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Moses Sumney: «Eravamo isolati già prima del virus»

Il musicista americano parla della seconda parte del doppio 'græ', un disco in buona parte dedicato a solitudine e isolamento, e spiega perché le sue canzoni raccontano vite indefinibili e fuori da ogni categoria

Moses Sumney

Foto: Dimitri Hakke/Getty Images

«Io sono convinto che tutti noi, questa società, eravamo già diretti verso l’isolamento», dice Moses Sumney quando gli chiedo che effetto gli fa riascoltare græ, un disco che si apre con la parola “isolation” e in cui la solitudine è un tema centrale, mentre tutto il mondo è in lockdown per il coronavirus. «Ovviamente non avevo la minima idea di quello che sarebbe successo, ma è interessante, forse ci insegnerà qualcosa». græ è un doppio album che parla di tutto quello che è indefinibile, del “diritto a essere molteplici” in una società ossessionata da definizioni e categorie. Allo stesso modo, rispetto al cantautorato lo-fi dell’esordio Aromanticism, la musica di Sumney è diventata più indefinibile: soul, jazz, elettronica, pop, avanguardia, tutte queste cose insieme.

La prima parte, che è uscita il 21 febbraio, era ricca di canzoni coraggiose, potenti, con arrangiamenti pieni di fiati, cori e sintetizzatori. La seconda, che arriva oggi, è più scarna e minimale: al centro della scena c’è la voce di Sumney, e tutti i brani si fanno più personali: in Keeps Me Alive, una ballata jazz per chitarra e voce, dice che l’unica cosa che lo fa andare avanti è “una curiosità infantile verso il mio destino”; in Me in 20 Years, invece, si chiede se in futuro sarà ancora solo.

Sumney sta passando la quarantena a casa, in North Carolina. «Vivo da solo, sono abituato alla solitudine e ho una quotidianità abbastanza normale, non faccio una vita diversa dal solito», dice all’inizio della nostra telefonata.

Prima di parlare dell’album vorrei sapere qualcosa in più su di te. Hai studiato musica? Quando hai iniziato a scrivere? 

Non ho studiato musica, non sono un musicista di formazione classica. Non ho mai preso lezioni o cose del genere. Ho imparato a cantare da solo, ho imparato a suonare la chitarra e a produrre, tutto su internet oppure osservando le persone che lavorano con me. Ho scritto le prime cose a 7 anni, ma ho iniziato a farlo con una certa costanza solo da 12 anni. Non suonavo nessuno strumento e avrò scritto un centinaio di canzoni a cappella, solo con la mia voce.

Ho letto che eri un bambino molto timido, ma sia nella tua musica che nei video sei molto esposto. Come hai imparato a metterti in mostra?
Ho studiato gli altri, tutto qui. Nella vita di tuitti i giorni sono ancora molto timido, ma ho imparato a separare le cose, a sviluppare una “performing persona”. Quando ero all’università ho deciso che avrei voluto questa carriera, e ho cercato un modo per imparare a espormi restando me stesso, perché l’arte è più interessante solo se è onesta.

Il suono di græ è molto più ricco di quello del tuo primo album, e per scriverlo ti sei circondato di moltissimi collaboratori. Come si fa a mantenere il controllo della propria arte in mezzo a un esercito di altri musicisti? 

Direi che mantengo il controllo perché so cosa voglio, e tutte le collaborazioni sono una mia scelta ben precisa. Questa è la cosa più importante. E poi sono in costante comunicazione con tutti, davvero tutti. Di solito sono presente in studio, è davvero raro che io faccia una collaborazione in remoto. Insomma, sono lì! Cerco di far capire cosa voglio e cosa non voglio, e in più mi porto sempre a casa i file. Chiedo anche di lasciare le session aperte, così posso intervenire e modificare qualcosa liberamente. E poi… se qualcuno non mi mette a mio agio preferisco non collaborarci più.

Come hai deciso di aggiungere così tanti ingredienti al tuo suono?

græ ha arrangiamenti più maturi e più ampi del primo disco perché ho più cose da dire: l’ho scritto cercando di sperimentare ed esplorare un suono più grande.

Come funziona il processo di scrittura di una canzone di grae?
Di solito inizio con una melodia: se sono da solo, generalmente inizio con la chitarra e cerco di trovare qualcosa. Se sono in studio con qualcuno, invece, cerchiamo un giro di accordi o una parte ritmica che mi porto a casa per sperimentare con la voce. È così che emergono le idee melodiche. I testi vengono dopo, a volte parecchio dopo.

Ho letto che hai studiato letteratura e poesia all’università… non ti capita mai di scrivere partendo da un testo già scritto? 

In questo disco no, perché l’ho fatto per tantissimi anni. Per molto tempo la mia scrittura era solo fatta di parole e voce. Dopo l’università volevo imparare a sentire le cose come un musicista, e non come uno scrittore, per questo cerco di iniziare sempre con la musica, di trovare sensazioni che vengano da una melodia e non da delle parole. Se mi capita un’idea per un testo, la scrivo su un quaderno e poi la metto via, così posso tornarci su in un secondo momento.

Il disco è stato presentato come “una rivendicazione dell’esistenza dell’indefinibile”. Che significa? 

Questo l’ha scritto l’etichetta, io non c’entro! Ma in realtà sono d’accordo: græ esplora l’ossessione della nostra società per categorizzare e definire ogni cosa. Ma cosa succede quando non puoi farlo, quando è impossibile? Una cosa indefinibile è ancora valida? È interessante? Abbiamo diritto a parlarne? Il disco esplora delle vite indefinibili, fuori da ogni categorizzazione.

In un’intervista hai detto che nei primi anni della tua carriera eri un musicista ambiguo, disorientante, e che le etichette non sapevano dove “metterti”, in che genere. Questo disco è una sorta di reazione? 

Non direi che è una reazione. Anche adesso la gente non sa come parlare di me o della mia musica. Non so se questo disco è una reazione diretta a quel periodo, sicuramente quegli anni ne fanno parte, ma non è una cosa su cui mi sono concentrato più di tanto.

Perché hai diviso l’album in due parti? 

Perché è davvero grande! E le persone che ascoltano musica nell’era moderna non ascoltano più gli album… volevo che tutti avessero tempo per assorbire la prima parte che, in fondo, è praticamente già un album. Volevo che tutti andassero a fondo, che leggessero i testi, che esplorassero tutti gli strati della produzione, per poi passare alla seconda parte e sperare che facciano lo stesso.

Mi sembra che la seconda parte sia più centrata sulla tua voce.
Sì, sicuramente è più spoglia della prima. Non cercavo necessariamente di mettere al centro la voce, ma l’idea era di cercare di essere più minimale, di centrare l’attenzione sulle parole e meno sulla produzione.

Hai scritto e diretto tutti i video dei singoli di græ. Quello di Virile mi ha colpito molto… 

Volevo esplorare i concetti di mascolinità e femminilità, volevo esprimere gli estremi di entrambe le cose contemporaneamente. I corpi che ballano sono la rappresentazione dell’estremo maschile, mentre la coccinella e lo sciame quello femminile. Nel mezzo ci sono io, che oscillo da una parte all’altra.

Hai scritto un disco che si apre con la parola “isolation” ed è in gran parte dedicato a solitudine e isolamento. Ora tutto il mondo è in lockdown: che effetto ti fa? 

È strano, certo, ma ovviamente non avevo la minima idea di quello che sarebbe successo, come potevo immaginare che tutto il mondo si sarebbe fermato… Ma è interessante: io sono convinto che tutti noi, questa società, fossimo già indirizzati verso l’isolamento. Le persone non sono mai state così isolate come adesso: siamo tutti connessi con internet, ovviamente, ma credo che anche prima del virus tutti si sentissero isolati. Forse il momento che stiamo vivendo ci farà capire che abbiamo bisogno degli altri. Io non so, la mia vita non è così diversa, faccio le cose di sempre, solo a casa come sempre.

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