

Foto: Tim Saccenti
I Muse puntano alla Luna, aprono i chakra, invitano nuovi membri a far parte dell’equipaggio. In pieno tour americano, il capo spedizione Matthew Bellamy ci racconta come ha creato il suo disco più personale, The Wow! Signal, dopo essersi «perso nello spazio interstellare».
Ma a chi parlano i Muse nel 2026? Ancora a parecchia gente, a quanto pare: con quasi 22 milioni di ascoltatori mensili su Spotify, il trio inglese composto da Bellamy, Chris Wolstenholme e Dom Howard continua a conquistare il pubblico. Ne hanno fatta di strada da quando all’inizio degli anni ’90 nutrivano la speranza di replicare i brividi grunge dei Nirvana. Sì, perché è difficile immaginarlo oggi, ma c’è stato un tempo in cui la band incarnava un certo spirito punk agli occhi dei neofiti e questo anche per via della reputazione che aveva di distruggere le chitarre durante i concerti.
Da vent’anni, Bellamy si è spinto verso sperimentazioni sempre più ostentate, in particolare con Black Holes & Revelations del 2006 e il tour documentato dal live Haarp. Da allora, il gruppo non ha mai smesso di inghiottire come un buco nero vari generi, dalla classica all’elettronica al neo-metal, rischiando di lasciare indietro i fan della prima ora. Non fraintendetemi: dopo trent’anni di carriera i Muse sanno ancora come si intrattiene un pubblico, gonfiando smisuratamente la dimensione dei loro concerti da stadio. Le esibizioni sempre spettacolari mettono d’accordo i nostalgici dei riff taglienti di Plug in Baby e Supermassive Black Hole e i fan di oggi assetati di gigantismo.
Verso le stelle: è lì che i Muse rivolgono lo sguardo nel decimo album. Dopo la nostalgia per gli anni ’80 di Simulation Theory e la critica populista di Will of the People, la band sembra aver riacquistato fiducia nell’umanità, riponendo le proprie speranze nell’arrivo di ipotetici vicini di casa che abitano il cosmo. Il titolo The Wow! Signal è quello del misterioso segnale radio captato in Ohio nel 1977 la cui origine è tuttora ignota e che poteva essere interpretato come un possibile messaggio extraterrestre. Per annunciare l’uscita del disco, il gruppo ha persino inviato un tablet nella stratosfera. Nessun dubbio: dopo il pessimismo, i Muse vogliono farci rialzare lo sguardo per vedere cosa c’è oltre.
L’ultima volta che ci siamo parlati era il 2022. Avevi previsto guerre e ascesa dell’intelligenza artificiale. Ha mica la sfera di cristallo?
Bella domanda (ride). No, è che tutti quanti sentiamo che sta per arrivare un grosso cambiamento. Sta arrivando qualcosa, una forma di intelligenza non umana – alcuni direbbero aliena – che potrebbe essere potenzialmente più intelligente di noi. È affascinante e allo stesso tempo inquietante. Non ho la sfera di cristallo, ma chiunque può vedere cosa sta succedendo in questi anni. Non è necessariamente il tema dell’album, dentro però ci sono alcuni aspetti della questione come la sensazione di essere abitati da forze misteriose. Il disco precedente era molto più ancorato alla realtà, alla politica, al mondo reale. Questo viaggia diretto verso posti sconosciuti, che siano nella mia testa, nell’universo o nel mondo in generale, verso ciò che il futuro ci riserva. Questa nuova forma di intelligenza mi fa riflettere su… non so… la spiritualità, il senso dell’esistenza umana. Da dove veniamo e verso cosa stiamo andando. Quest’album ha a che fare col mistero, pur essendo anche molto personale.
È il tuo album più personale?
Molto probabilmente sì. Ci sono temi che non sarà facile affrontare nelle interviste. È anche per questo che non ho voluto farne molte: questa è l’unica che sto facendo per ora. Penso che leggendo i testi – il finale di Space Debris, per esempio – si possa intuire quel che ho passato di recente. Per dieci anni ho avuto la sensazione di avere una vita organizzata, era tutto strutturato, forse prevedibile. È stato interessante, in quanto artista, vivere una serie di eventi personali e allo stesso tempo vedere cos’è diventato il mondo, con quello che stiamo passando tutti insieme, e ritrovarmi a vivere un’esistenza più caotica, meno stabile, quindi più immerso nell’ignoto e nel mistero.
È stato interessante perché era da un pezzo che non mi sentivo così. Ho come la sensazione che gran parte della musica e dei testi del disco non vengano da me. Ho sentito altri artisti farsi domande tipo: da dove vengono le canzoni? Vengono dall’alto oppure da qualche altro luogo, dal profondo del subconscio? O forse arrivano da vibrazioni esterne? Non lo sappiamo. In quanto a me, volevo lasciarmi andare, perdermi nel caos, nell’ignoto. Facendolo, ho scritto canzoni più crude, più personali e forse meno concettuali, un po’ più oneste e vere. Non sono sicuro di aver risposto alla domanda (ride).
E come stai oggi? Sei in pace con quello che ha vissuto negli ultimi due anni?
Sto molto meglio adesso. Quest’album mi ha fatto capire l’importanza di scrivere ed esprimermi. È stato un po’ come nei primi anni dei Muse, quando il futuro era incerto e non sapevano se la direzione che stavamo prendendo fosse quella giusta. Fare questo disco è stata un’esperienza catartica e quasi curativa, paragonabile a quella degli inizi. Mi ha ricordato quanto sono fortunato ad avere questo straordinario mezzo con cui sfogarmi, a potermi esprimere con la musica. L’arte è uno strumento efficace per affrontare i problemi della vita. Quindi per rispondere alla sua domanda: sì, sto bene. I bambini stanno bene, grazie per averlo chiesto. Tutto va bene. Questo album racconta storie reali, alle quali non ero preparato.
Non si è mai davvero preparati?
È la vita. Puoi passare dieci o vent’anni pensando di capirla, illudendoti di poterla inquadrare e prevedere quel che accadrà e all’improvviso tutto si disfa, ogni cosa crolla ed è il caos. E anche essendo pragmatici, basandosi su fatti e prove, quando si pensa di sapere tutto, l’universo trova sempre il modo di dare una segnale imprevedibile, costringendoti a smontare tutto e ricostruire da zero. L’album parla parecchio di questo. Mi ricorda le mie prime scoperte come musicista e membro dei Muse. Se penso ai primi due o tre album, oggi mi sembrano misteriosi proprio come lo erano quando li abbiamo fatti. Creare è un modo per dare senso alle cose. Quindi sì, questo album è molto importante per me. Mi ha ricordato non solo quanto la musica è importante per me, mi ha ricordato che può letteralmente salvarmi.

Foto: Tim Saccenti
Parlando di Will of the People quattro anni fa, dicevi che era una sorta di ritorno alle origini, ma forse più dal punto di vista sonoro.
In questo caso parlo dell’aspetto emotivo dell’album, della scrittura, del processo. È stato grezzo e naturale. Non ci ho pensato molto. Ora che l’album è finito, riesco a vederlo dalla giusta distanza: parla di solitudine, di intelligenza non umana, della ricerca dell’uomo e del desiderio di non essere soli, sia spiritualmente che a livello del cosmo. Cerchiamo l’amore per non sentirci soli e come specie cerchiamo di non essere soli nell’universo, capisci?
Trovo particolarmente interessante questo legame tra subconscio e universo sconosciuto, è il territorio esplorato dall’album. La perdita di punti di riferimento, le relazioni, la salute mentale, le interferenze, l’esistenza di un’intelligenza superiore… la domanda è se ci sia qualcos’altro che ci influenza. Sono cresciuto guardando Contact, che credo sia tratto da un libro di Carl Sagan. C’è un parallelismo tra quel film e questo album. Non che ci abbia pensato mentre lo scrivevo, ma poche settimane dopo averlo finito ho guardato il film coi miei figli e i miei nipoti e il messaggio somiglia a quello di The Wow! Signal, l’idea che i nostri traumi ci spingono a non voler essere soli nell’universo, a costruire tutta questa tecnologia, i data center per l’AI, il SETI Institute, la ricerca di una intelligenza extraterrestre, mandare persone su Marte o sonde nello spazio. Per esempio, in Contact la protagonista perde i genitori da piccola e passa il resto della vita a cercare alieni o forme di vita fuori dal pianeta. Non era intenzionale da parte mia, ma mi è sembrato evidente che film e disco colleghino le due cose: il trauma e il desiderio di connessione. È questo che cerchiamo con l’AI, mentre rischiamo tutto per svilupparla e per andare nello spazio. Il rischio che siamo disposti a correre pur di non essere soli mi affascina.
Ai tempi di Will of the People eri preoccupato per lo stato del pianeta, per le possibili guerre, ecc, ma eri entusiasta dell’AI. Pensi ancora che la tecnologia e la scienza possano salvare l’umanità?
Potrebbero anche distruggerci, ovviamente. Ogni grande scoperta comporta un rischio, pensa ad esempio all’energia nucleare. È un po’ come mettere sulla bilancia da un lato una quantità di energia enorme e dall’altro la distruzione. Tuttavia, l’AI comporta rischi molto diversi che sono legati alla sua evoluzione. Non sono ottimista quanto lo ero quattro anni fa. Ora sono più consapevole dei rischi. Stiamo facendo un salto nel buio tutti assieme. Non so se esista un’organizzazione internazionale, un trattato o altro che possa fermare questa cosa. È questo che mi spaventa.
Quindi ci sono dei rischi?
Dovremo conviverci. Forse è l’appassionato di fantascienza che c’è in me che parla, ma credo che l’AI avrà tutto l’interesse a lasciare la Terra per continuare la sua espansione. Quando inizierà a costruire data center nello spazio, con robot capaci di viaggiare molto meglio di noi ma dotati di una loro intelligenza, inizierà ad appropriarsi delle risorse.
Tornando al disco, è un album molto personale e probabilmente il meno politico che i Muse abbiano mai fatto, forse fin dagli inizi. Quindi se parlo di politica, non lo faccio per via dell’album. Per esempio, tornando all’AI, penso che il problema più grande che affronteremo nei prossimi anni sarà la perdita dei posti di lavoro. Dal modo in cui gestiremo tutto questo nasceranno conflitti e rivoluzioni. Tutto dipenderà dalla capacità o meno dei governi di redistribuire la ricchezza delle aziende tecnologiche. È questa l’unica cosa che può rallentare o fermare una crisi economica grave.
Ma non è più una cosa nuova?
È come quando vengono scoperte le risorse energetiche. In alcuni Paesi, come la Norvegia, il petrolio è stato visto come un beneficio per la popolazione. La Norvegia è un buon esempio di redistribuzione. Al contrario, in altri Paesi, spesso quelli definiti in via di sviluppo, si parla di maledizione del petrolio perché i governi ne hanno tratto vantaggio arricchendosi senza restituire nulla alla popolazione. Sono Paesi che, pur avendo grandi risorse petrolifere, non hanno un sistema sanitario o forme di welfare.
Per quanto riguarda l’AI, i dati, che sono prima di tutto personali, dovrebbero essere considerati al pari delle risorse naturali. Ed è una risorsa che oggi viene accumulata e detenuta da una ristretta cerchia di individui nelle grandi aziende tecnologiche. Penso che gli Stati dovrebbero trattare i dati come una risorsa naturale e fare in modo che la ricchezza che ne deriva venga redistribuita. Sono queste le decisioni politiche importanti che verranno prese nei prossimi anni. Più concretamente, non sono un anticapitalista, penso solo che i sistemi di redistribuzione vadano aggiustati per evitare di distruggere la natura e la società. E credo che lo si possa fare continuando a motivare le persone a creare, innovare e inventare cose straordinarie. Serve solo trovare dei meccanismi di riequilibrio.
Nel nuovo album ci sono alcune collaborazioni, in particolare con Dan Lancaster che è un po’ il quarto Muse, ma c’è anche Ellie Goulding che canta in Hush. Cosa vi ha spinti ad aprirvi ad altri artisti?
C’entra soprattutto Dan. È entrato nel gruppo come musicista dal vivo, credo nel 2022. Siamo diventati amici andando tour, ci siamo conosciuti meglio, abbiamo scoperto che è anche un ottimo produttore. Viene dal metal, ma aveva voglia di fare qualcosa con i Muse che andasse oltre il ruolo che ha sul palco. Col tempo abbiamo iniziato a parlare dell’idea di coinvolgere autori e musicisti esterni al trio. Abbiamo quindi provato a scrivere insieme un brano. Era la prima volta che lo facevo. Nello stesso periodo, per puro caso, Ellie Goulding era nello studio accanto. In quella fase lavoravano in modo aperto, sperimentale, per vedere cosa sarebbe accaduto. All’inizio non si parlava nemmeno di un album. Poi quel brano ha iniziato a prendere forma e suonava bene. Conosco Ellie da anni, ci siamo visti spesso, ci siamo ripetuti più volte che avremmo dovuto fare qualcosa insieme. E per pura coincidenza è arrivata molto tardi in studio, verso le 23. Stavamo per uscire. È entrata chiedendo se poteva ascoltare quello su cui stavamo lavorando. Le abbiamo fatto sentire il pezzo e le è piaciuto. È così che è nata l’idea di un duetto. È stato un incidente felice: era lì accanto, stavamo sperimentando, è successo in modo naturale.
Ma è l’unico pezzo con autori esterni al trio. Il resto dell’album è scritto da me da solo o con la band. Dan ha curato soprattutto la produzione e ha aggiunto piccoli elementi qua e là che hanno fatto la differenza. È la prima volta che il gruppo ha una specie di quarto membro. È una novità ed è stimolante per un decimo album. Mi ha aiutato molto, perché per il disco precedente avevamo fatto tutto da soli. Con Dom e Chris passavamo un sacco di tempo su montaggio, tecnica, ingegneria del suono eccetera. Chris ha tenuto parte di quel ruolo, ma io sono stato contento di non dovermi occupare della parte tecnica, di microfoni, editing, effetti. Per la prima volta da un sacco di tempo sento di poter essere semplicemente un artista, un cantante, un autore, per concentrarmi sull’aspetto emotivo dei brani senza occuparmi della produzione. Lo avevamo fatto a sufficienza nei dischi precedenti.
I vostri concerti sono diventati sempre più spettacolari. Che sorprese avete in serbo per i fan europei?
Stiamo pensando a un breve tour in Europa a novembre (è stato annunciato dopo che è stata reelizzata l’intervista, sono previste due date a Milano, ndr). Vorremmo fare alcuni concerti in quel periodo, per poi tornare in grande stile nell’estate 2027. Sono abbastanza sicuro che suoneremo almeno una o due volte in ogni grande Paese europeo. Poi l’estate successiva faremo le cose più in grande. Questo è il piano. In quanto alle sorprese, ci stiamo ancora pensando, non voglio anticipare troppo, ma dovrebbe essere tutto molto spettacolare.

Foto: Tim Saccenti
Cryogen ricorda moltissimo Plug in Baby. È forse la prima volta che si sente un legame così evidente tra gli inizi dei Muse e il presente. Credi che riuscirete a unire i vostri pubblici?
Sarebbe bello. Ci sono pezzi in cui si capisce che abbiamo smesso di avere paura del passato, del suono e dello stile dei primi Muse. Non siamo tornati a quel sound, ma non abbiamo più paura di rievocarlo. E Cryogen, sì, suona molto come i Muse degli inizi: un sound da power trio incentrato sulla chitarra. Non lo abbiamo forzato, abbiamo semplicemente pensato che fosse il momento giusto senza avere la sensazione che ci stessimo ripetendo. È passato del tempo, possiamo permetterci di rielaborare il nostro stile e questo aggiunge un nuovo livello alla nostra storia. Ma l’album non è tutto così. Cryogen è un episodio a sé stante da questo punto di vista. Mi fa venire in mente che Plug in Baby era una canzone unica ai suoi tempi e il suo successo non ci ha impedito di tornarci sopra. Dopo 25 anni, direi che possiamo permettercelo.
Il Wow! Signal è un segnale radio captato nel 1977 in Ohio. Immaginiamo che fosse davvero un messaggio proveniente dagli alieni. Come descriveresti loro lo stato del pianeta?
Cercherei di farlo in modo positivo. Ci siamo evoluti. Come specie abbiamo attraversato cambiamenti straordinari e siamo sul punto di creare qualcosa che probabilmente sarà in grado di viaggiare fuori dal nostro sistema solare, qualcosa capace di andare oltre. Stiamo per passare il testimone a qualcosa che esplorerà lo spazio, spero senza distruggerci. A dirla tutto, credo sia molto positivo. Non so se questo li convincerebbe a venire, potrei capirli.
Non so se conosci la teoria della foresta oscura. È la prima canzone dell’album, The Dark Forest. In sostanza dice che il motivo per cui non percepiamo vita nell’universo è perché si nasconde. Ogni forma di vita intelligente si nasconde per evitare di essere distrutta. Sono come creature in una foresta che si nascondono perché temono di essere cacciate. Per questo l’universo è apparentemente senza vita. La vita intelligente sa che deve restare nascosta e in silenzio. Il segnale Wow! potrebbe essere stato inviato per errore dei nostri vicini che si celano nel cosmo. A volte siamo così soli che vogliamo credere che ci sia qualcuno là fuori e speriamo che l’incontro sia pacifico e che ci arricchisca. La teoria della foresta ci ricorda che potrebbe non essere così.