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Mumford & Sons: «Liberi di non essere noi stessi»

In studio con tutta la band alle prese con il disco più sperimentale della carriera. «È un album senza confini», dicono. Ma, soprattutto, sincero

«Che cosa fanno i Mumford & Sons?», chiede il tastierista Ben Lovett. «È quello che stiamo cercando di capire. Spero solo che questo disco continui ad ampliare il senso di questa domanda».
Se nel loro ultimo album la band ha scambiato banjo e ritmiche acustiche per chitarre alt-rock e ritornelli dimensione arena, per il suo quarto disco, Delta (in uscita il 16 novembre), ha deciso di fare qualcosa di altrettanto radicale. Incoraggiati dal produttore Paul Epworth (Adele, Coldplay), hanno riportato in sala gli strumenti acustici, ma poi l’effettistica di Epworth hareso tutto irriconoscibile.

Delta incorpora nel suo suono influenze elettroniche, rap, jazz, e territori sonori raramente battuti da chitarristi col panciotto. «Ci siamo sentiti più liberi, perché tornavamo
ai nostri strumenti acustici», spiega il chitarrista Winston Marshall. «Musicalmente è un disco senza confini». Le registrazioni sono iniziate con quelle che i Mumford definiscono scherzosamente «un paio di dating session», in cui insieme al produttore hanno lavorato alle prime idee. Il gruppo, poi, voleva a tutti i costi portare in studio lo spirito che sentono sul palco. Durante le incisioni hanno lavorato e suonato duramente. Marcus Mumford, la prima voce, sogghigna descrivendo le nottate dove invitavano amici a suonare, «fumare un po’ e prendersi bene».

Nonostante l’amore ritrovato per lo studio d’incisione, la band ha grandi ambizioni anche per gli spettacoli dal vivo. Un tour mondiale di più
di 60 date è già programmato per il prossimo anno. «Lo show sarà grandioso», dice Lovett. «Nessuno ha mai fatto qualcosa del genere». Tradizionalmente
i concerti dei Mumford sono occasioni gioiose. Delta, però, parla di quelle che Lovett chiama le “quattro D”: death, divorce, drugs and depression (morte, divorzio, droga e depressione), sempre più presenti nelle loro vite. «È il nostro album emo!», scherza Marshall, ma Mumford è più serio. «Ci sentiamo tutti più vicini alla morte e alla nascita, due cose che mi sembrano ancora assurde. La maggior parte delle canzoni a rontano temi del genere. Ma dobbiamo essere onesti: canteremo queste canzoni per sempre, e se non sono vere non serve a nulla».

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