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Motta racconta ‘La musica è finita’ canzone per canzone

L’autoanalisi e l’esplorazione, le chitarre e la scoperta di Labrinth, il ballo del Joker e il mondo che fa paura. Il racconto di un album diviso in due, con in mezzo l’intervallo

Foto: Pepsy Romanoff

Parlando con Motta del suo nuovo disco La musica è finita, in uscita venerdì, si percepisce che è emozionato. In questi giorni il cantautore toscano è impegnato nelle prove con la band che lo accompagnerà nel tour al via il 27 ottobre. «La line-up è cambiata e provare con la nuova formazione mi sta piacendo tantissimo, è stimolante. Per dirne una, con l’arrivo di Whitemary (synth, elettronica) e Davide (Savarese, batteria), io e Giorgio (Maria Condemi, chitarre) abbiamo sentito l’esigenza di riascoltare La fine dei vent’anni, il disco, e lì ci siamo resi conto di varie cose, tra cui che nella versione dal vivo di Del tempo che passa la felicità, canzone che si struttura su un giro di chitarra classica, quest’ultimo era sparito. Perché? Insomma, sarà banale, ma conta molto darsi nuovi input, ti consente di abbracciare uno sguardo diverso. Un po’ come quando torni da un viaggio e ciò che ritrovi viene filtrato attraverso le nuove esperienze che hai vissuto».

Al quarto capitolo della sua carriera, in tutte le date live il musicista due volte Targa Tenco ospiterà i volontari di Emergency: «Sarò sempre dalla parte di chi sostiene la diffusione di una cultura di pace». Per La musica è finita ha voluto accanto a sé un nuovo manager, l’ex Velvet Pierluigi Ferrantini, e per la prima volta al suo fianco alla produzione Tommaso Colliva. Il risultato è un album che racchiude i diversi mondi sonori che il 37enne ha saputo forgiare fino ad oggi: il suo lato più romantico e quello più rock, i ritmi incalzanti e il calore delle chitarre, gli arrangiamenti orchestrali e gli inserti elettronici. Qui sotto il suo racconto di questi 10 nuovi brani.

Anime perse

«Come capita spesso con i dischi, anche in questo ci sono canzoni che sono state i primi esperimenti, quelli con cui provi a capire che tipo di suono vuoi creare e che proprio per questo risultano sia musicalmente, sia a livello testuale, i più coraggiosi. Da questo punto di vista Anime perse è una traccia fondamentale: è stato uno dei primi pezzi a cui ho lavorato e non avevo idea di che disco mi stavo apprestando a fare, eppure è stato uno dei brani più a fuoco fin da subito. Non me ne sono accorto immediatamente, ma ricordo che a un certo punto mi sono detto: ecco, questo è il suono del disco. Un po’ c’entra la colonna sonora della serie Euphoria a opera di Labrinth, in cui elettronica e altri tipi di strumenti suonati si fondono con eleganza. Quando ho iniziato a suonare, quasi 20 anni fa, era come se i musicisti in Italia dovessero scegliere da che parte stare, se da quella delle chitarre o da quella dei synth. Per cui nella mia testa il mondo dell’elettronica e quello del suonato erano distinti, tant’è che non mi sono mai fatto troppe seghe mentali nell’approcciarmi a strumenti che non sapevo suonare, figuriamoci che di recente ho seguito un corso di tablas, mentre con l’elettronica è andata diversamente: ne ero talmente attratto che mi impauriva. E questo nonostante mi piacciano da matti gruppi come i Radiohead e i Depeche Mode. La svolta definitiva è avvenuta con Quando guardiamo una rosa, l’ultima traccia di Semplice che ho scritto e quella che, senza che lo sapessi, ha aperto la via a La musica è finita, su cui ha poi avuto un forte impatto, appunto, la scoperta di Labrinth».

«Tornando ad Anime perse, qui oltre al contributo di Tommaso Colliva, è stato essenziale quello di Iacopo Sinigaglia, che co-firma la musica, e di Danno del Colle der Fomento, che ha scritto con me il testo: per trovare un punto d’incontro abbiamo adottato un punto di vista terzo in cui unire le rispettive visioni, il che mi ha permesso di mettermi nei panni di un narratore esterno per parlare di un rapporto tossico. Non mancano riferimenti autobiografici, ma li ho ben mascherati: chi siano quelle due persone lo so solo io, ciò che conta è che canto da una prospettiva quasi distaccata rispetto alla storia che racconto».

Per non pensarci più

«È incredibile come si passi la vita a crescere per poi ritornare a essere bambini. Questa traccia ne è una dimostrazione, perché parte da un ritmo che per me, al di là delle influenze che ciascuno vorrà scorgervi, è un ritorno al sound della mia vecchia band, i Criminal Jokers. Anzi, non è nemmeno tanto un discorso di sound, ma di approccio. Quando mi ci sono messo c’era ancora la pandemia e per chiudere il disco mi mancavano dei testi, tra cui questo. Se devo essere sincero, ero disperato. Mi trovavo a Roma, non potevo andare a Milano da Tommy (Colliva, nda), così ricordo di aver chiesto a Emma Nolde di venire da me in studio per registrare delle voci e lì… Beh, lì si sente che non ce la facevo più, che volevo uscire di casa. Diciamo che quando fatico a trovare le parole per una canzone, l’unica è concentrarmi su quello che sto provando in quel preciso istante ed è quanto è avvenuto con Per non pensarci più: me ne sono fregato dell’autoreferenzialità del cantautore che parla di sé e del proprio mestiere, e ho messo nero su bianco ciò che sentivo dentro di me, anche con ironia. O forse con leggerezza, sebbene “sì, stiamo bene, una favola” sia una delle cose più pesanti che abbia mai scritto. In ogni caso alla base di tutto c’è una lucida autoanalisi, perché, benché per gli altri sia difficile capirlo, per me è davvero molto faticoso scrivere canzoni».

Titoli di coda (con Willie Peyote)

«Questo è un pezzo nato da un’amicizia. Perché Guglielmo (Willie Peyote, nda) è veramente un mio amico, abbiamo trascorso un sacco di nottate insieme. In quel periodo lui che è di Torino veniva spesso a Roma, così una volta ci siamo trovati nel mio studio e ci siamo detti: vediamo che succede. È stato divertente, ma è stato anche un bel modo di distaccarmi da me stesso, dalla mia scrittura. Mi era già capitato scrivendo con Brunori o con Pacifico, ma un conto è scrivere un pezzo con un’altra persona, un altro è cantare con un’altra persona. Per questo sono contento di avere inserito dei featuring nell’album, non avevo mai voluto perché convinto, anche per inerzia e per come sono fatto io, di poter trovare la mia strada evitando le cose che fanno tutti, ma a un certo punto ho compreso che se ci sono persone che stimo e a cui voglio bene, perché no? E qui, come nel featuring con Ginevra, sono arrivato persino a pensare che, fosse stato per me, avrei fatto cantare tutto all’altro. Capito? Per quanto non mi sopportavo più!».

«A parte questo, Titoli di coda era la traccia giusta da condividere con Willie perché, nonostante veniamo da mondi musicali apparentemente diversi, entrambi, nel bene e nel male, ci prendiamo molto sul serio, e cantare questa cosa insieme ci ha come de-responsabilizzati a livello individuale facendoci vedere il lato ironico di questo nostro modo di essere. La strumentale è nata prima: avevo mandato a Gu un po’ di idee musicali, lui ha scelto quella su cui poi abbiamo lavorato e già mentre era in treno ha scritto il verso su Roma. Ed è sempre affascinante parlare di Roma da non romani, mi diverte, perché ormai Roma è la città dove ho vissuto per più tempo, ma per quanto provi a costruirmi delle radici – sarà anche per l’accento toscano che non mi va via – non sono credibile».

Alice (con Giovanni Truppi)

«Innanzitutto diamo un nome e un cognome ad Alice: Alice è Alice Motta, nonché mia sorella. Non è la prima volta in cui parlo della mia famiglia in una canzone. Anche per esprimere una mancanza che provo, probabilmente: perché sto in una città che non è la mia, perché quando te ne vai e poi ti ritrovi ad aumentare gli appuntamenti con l’analista questa cosa la vedi più lucidamente. E avevo già parlato di mia sorella in Mio padre era comunista. Ma questa volta ho voluto esplicitare il nome per inserire dei riferimenti più tangibili. Mi ci è voluto del coraggio, per come sono fatto: nel farlo ho sentito la stessa emozione e la stessa vergogna che avevo provato quando avevo accantonato l’inglese e iniziato a scrivere in italiano per La fine dei vent’anni. Perché c’erano delle frasi che avevo paura di pronunciare, tipo “mia madre era bellissima”. Una vertigine che avevo avvertito anche con Mi parli di te, traccia di Vivere o morire: anche lì c’era il timore di tirare in mezzo persone a me care. Una vertigine che non provavo da tanto. Oltre a questo, a proposito del featuring con Truppi vorrei condividere il fatto che a un certo punto mia madre ha scritto a Giovanni per ringraziarlo: ebbene sì, c’è stato uno scambio di mail tra di loro che incornicerò. Lui l’ho coinvolto perché ho pensato che servisse, sul finale, una sorta di chiarimento alla Giovanni Truppi. Il bello è che lo ha scritto in prima persona: avrebbe potuto buttarla sul noi, invece si è immedesimato, e questo mi ha emozionato».

Intervallo

«Dopo la prima parte dell’album, che per me è come se fosse la prima parte di un viaggio in cui esco, vado in esplorazione e scopro cose nuove, ho deciso di mettere questo intermezzo perché mi sono reso conto che i dischi che avevo in mano erano due: brevi, ma pur sempre due. Tra l’altro, questa cosa prima di me l’ha intuita Pepsy Romanoff, che ha concepito la copertina del disco divisa in due quando con l’album ero ancora in alto mare. Fatto sta che dopo Alice non poteva partire La musica è finita, lì si entra in un mondo un po’ diverso. Per cui ho deciso di infilarci in mezzo questo intervallo strumentale, che in sostanza è uno sfogo in musica – solo chitarra elettrica e programmazione elettronica – particolarmente liberatorio».

La musica è finita

«La frase “la musica è finita” racchiude il concept del disco. Di solito si parla di concept album in riferimento a quei lavori che trattano di un tema specifico, ma per me dovrebbero essere tutti dei concept album, nel senso che uno dovrebbe trovare sempre una sintesi, una frase che rispecchi il significato del disco che ha realizzato. Auspicabilmente una sintesi corretta: se avessi dato a La fine dei vent’anni il titolo Mio padre era comunista come volevo inizialmente, per esempio, sarebbe stato un errore. Ciò detto, il testo di questa title track l’ho scritto con Francesco Bianconi: la sua mano si sente in alcuni punti, vedi la “borghesia in estasi”; mi ha aiutato a distanziare le parole da me, a renderle meno autoreferenziali. Parliamo di una canzone sulla fine delle cose, scritta dalla prospettiva di uno che vuole cogliere quel preciso momento come un’occasione per ballare sul fuoco che brucia, per esorcizzare e ripartire daccapo. Quindi un ballo alla Joker, il film di Todd Phillips: nella scena in cui vedi Joaquin Phoenix/Joker scendere dalle scale e ballare sui gradini, non ti viene da giudicarlo pazzo, lo vedi come un uomo libero».

Scusa (con Jeremiah Fraites)

«Il primo contatto con Jeremiah Fraites è avvenuto quando i Lumineers, la sua band, hanno pubblicato una playlist in cui c’era anche la mia Ed è quasi come essere felice. Questa cosa mi ha riempito di gioia e gliel’ho fatto sapere, anche perché, se da una parte sono felice di essere rimasto a vivere in Italia, non posso negare che il mio sogno a 20 anni era di andarmene e che tutt’oggi nel parlare di musica continuo a trovarmi maggiormente in sintonia con artisti stranieri come Jeremiah o Mauro Refosco, che non a caso lavora con me come percussionista e c’è anche in questo album. Non è esterofilia; dipende tutto dai miei ascolti, dalla musica che mi ha formato da ragazzo. Poi, con il passare del tempo, mia madre e mio padre sono diventati più importanti di Lou Reed e Lucio Dalla è salito nella classifica dei miei maestri, ma certi ascolti, dai Radiohead ai Depeche Mode, mi hanno segnato».

«Quanto alla genesi di Scusa, Jeremiah stava a Torino, è venuto da me in studio, mi ha fatto sentire una musica che aveva composto e subito mi è venuta voglia di scriverci un testo. È stata una bella collaborazione: a un certo punto ci siamo trovati per i cori, ed eravamo io, lui, mia moglie Carolina, sua moglie Francesca, Iacopo Sinigaglia… Una festa! Questo, però, due anni e mezzo fa. Per riuscire a chiudere le liriche, ho dovuto aspettare e molto. “Scusa, il mondo fa paura”, recita un verso. Perché ciò che temo di più sono le cose che non dipendono da me, su cui so di non aver alcun controllo. Perché anche se ti impegni in qualcosa partendo da te stesso, ti rendi conto che la vita comunque ti dà delle sberle allucinanti. E allora che fare? Non si può certo vivere preparandosi alle sberle… Eh, è un casino (ride)».

Maledetta voglia di felicità (con Ginevra)

«Ginevra l’ho scoperta il giorno del concertone del Primo Maggio di quest’anno. Ero a casa di amici e a dire il vero ero distratto. Finché è arrivata sul palco lei e io, che stavo al cellulare, mi sono fermato. La conoscevo, ma non avevo approfondito. Mentre lì mi ha sorpreso, mi sembrava tutto a posto: i testi che cantava, la musica, la band al suo fianco. Ed è difficile che mi capitino certe folgorazioni, perché di concerti ne ho fatti e visti così tanti… Ad ogni modo, visto che sono in questa fase in cui, se trovo qualcosa che mi piace, mi ci butto a capofitto, la sera stessa ho chiesto a Pier, il mio manager, di sentire se era possibile farla venire in studio. E quando ci siamo trovati è stato pazzesco: in quello stesso giorno abbiamo scritto questa canzone, che è un duetto più che un featuring, in cui – e questa cosa è bellissima – le nostre voci si fondono con grande confidenza nonostante fosse la prima volta che ci vedevamo».

Se non avessi avuto te

«Questa canzone è nata a Ibiza nel febbraio 2021, nel meraviglioso studio di Costanza Francavilla, produttrice che utilizza l’elettronica in un modo che mi piace da morire, grande esperta di modulari che ha collaborato con Tricky e altri (in Italia ha co-prodotto l’ultimo album di Niccolò Fabi, nda). Da tempo è anche un’amica. La sessione è iniziata parlando di Labrinth e della sua colonna sonora di Euphoria: quel disco è stato fondamentale per questo album, mi ha scosso, ricordo che mentre guardavo la serie finivo spesso per perdere il filo perché la musica mi arrivava così forte che mi veniva da seguire solo quella. Dopo un po’ abbiamo iniziato a jammare, io mi sono messo al piano, mi è venuto questo giro mentre lei lavorava ai synth e via. Tra l’altro, non ho mai amato jammare, delle jam mi ha sempre fatto paura che possono non portare a niente. E con questo pezzo ho fatto pace con il pianoforte: una novità del prossimo tour è che suonerò anche questo strumento così bello, ma così difficile».

Quello che ancora non c’è

«Di questa canzone faccio fatica a parlare. Un po’ come mi era successo con Mi parli di te, sarà difficile farla dal vivo: già durante le prove, per non commuovermi, devo sforzarmi di pensare ad altro, agli arrangiamenti, alla chitarra. Forse è il mio pezzo preferito del disco ed è il motivo per cui continuo a fare questo mestiere».

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