno incontrato loro coetanei che avevano frequentato scuole private, e hanno capito che vivevano un po’ fuori dal mondo.

I miei figli erano molto più maturi. Mi ricordo che Mary aveva un amico, Orlando (non Orlando Bloom) che le chiedeva sempre consigli. Lei poteva aiutarlo perché c’era passata. Ovviamente, i miei figli sono anche stati presi in giro. Quando entravano in classe c’era sempre qualcuno che iniziava a cantare: «Na na na na» o qualche altra canzone. E hanno dovuto sopportare e affrontare la cosa.

Swift: Quando sei diventato padre, hai avuto paura? Hai mai pensato che tutta la pressione che sentivi su di te sarebbe ricaduta su di loro, anche se non l’avevano richiesta? È stata dura per te?

McCartney: Sì, un po’ lo è stato. Ma a quel tempo era diverso. Vivevamo una vita semi-hippie, riuscivamo a ritagliarci molti più spazi. I ragazzi hanno avuto un’infanzia ordinaria. Organizzavano feste e i loro compagni di scuola venivano a casa nostra: è stato molto bello. Ricordo che una volta, per il suo compleanno, Stella aveva invitato un gruppo di amici a casa. Mi ignorarono completamente. All’inizio mi dicevano: «Ah, già, lui è il tipo super famoso», ma poi, poco a poco, la cosa aveva perso d’interesse, ed è giusto così. Ricordo che quella sera andai in un’altra stanza per lasciarli soli. A un certo punto sento che avevano messo su della musica, e uno dei ragazzi, si chiamava Luke, si era messo a ballare la break dance.

Swift: Ohhh!

McCartney: Ballava davvero bene! Cose del genere hanno permesso ai miei figli di essere normali insieme ai loro amici. L’altra cosa che ha aiutato è che non vivo nel lusso. Davvero. A volte mi sento in imbarazzo se so che verrà a trovarmi qualcuno che…

Swift: Qualcuno che fa caso a queste cose?

McCartney: Qualcuno che ha una bella casa. Una volta, poco dopo la morte di Linda, venne a trovarmi Quincy Jones. Io mi misi ai fornelli e gli preparai degli hamburger vegetariani e a un certo punto pensai: «Oddio, che opinione avrà di me?» Di sicuro si sarà detto: «Ma guarda questo, non ha niente di spettacolare. La casa proprio non me l’aspettavo così. E poi mangiano in cucina! Non hanno nemmeno una sala da pranzo!». Cose del genere, sai?

Swift: A me sembra una scena bellissima.

McCartney: Beh, io sono fatto così. Sono un tipo strano. Forse dovrei avere una reggia maestosa e ingaggiare una domestica. Ma non ci riuscirei mai, sarebbe imbarazzante. Io voglio essere libero di girare per casa vestito come mi pare, o nudo, se voglio.

Swift: A Downton Abbey sarebbe impossibile!

McCartney: (Ride) Esatto!

Swift: Ma torniamo a quello di cui volevo parlare, i testi. Quando ti trovi in un periodo così strano e stai facendo un disco, cosa viene prima? Le parole o la melodia?

McCartney: Sono vere entrambe le cose, non ho un metodo fisso, per me è sempre stato così. Quando chiedevano a me e John chi scrivesse la musica e chi le parole, di solito rispondevo: «Entrambi scriviamo entrambe». Dicevamo che non c’era una regola e che nemmeno la volevamo. Se mai ci fossimo trovati a dover seguire una regola, avremmo dovuto infrangerla. A volte mi siedo al piano e inizio a improvvisare, come è successo anche per un paio di canzoni di questo album, e da quell’improvvisazione scaturisce un’idea e inizio a seguirla. Scrivere i testi, per me, significa seguire la scia. Inizio a cantare (canta Find My Way, una canzone di McCartney III): “Posso trovare la strada / So distinguere la destra e la sinistra / Posso trovare la mia strada / Conosco la destra e la sinistra, da da da” e poi vado avanti così. Come se conoscessi la canzone e provassi a ricordarmi le parole. A volte invece c’è qualcosa che mi ispira. Avevo comprato un libriccino che parla di stelle, costellazioni, delle orbite di Venere e…

Swift: Oh, ho capito di quale canzoni parli, The Kiss of Venus?

McCartney: Esatto, The Kiss of Venus. Ho pensato che fosse una bella frase. Quindi ho iniziato a estrarre dal libro frasi, parole con suoni armonici. Il libro parla della matematica dell’universo e di come, quando due oggetti orbitano uno intorno all’altro, il loro percorso traccia il disegno di un fiore di loto.

Swift: Wow.

McCartney: È qualcosa di magico.

Swift: Lo è davvero. Capisco perfettamente il bisogno di trovare cose magiche in questo periodo che di magico non ha proprio niente, io ho avuto bisogno di leggere più libri e imparare a cucire, guardare film ambientati un secolo fa. In un momento in cui ogni volta che guardi il telegiornale rischi di avere un attacco di panico, comprendo totalmente l’idea di pensare alle stelle e le costellazioni.

McCartney: Lo hai fatto anche tu per Folklore?

Swift: Sì, ho letto più libri che in tutta la mia vita e visto tantissimi film.

McCartney: Che tipo di cose hai letto?

Swift: Per esempio ho letto un libro che si intitola Rebecca, la prima moglie, di Daphne du Maurier, che consiglio a tutti, e altre cose che parlavano del passato, di un mondo che ormai non esiste più. Nelle canzoni ho anche usato alcune delle parole che avrei sempre voluto usare. Parole più profonde, più belle, più elaborate, come “epifania”. Mi sono sempre detta che canzoni del genere non verrebbero mai trasmesse in radio, ma quando stavo lavorando a questo album ho pensato: «Che canzoni? Ormai niente ha più senso. Siamo circondati dal caos. Perché non dovrei prendermi la libertà di usare proprio quella parola, se voglio?».

McCartney: Esatto. Quindi ti è capitato di leggere qualcosa in un libro e pensare: «Oh mio dio, adoro questa parola»?

Swift: Sì, ci sono delle parole che mi piacciono molto, come “elegie”, “epifania” e “divorziata”. E poi ci sono parole che suonano bene. Ne ho fatto una lista lunghissima.

McCartney: Che ne pensi di “marzapane”?

Swift: Troppo bella.

McCartney: L’altro giorno mi è tornato in mente di quando abbiamo scritto Lucy in the Sky With Diamonds e abbiamo usato la parola “caleidoscopio”.

Swift: È nella mia lista! In 1989 c’è una canzone che si intitola Welcome to New York dove ho messo la parola “caleidoscopio” solo perché è una delle mie fisse!

McCartney: Credo che l’amore per le parole sia una grande cosa, specialmente se hai intenzione di scrivere una canzone. Io di solito penso: «Cosa significherà questo per qualcun altro?» Ho spesso la sensazione di scrivere per chi non sta bene. Cerco di scrivere canzoni che possano essere d’aiuto. Non lo dico per fare il buonista, ma perché penso alle tante volte in cui nella mia vita una canzone mi ha fatto sentire meglio. Penso sia quello il punto di vista che voglio adottare: essere d’ispirazione per qualcuno. Una volta, da ragazzini, io e un mio amico di Liverpool volevamo andare al luna park. Era un mio compagno di scuola, e avevamo quelle giacche di tweed picchiettato, che al tempo andava molto di moda.

Swift: Avremmo dovuto indossare delle giacche coordinate per questa intervista!

McCartney: Se me ne trovi una come quelle, ci sto. Comunque ti dicevo, andammo al luna park e mi ricordo – con le canzoni succede sempre così – che c’era una ragazza. Era una piccola fiera di Liverpool in un posto che si chiama Sefton Park. C’era questa ragazza, era bellissima. Non era una star, ma era così bella… Le andavano tutti dietro. E mi ritrovo in questa scena magica, hai presente? Talmente bella che mi scoppia un gran mal di testa. Era una cosa strana per me, non mi capitava mai, e così decidemmo di tornare a casa del mio amico. Non sapevamo cosa fare e lui decise di mettere su All Shook Up di Elvis. Alla fine della canzone il mal di testa era sparito, e ricordo di aver pensato che la musica fosse davvero potente.

Swift: Lo è davvero.

McCartney: A volte mi hanno fermato per strada e mi hanno detto: «Quando mi sono ammalato ho ascoltato un sacco della tua musica. Ora sto meglio e penso che le tue canzoni mi abbiano aiutato». Oppure qualche ragazzino mi ha detto: «Mi hai aiutato a superare gli esami». Sai come sono i ragazzi, quando hanno un sacco da studiare impazziscono. Allora per stare meglio mettono su la tua musica. Queste per me sono soddisfazioni enormi. Sono sicuro che è successo anche a molti dei tuoi fan. La musica per loro è ispirazione.

Swift: Sì, è un obiettivo che cerco sempre di perseguire. In giro c’è così tanto stress che volevo che il mio album sembrasse un abbraccio, o quel maglione che non vedi l’ora di indossare.

McCartney: Tipo un… cardigan?

Swift: Esatto, un vecchio cardigan consumato. O qualcosa che ti ricorda dell’infanzia. La tristezza ha anche un lato positivo, accogliente. Ovviamente può anche essere traumatica e stressante, ma io volevo indagare quel tipo di tristezza che ti avvolge senza spaventarti, nostalgia e capriccio fusi insieme a creare una sensazione un po’ scomoda. Penso che quest’anno nessuno si sia sentito al cento per cento. L’isolamento però può anche portarti a trovare rifugio nell’immaginazione in modo quasi divertente.

McCartney: Credo che sia stata una sensazione comune. Io a volte mi sono sentito in colpa perché alla fine ero a mio agio durante il lockdown. E in molti mi hanno risposto: «Ti capisco, ma non dirlo troppo in giro». C’è anche tanta gente che sta soffrendo.

Swift: Nella vita molte cose sono totalmente arbitrarie, e [il lockdown] le sta mettendo in risalto. Stiamo realizzando che molte delle cose che siamo soliti delegare in realtà siamo in grado di farle da soli.

McCartney: Esatto, è proprio quello che intendo quando dico che vivo in modo semplice. Quando qualcosa va storto, pensi subito: «Oh, chiamerò qualcuno che possa risolvere il problema». Ma in realtà potresti anche provare a farlo da solo.

Swift: Col martello e il chiodo.

McCartney: «Potrei appendere quel quadro». Non è fisica quantistica. Nel periodo dopo i Beatles ci trasferimmo in Scozia in una piccola fattoria tutta sgangherata. A volte riguardo le foto e sento una punta di vergogna a vedere il caos che ci circondava. Ma era un vero sollievo. Con i Beatles avevamo fondato la Apple Records e se avevo bisogno anche della cosa più banale, c’era qualcuno pronto ad occuparsene al posto te. E a un certo punto mi sono detto: «Voglio comprare l’albero di Natale. E sai che c’è? Voglio andarci io, come fanno tutti». E allora vai al negozio, ne compri uno e te lo porti a casa. Lo so, è una cosa banale, ma allo stesso tempo è un passo gigante.

Quando vivevo in Scozia avevo bisogno di un tavolo. Mi ero messo a sfogliare un catalogo per comprarne uno, ma poi ho pensato: «Potrei costruirlo io. A scuola ho fatto falegnameria, so bene cosa sia un incastro a coda di rondine». Quindi mi ci sono messo d’impegno. Mi sono seduto in cucina, ho iniziato a intagliare e alla fine ho costruito quell’incastro. Niente di complicato, usai la colla al posto dei chiodi. Al momento di assemblarlo, però, temevo di aver sbagliato le misure. Ma ormai l’avevo fatto. E invece, alla fine, è venuto fuori un bel tavolino di cui ero molto orgoglioso, mi sono sentito soddisfatto.

Di recente però, quando Stella è andata su in Scozia, mi ha detto che il tavolino non c’era più. Allora mi sono messo a cercarlo. Nessuno se ne ricordava. Qualcuno ha ipotizzato che fosse stato usato come legna da camino. Alla fine l’abbiamo trovato, ero così felice! Avevamo trovato il mio tavolino! Forse è una cosa noiosa…

Swift: Assolutamente no!

McCartney: … ma per me era un grande traguardo perché ero riuscito a fare qualcosa da solo. Prima parlavi di cucire. Immagino che nella normalità i sarti non ti manchino…

Swift: Beh, ultimamente c’è stato un baby boom: molte mie amiche hanno avuto figli.

McCartney: Certo, è l’età giusta.

Swift: E allora mi sono detta che avevo proprio voglia di cucire qualcosa a mano per i bambini. Quindi ho fatto un peluche a forma di scoiattolo volante e l’ho inviato a un mio amico. A un altro ho inviato un orsacchiotto, poi ho iniziato a cucire delle copertine di seta per neonati con dei ricami, roba piuttosto raffinata. E ho anche dipinto molto.

McCartney: Che tipo di pittura? Acquerelli?

Swift: Acrilico o a olio. Se uso gli acquerelli di solito dipingo fiori. Quando uso i colori a olio invece faccio dei paesaggi. Finisco sempre per dipingere un cottage isolato su una collina.

McCartney: Un piccolo sogno romantico. Sono d’accordo con te, bisogna avere dei sogni, specialmente in questo anno. Abbiamo bisogno di uno spazio di evasione. Quando parli di escapismo sembra quasi di dire una parolaccia, ma quest’anno ha assunto un significato diverso. È come quando leggi un libro: ti immergi in quel mondo per poi tornare alla realtà. Io credo sia una cosa splendida. Di solito leggo prima di andare a dormire, e quando torno alla realtà mi addormento. È molto bello sognare, avere fantasie e desideri da raggiungere.

Swift: Che poi quello che stai facendo è creare dei personaggi. Questo è stato il primo album in cui ho creato personaggi o raccontato la vita di una persona in carne e ossa. C’è una canzone intitolata The Last Great American Dynasty che parla di un’ereditiera che vive una vita assolutamente caotica, frenetica…

McCartney: È un personaggio di fantasia?

Swift: No, è una persona vera che viveva nella casa dove abito.

McCartney: È una persona vera? Quando ho ascoltato la canzone mi chiedevo proprio chi fosse.

Swift: Si chiama Rebekah Harkness e ha vissuto a Rhode Island nella casa che ho poi comprato. È così che l’ho conosciuta. Ma è una donna che era sulla bocca di tutti e che ha dato scandalo. Ho sentito una connessione con lei, e in quel momento ho pensato alla tua Eleanor Rigby e ho iniziato a scrivere la storia di tutte le persone della città, di cosa fanno e di come le loro vite siano interconnesse. Non lo facevo da tantissimo tempo; la mia musica è sempre stata molto personale.

McCartney: Sì, prima scrivevi canzoni di amori finiti come se non ci fosse un domani.

Swift: È vero, prima che la ruota girasse nel verso giusto. (Ride) Le scrivo ancora comunque. Sono le mie preferite. Da qualche parte nel mondo ci sarà sempre un amico che sta affrontando la fine di un amore, e allora scriverò una canzone d’amore per lui.

McCartney: Capisco bene, è quello che succedeva a me e John: se hai una regola che funziona, trasgrediscila. Io non ho regole, scrivo a seconda del mio umore. Ed è per questo che mi piace inventare personaggi e provare a pensare: «A chi mi potrei ispirare?» Ad esempio, Eleanor Rigby si ispirava a una serie di donne anziane che conoscevo da ragazzino. Per qualche ragione, con alcune di loro avevo un buon rapporto. Ci ripensavo qualche giorno fa: non so come le ho conosciute, non erano parenti. Le conobbi e iniziai a fare la spesa per loro.

Swift: Bellissimo.

McCartney: Sì, davvero. Mi sedevo con loro a chiacchierare, avevano sempre storie meravigliose da raccontare. Era quello che mi piaceva. Raccontavano storie della guerra – perché io in effetti sono nato durante la guerra – e queste anziane signore l’avevano vissuta. Ce n’era una in particolare che vedevo spesso. Aveva una radio a galena che per me era magica. Durante la guerra, in molti si erano costruiti delle radio, bastava avere un cristallo di galena (canta la sigla di Ai confini della realtà).

Swift: Sai che non ne sapevo niente? Eppure è una cosa che mi incuriosisce.

McCartney: È interessante perché il periodo della guerra ha dei punti in comune con il virus e il lockdown. La guerra riguardava tutti. E un tratto distintivo di questo virus è proprio l’aver coinvolto tutto il mondo. Non è stato come l’HIV, la SARS o l’influenza aviaria, di cui abbiamo sentito parlare ma che erano lontani da noi. E allo stesso modo anche la guerra coinvolse tutti: i miei genitori, la regina, Churchill. La guerra scoppiò e tutti si trovarono a cercare un modo per affrontarla. Tu hai trovato Folklore. Io ho trovato McCartney III.

Swift: E tanti si sono messi a fare il pane con il lievito madre. Ognuno l’ha affrontato a modo proprio!

McCartney: Al tempo della guerra in molti si autofabbricarono una radio. Bastava avere un cristallo. Io credevo che fosse solo un modo di dire, invece è un cristallo vero e proprio.

Swift: Wow.

McCartney: È proprio il cristallo che attrae e cattura le onde radio, dopo basta solo sintonizzarle. Al tempo della guerra era così che riuscivano ad ottenere le notizie che desideravano. Ma tornando a Eleanor Rigby, quando scrivevo pensavo a lei e a cosa stesse facendo. Sono partito da lì per poi provare a farne una storia, a renderla poetica con le parole che mi piacciono per ottenere immagini come quella del riso sul sagrato, o di Father McKenzie che rammenda i calzini di notte. È un uomo di chiesa, per cui avrei potuto dire “prepara il sermone”, che sarebbe stato molto più scontato. Ma “rammendare i calzini” ti dice qualcosa in più su di lui. E così ti ritrovi a fantasticare, e la magia delle canzoni sta tutta qui. È un buco nero, una volta che inizi quel processo ti accorgi che è sbocciato qualcosa. È come ricamare.

Swift: O costruire un tavolo.

McCartney: Esatto.

Swift: Sarebbe stato bello suonare insieme a Glastonbury per il 50esimo anniversario.

McCartney: Sarebbe stato bellissimo. E ti avrei chiesto di suonare insieme.

Swift: Davvero, mi avresti invitata? Ci speravo! Anch’io te lo volevo chiedere.

McCartney: Sì, io avrei voluto suonare Shake It Off.

Swift: Oddio, sarebbe stato fantastico!

McCartney: La so suonare, è in do.

Swift: La gioia con cui fai il tuo lavoro è uno degli aspetti di te che più mi affascinano. Quando suoni uno strumento e fai musica trasudi un senso di gioia pura, e secondo me è bellissimo.

McCartney: Beh, siamo molto fortunati, non credi?

Swift: Assolutamente sì.

McCartney: Non so se capita anche a te, ma a volte mi fermo a pensare e quasi stento a crederci che sono diventato un musicista.

Swift: Sì, a volte anch’io non ci riesco a credere di essere una cantante.

McCartney: Devo troppo raccontarti una storia che ho raccontato a Mary qualche giorno fa. È uno degli aneddoti coi Beatles che preferisco. Eravamo a Londra e dovevamo tornare a Liverpool, ma c’era una tormenta di neve assurda. Visto che lavoravamo a Londra, stavamo ritornando a Liverpool con il nostro pulmino, noi quattro e il nostro roadie, che stava guidando. Ma nevicava talmente tanto che non si vedeva la strada. A un certo punto finimmo fuori strada e scivolammo giù per una scarpata. Ci mettemmo tutti a gridare. Fortunatamente il pulmino non si ribaltò. Quindi ci ritrovammo lì a guardarci negli occhi e a dirci: «E ora, come facciamo a riportarlo in strada? Siamo bloccati in un furgone, fuori nevica… è impossibile». Ci mettemmo in cerchio e iniziammo a pensare a cosa fare. E uno di noi disse: «Beh, qualcosa succederà». E ho pensato che fosse la risposta perfetta. È bellissima, è una filosofia di vita.

Swift: «Qualcosa succederà».

McCartney: Ed è andata così. Risalimmo la scarpata, alzammo un pollice e ci facemmo caricare da un camionista. E Mal, il nostro roadie, recuperò il pulmino. La nostra carriera è andata più o meno così. E credo che sia una metafora di come sono finito a essere un musicista e un compositore: «Qualcosa succederà».

Swift: Troppo bello…

McCartney: È una frase stupida ma se ci pensi bene è geniale. Ed è la risposta perfetta quando sei in preda al panico e ti chiedi: «Oddio, e ora che faccio?».

Swift: «Qualcosa succederà».

McCartney: Grazie per questa chiacchierata, mi sono divertito un sacco.

Swift: Sei il migliore. È stato bellissimo. Queste sì che sono storie da ascoltare!

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.