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Motta: «Questo tour è una meravigliosa gita scolastica»

Domenica sarà al Magnolia, vicino a Milano, per una festa collettiva con Giancane, Emma Nolde, Bianco, Uochi Toki, Svegliaginevra. A poche settimane dalla fine della tournée, ci ha parlato dello spirito comunitario dei suoi concerti, del nuovo album e del perché senza vita sociale non c'è musica

Motta

Foto: Franco Rodi

«In tour non mi stanco assolutamente: suonare dal vivo è la cosa che mi piace di più nella vita, e mi era mancata tantissimo», esclama con entusiasmo Motta, a cui restano poche tappe prima di concludere la lunga tournée estiva che lo ha portato a suonare in tutta Italia.

Lo raggiungiamo al telefono mentre è in vacanza per qualche giorno: non aveva davvero bisogno di staccare, ci tiene a sottolineare, ma «appena mi sono fermato, ho subito ripreso a buttare giù nuove idee, cosa che on the road non sempre mi riesce. È paradossale che io debba andare in ferie per rimettermi all’opera (ride). Per come sono fatto, rincorro costantemente ciò che in quel momento non ho: quando sono in tour non vedo l’ora di fare un disco nuovo, e quando sto lavorando a un disco nuovo non vedo l’ora di andare in tour».

Le ferie non dureranno molto, comunque: domenica 4 settembre sarà di nuovo sul palco al Magnolia di Milano in una sorta di festa collettiva dell’agenzia di booking Locusta: in scena, oltre a lui, anche Giancane, Emma Nolde, Bianco, gli Uochi Toki e Svegliaginevra. «Gli artisti che si alterneranno sul palco con me fanno musica diversa, rispetto alla mia, ma abbiamo una concezione del live molto simile. Mi riempie di gioia poter condividere quest’esperienza con loro».

Avevi suonato anche l’estate scorsa, in una situazione pandemica totalmente diversa da quella di quest’anno. Com’è stato ripartire davvero?
La sensazione di essere ripartito davvero ce l’ho avuta soprattutto durante il tour nei club di qualche mese fa: l’energia era pazzesca, e sembrava davvero di essere tornati alla vita di prima. Quando i concerti erano possibili solo da seduti, vedere la gente che balla, si abbraccia e urla sotto al palco mi era mancato tantissimo. Avevamo talmente tanta voglia di suonare in giro – non facevo uno stop così lungo dai concerti da quando avevo 10 anni, credo – che abbiamo cercato di non farci troppo caso, ma ovviamente ci sono stati dei momenti in cui ne abbiamo sofferto. Quello dell’anno scorso non è stato un tour facile, ma è servito. A me per capire ciò che voglio davvero, e alla scena italiana perché ha fatto capire a tutti il valore della musica suonata: si sta tornando a valorizzare la musica reale, e non solo quella digitale.

Nel 2020, tra l’altro, te l’eri presa con i gestori delle discoteche, che usando l’espediente dei dj set aggiravano le regole che in teoria si applicavano alla musica dal vivo: li avevi letteralmente mandati a fanculo
Diciamo che non sono uno che si tira indietro quando c’è da incazzarsi o da esporsi, penso che questo ormai sia chiaro (ride). A volte magari sbaglio, perché è sempre bene trovare il modo di esternare il proprio pensiero in maniera costruttiva, però in quel caso io e tanti altri musicisti e tecnici eravamo molto frustrati. C’erano delle palesi ingiustizie: da una parte il pubblico dei nostri concerti doveva rimanere seduto e immobile e se qualcuno si alzava in piedi veniva redarguito, dall’altra magari il giorno dopo si festeggiava la finale degli europei di calcio e nessuno batteva ciglio. Era difficile assistere a tutto questo. Ho fiducia nel sistema, e ho sempre fatto ciò che le istituzioni mi chiedevano di fare, ma poi c’erano situazioni che proprio non quadravano e ti facevano chiedere: perché loro sì e io no?

Foto: Gabriele Acerboni

Tornando al tour 2022, qual è il ricordo più bello che ti porterai dietro?
L’atmosfera. Con la mia band abbiamo allestito uno spettacolo molto rock’n’roll, di quelli che forse non facevo più dai tempi de La fine dei vent’anni: un sacco di parti strumentali, influenze psichedeliche… È stato come tornare agli inizi, con una grande spontaneità. E la gente lo ha percepito e ha reagito nel migliore dei modi.

La sensazione è che, nonostante tu sia un artista solista, tu abbia una concezione molto collettiva della musica, soprattutto di quella dal vivo: sul palco siete un gruppo molto affiatato e gioiosamente casinista, tipo classe in gita scolastica…
Hai detto bene: è una meravigliosa gita scolastica. Prima ancora di essere un solista, io vengo da una band e so benissimo che la musica va fatta con gli altri, se vuoi imparare qualcosa. Non ho ancora capito se suono bene o no, nonostante sia una vita che lo faccio, ma sono perfettamente consapevole del fatto che i musicisti che suonano con me sono dei fuoriclasse. Soprattutto, stiamo bene insieme: tra noi ci sentiamo liberi di parlare di tutto, c’è una condivisione totale durante le ore e ore che passiamo in furgone. Anche se c’è solo il mio nome scritto sulla locandina, chi viene ai miei concerti sa benissimo che quello spettacolo è di tutti noi.

A proposito di spettacolo, a giugno hai fatto un cameo nella serie tv I delitti del BarLume, ambientata nella tua Toscana e in onda il prossimo inverno. Dobbiamo aspettarcene altri?
Già, finalmente la mia carriera da attore è decollata come meritava (ride). Scherzi a parte, è stato davvero divertente: l’idea è stata della regista Milena Cocozza e dello sceneggiatore Roan Johnson, che conosco da quando avevo 17 anni e mi chiamò per provinarmi per un film. Una specie di riunione di pisani, insomma, eravamo tra amici. Il fatto di girare la prima posa insieme a Corrado Guzzanti, poi, è stato bellissimo: è un mio mito assoluto, per me era come suonare un pezzo insieme a Nick Cave. Ero particolarmente emozionato, ma per fortuna è andato tutto molto bene.

Foto: Gabriele Acerboni

Il tour si avvia a conclusione.
Sì, e l’ultima data, quella del 24 settembre a Forlì, sarà davvero l’ultima per un bel po’, perché ho seriamente intenzione di fermarmi per lavorare a un nuovo album. Di solito la voglia di fare un altro disco mi viene in corso d’opera: all’inizio devo impormi una grande autodisciplina per mettermi lì a scriverlo e registrarlo. Ora, invece, posso dire che, forse per la prima volta nella mia vita, ho una voglia pazzesca di cominciare questo nuovo progetto. È come se avessi visto la luce.

Cosa è cambiato, rispetto alle altre volte, per illuminarti così?
Tutto è servito a cambiare. Lavorare con altre persone, comporre una colonna sonora (quella del film La terra dei figli del 2021, nda), prendermi il mio tempo… Il mio processo di scrittura è soprattutto un processo di sintesi di ciò che mi è successo, e siccome ne sono successe tante negli ultimi anni – a me come a tutti noi – mi sento più pronto che mai. Non per questo mi isolerò dal mondo, comunque. Per trovare le storie che racconto non parto solo da me stesso, ma anche dalle esperienze degli altri: la vita sociale resta fondamentale, preferisco di gran lunga trovare qualcuno che mi faccia cambiare idea piuttosto che cercare di convincermene da solo. Per Semplice, per forza di cose, ho dovuto fare il processo inverso, visto che eravamo tutti chiusi in casa: mi sono ritrovato in una solitudine che dovevo analizzare, interiorizzare e trasformare in canzoni. Ora che sono ritornato a vivere in mezzo al resto dell’umanità, non ho certo intenzione di rinunciarci.

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