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‘Morte ai poveri’: è tornato il cattivo maestro Pierpaolo Capovilla

Convinto che la canzone popolare debba farsi cultura critica, il rocker ha pubblicato oggi un pezzo che parla di migranti e della nostra indifferenza. «Indico la strada sbagliata, quella della rivoluzione»

Foto: Mauro Lovisetto

Il titolo è di per sé un pugno nello stomaco: Morte ai poveri. Dentro c’è tutta la forza dissacrante della poetica di Pierpaolo Capovilla, che dopo aver scosso la scena alternative rock italiana con One Dimensional Man e Il Teatro degli Orrori torna più incazzato che mai con un singolo animato da un furore dirompente e pregno di indignazione contro una società che mettendo il denaro al comando ha finito per lasciare indietro gli ultimi, i non privilegiati e in particolare i migranti. Firmato Pierpaolo Capovilla e I Cattivi Maestri, formazione che al rocker di stanza a Venezia affianca Egle Sommacal (Massimo Volume), Fabrizio Baioni (LEDA) e Federico Aggio (Lucertulas), il brano esce oggi, Giornata Internazionale dei Rom, Sinti e Camminanti, e anticipa l’album della band atteso per il 27 maggio.

È la risposta di Capovilla alla «postura ideologica che una parte maggioritaria del Paese ha assunto negli anni nei confronti della tragedia migratoria, quella dell’indifferenza, mentre un’altra parte, non egemone ma significativa, sceglie l’avversione e l’ostilità». E si sa che nell’intransigenza del nostro ogni riferimento non è puramente casuale. «Disumanizziamo la disperazione africana che bussa alle nostre porte», afferma il musicista, classe 1968, alle spalle anche un album solista, un’esperienza da bassista nei Buñuel e svariati reading e progetti teatrali dedicati ad autori quali Majakovskij, Pasolini, Artaud, Céline. «Contro questo stato di cose, la canzone italiana deve prendere posizione, nel segno dei valori democratici che sempre devono istruire le nostre coscienze».

Qual è la genesi del pezzo? Quando lo hai scritto?
Era il 2019. C’era un tale, triviale tribuno, appassionato di spiagge e mojito, di rosari e apparizioni mariane, vicepremier e ministro degli interni. Nella speranza di non doverne più ascoltare le grottesche menzogne e blasfeme giaculatorie, la canzone gli è dedicata.

Come mai la scelta di pubblicarla nella Giornata Internazionale dei Rom, Sinti e Camminanti?
Potevamo scegliere il 7 aprile, anniversario del famigerato processo Calogero intentato contro i cattivi maestri dell’Autonomia Operaia. Ma chi se lo ricorda più, sarebbe stata una dietrologia. L’idea dell’8 aprile è di Matteo Costa Romagnoli (il fondatore dell’etichetta Garrincha, nda) e l’ho trovata subito azzeccata, perché incontra la mia affezione per il tema dei migranti e per il popolo Romanì, la minoranza etnica più emarginata della storia moderna, nel nostro Paese stigmatizzata al punto che le è stata negata qualsiasi forma di riconoscimento sociale. Li chiamiamo zingari, ma “zingaro” è una parola offensiva. Non è sempre stato così; lo è, purtroppo, in quest’epoca in cui abbandoniamo queste persone in “campi” di concentramento, affinché se ne stiano lontani dai nostri occhi, rifugiati nella più cupa emarginazione. Tutto ciò in Italia, repubblica democratica, cuore dell’Europa, ed è inaccettabile. Come inaccettabili sono i respingimenti dei migranti nelle mostruose galere libiche o la loro reclusione, arbitraria e incivile, nei Centri di Prima Accoglienza o nei Centri di Permanenza per i Rimpatri, incubatori di disperazione. In tal senso Morte ai poveri è una canzone, brutale per franchezza, grottesca nel contenuto, di denuncia del razzismo, sotterraneo o manifesto, di una parte significativa della società italiana.

Da anni la canzone di denuncia, di protesta, viene sminuita come anacronistica. Sei ostinato…
Perché convinto che contro questo razzismo, espressione di quell’“ur-fascismo” di cui scriveva Umberto Eco, la canzone popolare debba farsi cultura critica, scorgere i limiti dentro i quali viene costretta la vita della gente e distruggerli, quei limiti. S’inserisce in questo discorso anche la decisione di usare, per la copertina del disco, il Cristo deluso di Vasco Hadzovic, giovane pittore Romanì che conobbi a Venezia anni fa, celebrando l’incontro con una sbronza colossale: diventammo amici, anzi, fratelli, all’istante, e per sempre.

Dicevi che hai scritto Morte ai poveri nel 2019, ma lo presenti in un momento in cui un’altra guerra che rischia di farsi mondiale è in corso. Qual è il tuo umore rispetto ad allora e cosa pensi dell’accoglienza che giustamente si sta riservando ai rifugiati ucraini? A loro, per fortuna, nessuno dice ciò che evochi nel singolo, ossia che “devono restare a casa sua”.
Quello slogan appositamente sgrammaticato è ciò che ho sentito e sento dire da tanta povera gente ovunque io vada, povera gente intrappolata in una narrazione ideologica – nel senso marxiano del termine, quello della falsa coscienza – di guerra tra poveri. Inizialmente il brano s’intitolava proprio Guerra ai poveri, poi pensai di esprimermi in modo ancora più schietto, ingiurioso se vuoi. Inoltre, dietro a quello slogan sguaiato e insulso con cui si apre non solo questo singolo, ma anche tutto il disco, a mo’ di intimidazione, c’è anche un ricordo.

Ossia?
Nel 2009, quando Massimo Cacciari era sindaco della Città Metropolitana di Venezia, la comunità Sinti di Mestre ottenne dopo decenni d’attesa di poter vivere in piccole casette in muratura, con l’acqua corrente, il riscaldamento, l’elettricità: cose ovvie per chiunque, non per i Sinti mestrini. Ma la Lega Nord si prodigò affinché quelle casette, promesse e agognate, non venissero mai assegnate loro. Riccardo Iacona, che Dio lo benedica, andò a intervistare quei leghisti mentre raccoglievano firme contro il progetto abitativo. Riuscivano a dire solo una cosa: «Devono tornare a casa sua». «Ma sono italiani da generazioni», rispondeva Iacona. Ma niente… E che tristezza – mi vien da piangere – aver dovuto assistere allo smantellamento con le ruspe del piccolo villaggio Sinti in via del Granoturco a Mestre, l’anno scorso, in piena pandemia, nell’indifferenza generale. Lo ha fatto sparire Brugnaro, sindaco attuale di Venezia, per compiacere, voglio insinuare, i peggiori sentimenti della peggior plebe veneta. Piaccia o non piaccia l’animale televisivo che è diventato, Cacciari fece la cosa giusta, perché è questo che deve fare la politica: seminare democrazia e convivenza civile. Brugnaro quella sbagliata: nel segno del disprezzo per i deboli e gli emarginati, ha bruciato il raccolto, come si farebbe in guerra, per affamare il popolo, per sconfiggerlo. E Morte ai poveri è questo: il racconto di una sconfitta, la nostra, il suo grido di dolore. Mi auguro soltanto possa rappresentare anche un appello alla vigilanza. Perché ci ruberanno tutto, se non sapremo vigilare. Di coloro che affermano che accogliere gli ucraini sia un dovere morale, mentre non lo sia per siriani, afghani o sudanesi, mi limito a dire che sono degli imbroglioni, perché mentono sapendo di mentire.

Parliamo della band: chi sono I Cattivi Maestri?
Il gruppo nasce nel 2018, all’indomani della crisi de Il Teatro degli Orrori. Una parte significativa delle canzoni che compongono il disco le avevo composte in solitudine proprio per Il Teatro. Poi la crisi si fece irrimediabile e decisi di avventurarmi in un nuovo progetto. Il primo che ho contattato è stato Egle: è stato con lui che le canzoni hanno incominciato ad avventurarsi in un percorso nuovo, originale nello stile e nei colori delle sue chitarre. Fabrizio e Federico sono arrivati quando i pezzi avevano già preso forma, ma grazie a loro la sezione ritmica si è fatta più solida che mai.

E il nome Pierpaolo Capovilla e I Cattivi Maestri?
È una ben meditata doppia, se non tripla, allegoria. Ricorda Nick Cave and The Bad Seeds, di cui mi innamorai ai tempi di From Her to Eternity, disco che mi cambiò la vita. Il “Cattivo Maestro” è colui che indica ai giovani la strada sbagliata, quella del mutamento radicale, della rivoluzione, e io mi riconosco in questo indirizzo, perché nutro da sempre un feroce sentimento anticapitalista e amo condividerlo con tutti coloro che amo, possibilmente col mondo intero. E poi maestro, in musica, è colui che conosce l’armonia, e se sei un cattivo maestro, beh… significa che non sai suonare. Noi la chiamiamo “ignoranza strategica”: un pizzico di ironia, il sale della vita, ci sta sempre bene.

Foto: Mauro Lovisetto

Torni sulle scene con un rock virulento: che sensazioni ti dà oggi questo tipo di musica?
Il rock è, per me, resistenza, manifestazione vitale in lotta contro una quotidianità che lentamente ci soffoca, resurrezione. Dopo tanta attesa, coartati a casa, obbligati all’inazione, tornare a calcare i palchi è ritornare a esistere. Perché è sul palcoscenico che la vita rifiorisce, e il concerto è una disperata manifestazione di speranza.

Avendo ascoltato l’album in anteprima posso dire che presenta anche una parte più lenta, malinconica, anche romantica.
Io lo sento come un’opera coerente in tutte le sue parti. Dal punto di vista narrativo il tema è, purtroppo, la guerra. Quella tragicamente vera, fatta di violenza militare. Quella simbolica, intentata ogni giorno dall’ideologia del capitale nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori. E quella interiore, che uccide l’amore, anche quello più autentico, quando non sappiamo o non vogliamo preservarlo e proteggerlo. “L’egoismo, la mistificazione, il capriccio del bambino”, direbbe Pasolini, rappresentano il cuore pulsante della civiltà dei consumi, che ci rende indifferenti gli uni nei confronti degli altri e soprattutto nei confronti degli ultimi, dei diversi, di coloro che soffrono. E sì, certo, nell’album non mancano due episodi decisamente romantici, La città del sole e Anita. Anita racconta la fine di un amore coniugale, un divorzio, insomma, e l’incapacità di comprendersi e di restare uniti nelle avversità, costi quel che costi. È la storia di un conflitto interiore, perché il lavoro, la fretta, i soldi, la dimensione prestazionale dell’esistenza che ci viene imposta dal sistema economico e politico giocano contro di noi, contro la nostra capacità di essere autentici o almeno di provarci. La città del sole è anch’essa una canzone d’amore, ma in cui si cela una vicenda triste e tragica come poche altre.

E della traccia di chiusura, Sei una cosa, cosa puoi anticipare?
Che è forse la canzone più crudele che abbia mai scritto. Siamo nati per distruggere, oppure per morire. Non contiamo più niente, niente di niente. Non siamo più donne e uomini, siamo diventati oggetti, insensibili persino nei confronti del nostro stesso destino. Temo che questo sia un sentimento condiviso da molti. Perché se fino a un paio di decenni or sono un futuro di progresso umano lo potevamo ancora scorgere, oggi di fronte a noi non vediamo che catastrofi.

La tua voce e il tuo modo di usarla, passando dall’urlo punk, al cantato e alla declamazione, sono un punto centrale della tua produzione: come hai lavorato su questo elemento nel corso della tua carriera?
Prima accennavo a From Her to Eternity. Non avevo che 17 anni quando vidi il disco in un negozio, mi attrasse l’espressione di Nick Cave in copertina. Non sapevo niente di lui, ma quando seppi che era in tour in Italia, corsi a vederlo dal vivo a Firenze. Mamma non era d’accordo e io le rubai i soldi e scappai di casa. Non ti dico le conseguenze. Non saprei come descriverli, certi fenomeni, forse sono sincronicità junghiane, forse è il caso che domina nel disordine le nostre storie, non so, ma quel concerto al Manila, un piccolo locale, mi chiamava. Ricordo tutto: c’erano Piero Pelù, Blixa Bargeld vestito di camere d’aria graffettate fra loro, Mick Harvey prestato alla batteria, Barry Adamson che piangeva mentre suonava Well of Misery, ma soprattutto Nick Cave, quello spilungone tossicomane sulle cui spalle pesavano tutti i mali del mondo. Quando riascolto quell’album mi sembra di percepire ancora l’odore madido di sudore di quella serata. Fu una rivelazione. Ecco, posso dire quest’enormità: tutta la mia vita artistica e il mio percorso musicale non sono che un goffo tentativo di emulare quel concerto, quello di un bluesman e di un poeta determinato come nessun altro a raccontare il mondo e i suoi tormenti. Oggi Cave mi annoia, ma quel concerto è per sempre. Dopodiché io non sono un cantante, scrivo canzoni e cerco di gridartele in faccia, nella speranza che qualcuno voglia ascoltare.

In Morte ai poveri parli anche del dominio di numeri e statistiche nel dibattito pubblico e di un’Europa culla della democrazia con tono molto sarcastico. Dove sta il problema?
Quando parliamo del fenomeno migratorio ci riferiamo sempre ai suoi numeri, dimenticandoci delle persone in carne e ossa. Quanti sbarchi nel 2022, quanti l’anno precedente, quanti in quello successivo. Nel frattempo non cambia niente. È cambiato qualcosa dei decreti sicurezza di Salvini? Praticamente nulla. La gente si è assuefatta e invelenita, e non sa più riconoscere in un giovane del Burkina Faso un essere umano come me e te, contano solo le misure di grandezza: quanti ne possiamo ospitare? E perché, invece di ospitarli, non li rispediamo indietro? Il problema sta nel muro che abbiamo erto nei nostri cuori a difesa dell’indifendibile, la nostra oscena opulenza.

In un momento in cui si parla di riarmo, che cosa pensi del futuro? E dove la trovi, tu, l’umanità?
Il riarmo di cui si straparla in questi giorni è un insulto al sistema educativo, a quello sanitario e previdenziale, ai disoccupati, ai precari, ai sottopagati, ai nostri figli come ai nostri arzilli nonnetti, al Paese tutto e ai contribuenti. Una scelta indifendibile proprio se pensiamo al futuro, prossimo o remoto che sia, come un futuro di pace e di cooperazione tra i popoli. Lo vogliamo, un futuro così? O lasceremo al sistema militar-industriale l’opportunità di scatenare violenze per sempre? Dacché sono nato non ho visto che guerre, da quella del Vietnam a quella ucraina, così vicina questa volta che dovremmo impensierirci sul serio. L’equazione è fin troppo semplice ed è apodittica: più armi avremo e più avvicineremo il tempo, Dio non voglia, della guerra nel qui e ora. E poi, come non osservare che quando parliamo di riarmo non intendiamo pistole o mitra o fucili di precisione, bombe a mano o mine anticarro o bazooka, ma sistemi d’arma complessi, tecnologicamente avanzati e letali come non mai e, ça va sans dire, costosissimi. Una festa per Lockheed Martin, Boeing, Northrop Grumman, Raytheon, General Dynamics, tutte aziende statunitensi, ricche e potenti come Stati, e per la nostra Leonardo, seconda azienda italiana per fatturato, una multinazionale della guerra controllata al 30% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, e dunque un’azienda pubblica. Il riarmo rappresenta un immenso affare per questi soggetti economici, i cui amministratori e azionisti sono parte cruciale del processo politico decisionale e di quello finanziario. Alcuni di loro, si pensi al fondo d’investimento Black Rock, sono ascrivibili al club della cosiddetta infinite supply, la ricchezza infinita, quella che Chomsky non si stanca mai di denunciare come il più grave pericolo per le democrazie. Perché se io sono infinitamente ricco, posso non solo corrompere chi voglio o influenzare le decisioni dei governi: le posso determinare, quelle decisioni. Per come la vedo io dobbiamo sollevarci, tornare nelle piazze e batterci contro tutto questo. Se non ora, quando? In Italia ci sono milioni di donne e uomini di buona volontà, con idee spesso divergenti su molte questioni, ma che una convergenza la possono trovare e la troveranno: la pace. Caritas, Arci, Acli, Anpi, Pax Christi, antagonisti dei centri sociali, militanti politici, insegnanti e studenti, scienziati e operai, Bergoglio e Landini, don Nandino Capovilla e Mauro Alboresi, su questo tema così drammaticamente urgente la pensano allo stesso modo. Sono loro ciò che resta di umano nella nostra comunità di viventi. Qualcuno lo spieghi agli zombie dei talk show e a Enrico Letta.

Sei in giro da tempo con un reading dedicato a Majakovskij, avverti una certa russofobia come qualcuno ha denunciato o è qualcosa che si lega a una percezione distorta dalla sovrainformazione? E cosa può dirci Majakovskij oggi?
Dici bene: sovrainformazione. Sono stato a Torino alcune sere fa, invitato da un comitato studentesco dell’università, a declamare proprio Majakovskij. È stata una serata indimenticabile per partecipazione ed entusiasmo. Che vi siano forme di russofobia non c’è dubbio, ma rivolgere questa fobia, che è paura della guerra o dell’aumento delle bollette, alla cultura russa è una cretinata gigantesca. Lo hanno capito anche alla Bicocca. Come dice Salvatore Settis, compito dell’arte è creare o conservare ponti, non abbatterli. Cosa può dirci Majakovskij oggi, è presto detto: “Di noi, abitatori della terra, ogni altro abitatore della terra è parente […]; tutti, fra i macchinari, per gli uffici, nelle miniere, tutti sono fratelli”.

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