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Musica classica suonata dalle macchine: intervista ai Justice

In attesa dei live del prossimo marzo, siamo andati a Parigi a mangiare un croissant con il duo electro francese, che spiegano così il rifiuto di featuring famosi: «Mai incontrare i propri idoli»

I Justice a Parigi fotografati per Rolling da Fabien Breuil

I Justice a Parigi fotografati per Rolling da Fabien Breuil

All’ultimo piano della Brasserie Barbès, un palazzotto a due passi dal caos della Gare du Nord, i Justice stanno cercando di fare colazione e shooting fotografico allo stesso tempo. La sfida più grande, quindi, è quella di riuscire a posare nelle foto senza farsi ricoprire dalle briciole dei croissant.

Rispettivamente, uno per Gaspard e quattro per Xavier, al quale chiedo incuriosito quanti ne può mangiare senza finire all’ospedale. «Non saprei, ne vuoi uno?». Sento una specie di sollievo: Gaspard Augé e Xavier de Rosnay sono esattamente come li ho sempre visti. Due nerd metallari con il pallino per l’elettronica, ingestibili sopra un palco, ma dolcissimi fuori. So bene che la fama di Gaspard non lo dipinge come uno chiacchierone, perciò decido subito di approcciare il più taciturno dei due scroccandogli una Camel Light e di parlare in francese per tutta l’intervista. Quel giorno esce il disco di Mr. Oizo, che, oltre a produrre per la stessa Ed Banger Records dei Justice, è anche loro caro amico. «Ormai è tutto preso dalla sua carriera da regista», mi dice Gaspard parlando di Oizo. «Però è l’ultimo punk rimasto nell’elettronica». Ma anche loro due non scherzano. Il nuovo Woman è solo il punto di arrivo di una corsa iniziata nel 2007 con la violenza inaudita di (pronunciato “cross”, come la croce cristiana che fa da simbolo del duo). Un misto di elettronica, metal e musica barocca, che col tempo si è ingentilito mutando nel prog rock di Audio, Video, Disco e poi con la disco music del neonato Woman. «Musica classica suonata dalle macchine», riassume Xavier in cinque parole l’essenza dei Justice. «Solo che molto spesso queste macchine ricevono troppe informazioni e vanno in overload, distorcono». Come se Domenico Scarlatti riuscisse a piazzare il suo clavicembalo su una macchina del tempo e arrivare nel futuro, magari dentro lo studio parigino dei Daft Punk, che dei Justice sono stati sicuramente i mentori. «Se qui però ci fosse un vero esperto di musica classica credo che si metterebbe le mani nei capelli», conclude Xavier, cinque minuti dopo aver rischiato di perdere gli arti inferiori sotto un autobus.

Fabien, il fotografo, li ha convinti a scendere in strada e piazzarsi su un’isola spartitraffico per scattare alcune foto. Qualcuno da una macchina li riconosce. «La gente in giro ci ferma solo quando siamo in coppia». Mi incuriosisce molto capire come dev’essere nel quotidiano la loro vita. Voglio dire, se per loro girare per Parigi è quasi come per Totti che gira per Roma, forse travestirsi potrebbe essere una soluzione. «E come, da robot?», scoppia a ridere Xavier. «Non ce n’è mai stato bisogno. Spesso chi ti ferma è solo qualcuno che vuole farti un complimento, non abbiamo quasi mai avuto problemi quotidiani per via della fama e di certo non cerchiamo più guai». Di sicuro, a 34 e 37 anni, Xavier e Gaspard si sono dati una grossa calmata dai tempi di A Cross the Universe, il documentario diretto da Romain Gavras e So Me girato durante il tour in Nord America del 2008. Per dire, il film si conclude con Xavier che si taglia una mano dopo aver spaccato una bottiglia di vodka in testa a un tizio. L’ultimo frame è l’inquadratura di una macchina della polizia che porta via i Justice in manette.

Foto: Fabien Breuil

Foto: Fabien Breuil

Audio, Video, Disco, che rientra nei dischi che ho ascoltato di più in assoluto, è uscito nel 2011. Da allora, se escludiamo un album live di ordinaria amministrazione, i Justice si sono dati alla macchia. «Cinque anni passano in fretta, se tieni conto dell’anno di tournée per il secondo album e dell’anno e mezzo passato in studio per registrare il terzo, sono già due anni e mezzo che se ne vanno». Nel tempo che rimaneva, i due hanno approfittato per stare tranquilli a Parigi con gli amici e le famiglie che definiscono «allargate». Poi, il ritorno improvviso a luglio 2016. Sui forum online gira la voce che la Ed Banger abbia pubblicato in anticipo il primo singolo Safe And Sound per rimediare a un leak. «Non è stato propriamente così», ci tiene a precisare Xavier, anche detto dai fan “Il cinese” per via dei tratti vagamente orientali. «Il pezzo è venuto fuori per i fatti suoi. Volevamo farlo uscire d’estate per via del suo carattere solare e infatti Pedro (Busy P, il boss della Ed Banger, ndr) lo ha suonato in giro per tutto giugno». Nessuno però ha pensato che bastava caricare il video del live su YouTube e attivare Shazam (l’applicazione per smartphone che riconosce una canzone ascoltandola, ndr) per scoprire che i Justice avevano un nuovo pezzo. «Sembrava qualcosa di orchestrato», continua Xavier, «ma è stata una piccola falla nel sistema che non ha fatto né bene né male». Il titolo del nuovo Woman comincia subito a creare lo scompiglio fra intervistati e intervistatore. Conveniamo tutti sul fatto che sul pianeta Terra la maggior parte degli esseri umani sia femmina, ma sono le proporzioni fra i due sessi a dividerci. Io sostengo che sia un uomo a cinque donne. «In Italia, magari!», ride Xavier. «Forse se sei un dandy celibe che vive a New York», rincara la dose Gaspard. Più tardi poi mi sono informato. Ammetto che la mia proporzione fosse un po’ troppo utopica, infatti gli uomini sono molti di più (purtroppo). Woman tuttavia non è da considerarsi un concept album, tantomeno con risvolti demografici, perché la donna è un concetto troppo vasto per costruirci un disco sopra. Allora da cosa deriva il nome? «La giustizia è donna», risponde Xavier, lasciandomi sorpreso, «e pure bella. Non la rappresentano di certo con un barbaro armato di mazza ferrata. N’est-ce pas?».

Se Cross cavalcava la febbre da electro di metà anni ’00 e Audio, Video, Disco era un omaggio a Led Zeppelin e Jethro Tull, questo ultimo Woman sembra in tutto e per tutto una lettera d’amore alla disco music. Un tripudio di archi e atmosfere cosmiche che convivono in armonia con l’indole caciarona dei Justice. «Non siamo partiti con l’idea di fare un album disco music. Quello che però ci piace della disco è l’unione fra una musica elettronica molto bianca e positiva e invece qualcosa di più nero, di più drammatico, con i corni. Se la mettiamo in questi termini, allora puoi chiamarla disco». La componente sci-fi, la perenne atmosfera siderale che strizza l’occhiolino al Kubrick di 2001 Odissea nello Spazio, rende ancora una volta un album dei Justice una trappola per nerd. In Fire, una traccia tipicamente Justice con tanto di Clavinet (il basso in Superstition di Stevie Wonder, per capirci), Xavier e Gaspard hanno persino piazzato un assolo di chitarra, altra cosa molto nerd. «Gli assoli non se ne sono mai andati dalla musica», dice Gaspard. «Dalla musica pop, magari, ma non da quella che ascoltiamo noi». Non solo, gli assoli nei loro pezzi non si sporcano mai di virtuosismi da Guitar Hero, ma offrono sempre gusto, più che sfoggio insensato di testosterone. Per quello c’è il live. Xavier ancora non sa o non si vuole sbilanciare su come sarà visivamente il palco nel prossimo tour mondiale che dovrebbe iniziare a marzo 2017.

Su una cosa sono sicuri al 100%: i Justice rimangono e rimarranno un duo elettronico. Per cui, strumenti, cori e orchestre, in studio; synth, cassa dritta, sequencer e apparecchiature elettroniche varie, dal vivo. Magari, con alle spalle il tipico muro di amplificatori Marshall. «Per noi il live è soprattutto una scusa per maltrattare i pezzi, per vendicarci di tutte le fatiche che ci hanno fatto passare in studio di registrazione» confida Xavier. «Siamo in due sul palco, quindi dobbiamo trovare il modo più semplice per incasinare la versione del brano a cui tutti sono abituati.» Ecco, ma questa aria da parigini sempre cool avrà pure qualche scheletro nell’armadio. Alla lunga, a forza di risposte perfette, viene quasi voglia di metterli in difficoltà, almeno per un attimo. Un buon inizio per esempio sarebbe chiedere qual è il disco più imbarazzante che hanno su iTunes. Perché tutti ne hanno uno, nessuno escluso. «Non esistono dischi imbarazzanti», mette le mani avanti Gaspard. Il baffuto con gli occhiali a goccia sta preparando il terreno per poter sfoderare i Rondò Veneziano senza doversi vergognare. Alla fine a imbarazzarmi sono io, perché non metterei mai i Rondò nella categoria dei dischi imbarazzanti. Forse addirittura in quelli che ho fatto ascoltare a una ragazza per fare colpo alle superiori, ottenendo ovviamente l’effetto opposto.

«Al liceo avevo una cover band dei Guns N’ Roses», confida Xavier scoppiando a ridere. Era uno dei quattro chitarristi, ma all’occorrenza suonava il basso. Gaspard invece pare che all’epoca pestasse duro su una batteria, cosa che, sommata al mio livello minimamente passabile di tastierista, potrebbe essere l’inizio di qualcosa. Come nome della neonata band propongo “The Riccardo Cocciantes”, influenzato dall’acconciatura boccoluta del batterista. Alla fine scegliamo il “The Ray Bans” proposto da Xavier, che calza sicuramente meglio visto che due terzi del gruppo ne indossa un paio. Come terza opzione c’era “The Randys”, come il Randy che dà il titolo al secondo singolo, uno dei tanti featuring nel disco. Sembra solo strano che siano i Justice a non essere mai apparsi sull’album di qualcun altro, come per esempio i Daft Punk con The Weeknd nella nuova hit Starboy. «Ce l’hanno proposto in passato e in un paio di casi abbiamo accettato. Non è mai finita bene, forse perché non siamo molto entusiasti all’idea». Ok, ma se Stevie Wonder dovesse alzare la cornetta per chiamarti e chiederti di apparire sul suo disco… «No», mi interrompe Xavier a metà domanda, «non bisogna mai fare i featuring con gente del passato, nemmeno con i più grandi.» Quando chiedo spiegazioni, Gaspard con un filo di voce si fa scappare una frase a cui ho ripensato parecchio sull’aereo di ritorno: «Mai incontrare i propri idoli.» Eppure io oggi l’ho fatto e, a dirla tutta, come neo-tastierista dei Ray Bans non mi posso proprio lamentare.

Questa intervista è stata pubblicata su Rolling Stone di novembre.
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