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Morgan: «La brutta musica è peggio della droga»

Il Premio Tenco, i talent, la Rai, il ritorno dei Bluvertigo, il ruolo del cantautore nella società, il nuovo progetto di una canzone al giorno. Morgan è un fiume in piena, tutto da leggere

«Se ascoltavi i Bluvertigo vuol dire che non sei tanto giovane». Morgan ci tiene a sottolineare subito che sono un vecchio. Grazie. A parte gli scherzi, chi è stato adolescente negli anni ’90 (sob!) in qualche modo ricollega il cantautore ai gloriosi Mtv Day all’Arena Parco Nord di Bologna e a tutta la bella musica che passava per Mtv Italia. Morgan era uno dei protagonisti di quel periodo, ma il successo travolgente è arrivato con X Factor, il talent che lo ha visto vincitore (quasi) sempre e lo ha fatto entrare nel Guiness dei primati come giudice trionfatore di più edizioni. Del resto Morgan è un personaggio trasversale, colto e pop, capace di elevare il profilo di un programma per masse come, appunto, lo show creato da Simon Cowell. L’ex (?) frontman dei Bluvertigo ha sempre cercato di portare il sapere in contesti nazional-popolari. È uno che non nasconde le sue fragilità che foraggiano la sua arte. Non è solo la scheggia impazzita dello showbiz, come in molti lo descrivono. Tra l’altro ha una scrittura sensibile, non è un caso se la sua Altrove è considerata da Rolling Stone la più bella canzone italiana del Millennio. Cosa, questa, che lo ha molto lusingato: «Prendo questo riconoscimento e lo porto a casa».

Partiamo dal Premio Tenco che ti ha visto protagonista. Il tema di quest’anno sono state le migrazioni. Una bella provocazione di questi tempi.
Più che una provocazione è una necessità parlarne in un modo che è il punto di vista di chi scrive le canzoni. E si sa che è sempre un punto di vista a favore della cultura. Perché quando si parla di cultura non si parla soltanto di Dante e di Ariosto o di Bach o Beethoven.

E di cosa si deve parlare oltre ai grandi che hai citato?
La cultura è più vasta, perché riguarda tutto il mondo. Ad esempio, allargare le proprie conoscenze culturali e il proprio stile di vita, conoscendo modi di vivere che fanno parte di culture lontane dalla nostra. Perché noi pensiamo di essere colti quando sappiamo citare Sant’Agostino, ma in realtà la cultura è una roba molto vasta. E l’immigrazione è lo scambio culturale per eccellenza, secondo me.

E il musicista, come hai dichiarato, è un migrante per natura…
Ovviamente. Musicista è una cosa, cantautore è ancora diverso da musicista.

Come mai?
Perché è anche poeta. Ovvio che, se non fosse migrante, non saprebbe nulla, non potrebbe scrivere, non conoscerebbe il mondo, non conoscerebbe i sentimenti. L’ultima sera del Tenco, ad esempio, c’è stato il cantautore italo-belga Adamo. Ha cantato una canzone che non è edita – perché l’ha scritta due anni fa, ma non l’ha ancora pubblicata – che si chiama proprio Migrante. Adamo mi ha dato l’onore di leggerla nella traduzione italiana. Siccome è scritta in francese lui ci teneva che il pubblico ne capisse il significato. E ha una sguardo molto pietoso. Del resto, prendiamo De Andrè.

Ecco, prendiamolo.
Piace a tutti perché è trasversale, ha un grande successo e anche oggi è veramente molto amato, ma in fondo l’utilità della canzone di De Andrè e del suo modo di vedere le cose, risiede nella pietà.

Cioè?
In come suscita un sentimento così forte, una canzone di De Andrè, rispetto alla condizione di un essere umano che sta subendo qualcosa per cui sta soffrendo. Io credo che le canzoni siano molto solidali con le situazioni umane di sofferenza. Il cantautore, secondo me, ha una specie di naturale giudizio rispetto a questo tipo di situazioni sociali, proprio perché il suo impegno è un impegno umano. E si commuove e quindi muove. Perché commuovere vuol dire muovere insieme. Secondo me è molto attiva come funzione a livello sociale, quella delle canzoni. Spesso è anche pericolosa. Infatti è giusto che metta molto in evidenza la sua voce, il punto di vista, in questo momento, perché è potente.

E che conseguenza ha?
Può avere un buon effetto verso le persone che peccano di sensibilità. In fondo diciamo che – senza parlare della situazione politica di oggi – quando sono state fatte delle leggi razziali nella storia – non solo in Italia, ma soprattutto in nazioni come la Germania, ma anche gli Stati Uniti – si sono potute fare soltanto perché, chi le ha fatte, ha peccato di sensibilità. Quindi sono frutto di ignoranza. Socrate diceva che il male si fa perché non si conosce il bene. Il male non è altro che non conoscere l’altra via. Per cui è proprio un fatto di chiusura. Ecco che, in questo senso, io identifico come ruolo di una canzone, quello di allargare la visione, cercare di dare il punto di vista che, magari, spontaneamente, una persona non ha. Con la canzone viene aiutata ad aprirsi a situazioni molto diverse dalla sua, a uscire dal suo ambito, vedere qualcosa di lontano, riuscire a vedere lontano.

Questo vale per ogni brano?
Tutte le canzoni sono fatte da qualcuno che ha potuto vedere l’altro. L’altro. Non sono mai in una situazione di individualismo o di egoismo. C’è sempre uno slancio verso l’altro. E quando quest’altro è un altro che subisce, che è in una condizione di subire qualcosa, per cui ne deriva una sua
condizione di sofferenza, la cosa si fa grave, soprattutto se riguarda interi popoli.

Qual è allora il compito dei cantautori?
È un compito morale quello di un cantautore, di un poeta. Infatti non vengono meno, non si sottraggono a questo compito. Non mi sembra di aver rintracciato negli ultimi anni – ma neanche in passato – canzoni a favore del razzismo, della pena di morte, di regimi totalitari. A meno che non le cantino in circoli molto ristretti, comunque non circolano. E questo proprio perché è la natura di un poeta, quella di risvegliare l’umanità dal torpore della prevaricazione umana. E spingere per la libertà dello stile di vita e del pensiero. La canzone è sempre uno slancio verso la libertà.

Hai parlato della pericolosità delle canzoni. Quest’estate, quando hanno accoltellato il figlio di Simona Ventura, su Facebook hai detto che certe violenze accadono perché si ascolta musica di merda.
Esiste musica che viene chiamata musica, ma non è propriamente musica. Non si può nemmeno definire complemento d’arredo perché l’arredo è molto nobile e progettato da architetti e artigiani. Quella è una musica che io faccio fatica ad ascoltare perché non capisco che cosa devo ascoltare. L’ascolto è una pratica molto nobile e piena di elementi che in quel caso non riesco a mettere in pratica. E addirittura mi da fastidio.

Ma di che musica parli?
Di certa musica che viene diffusa spesso nei luoghi dove si va a ballare.

Perché secondo te?
Perché, da un po’ di anni a questa parte, c’è stata una deriva dell’estetica. Non c’è più musica in quel tipo di musica. Molto automatica, con elettronica pre-settata. È un pre set. Non ha nulla di pensato, non ha nulla di artistico, non ci sono scelte, come può essere uno stimolo per la mente? Una musica del genere è complice dell’obnubilazione, della regressione mentale. Non è complice dell’evoluzione, né mentale né spirituale. È una musica che aiuta a non vedere chiaro.

E quindi come deve essere la musica?
Io dico solo che la musica, se ha una funzione sociale, ha una funzione sociale positiva ed edificatrice. Quando uno esce da un serata e ha sentito per ore una musica martellante, ossessiva e monocorde – e monocellulare, perché ha un elemento solo, è monosillabica con la cassa in quarti che è come una legnata sulla testa – non può essere lucido. Non do la colpa né all’alcol né alle droghe, proprio alla musica. La musica scadente è peggio.

Capito, ma parliamo della buona musica. Al Tenco ci sono stati cantanti come Motta ascoltati dai giovani. Sembra che gli artisti che escono dai talent abbiano perso mordente.
Meno male. Era così anche negli anni ’70 e ’80. C’è stato solo uno sbandamento temporaneo e ben venga. Sono continue onde a modificarsi. E questo bene. Ma a volte la tendenza vira in direzioni che sono monopolitizzatrici. È questo il problema. Ci vuole sempre una ricchezza e una pluralità di proposte. Perché più proposta c’è, più le scelte diventano autonome da parte di chi è il fruitore. Se tu gli dai sempre la stessa cosa, si abitua e pensa che il mondo sia quello. Ma non siamo ancora salvi.

Che intendi?
Ho fatto grande fatica, per esempio, a far interessare la televisione di Stato all’evento del Tenco che, da sempre, è stato seguito.

Che è successo?
Da pochi anni qualcuno ha avuto l’idea di fregarsene altamente, di non includerlo più nel servizio pubblico. Cosa che è paradossale perché è un compito e un dovere della tv di Stato occuparsi dei momenti alti della cultura. E invece cos’hanno fatto?

Dimmi.
Ho una duplice natura: sono conosciuto presso la massa generica e sono attivo in un ambiente come quello del Club Tenco per la mia storia e per la mia realtà di cantautore, autore, analista, critico musicale, scrittore di libri, persona che interviene a dibattiti, che si occupa di tecnologia musicale e comunicazione, del rapporto tra i giovani e i non giovani. Pensavo che la mia presenza, spontanea e del tutto mossa da entusiasmo, avrebbe destato l’interesse di qualche rete nazionale che, con una bella energia e volontà, volesse costruire un prodotto – anche pop – però pieno dei contenuti che ci sono stati mettendolo giù in una forma bella, simpatica, brillante, moderna. Si poteva fare un prodotto televisivo, anche di una sola puntata, da mandare in onda, che fosse un reportage, lo spettacolo, la spettacolarità dell’intrattenimento che c’è stato.

E invece?
La loro risposta è stata fottersene altamente. Non degnarsi minimamente di dare attenzione a questo evento che, invece, a livello musicale e culturale è importantissimo.

Quindi?
Questo è uno scandalo. Uno scandalo vero. Non glien’è fregato niente, alle televisioni, di venire a filmare quello. Spendono capitali enormi, enormi, ma e-nor-mi per darli a personaggi che, sinceramente, di spessore ne hanno zero. E fanno becero intrattenimento, senza alcun tipo di interesse verso quello che dovrebbe essere il servizio pubblico. Continuano così, sempre più convinti di trascurare un Premio Tenco.

Ma ti hanno proprio detto che non volevano farlo?
Le risposte, quando ci sono state, se ci sono state, tramite persone che me le hanno riportate – e non direttamente dai personaggi interpellati – sono state: «Abbiamo già impegnato le nostre risorse». C’erano nuovi artisti come Motta, come Fabio Cinti, ma anche grandi già consolidati che hanno vinto Sanremo più volte o riempiono stadi negli Stati Uniti tipo Zucchero, Cristicchi, Elisa. E poi grandi della storia della canzone come Adamo. Sto parlando di nomi che sono enormi. La televisione ha detto che avevano occupato le risorse in un altro modo. Tra l’altro per la prima volta c’ero io che sono un “personaggio” piuttosto popolare. Quindi non capisco dov’è il problema. Sono curioso di sapere dove hanno impiegato le risorse.

Sei molto piccato.
Dovrebbero saperlo, gli italiani, che questa cosa è scandalosa. In quanti altri casi si verifica? Perché io ti parlo di questo perché l’ho vissuto, ma chissà in quanti altri ambiti importanti c’è il menefreghismo da parte dei mass media. Ed è una cosa schifosa.

Senti, ma menefreghismo della Rai a parte, il Tenco ha unito nuovamente te e Andy. Avete suonato insieme.
È stato bello. Finalmente qualcuno che sapeva i pezzi (ride, ndr). Devo dire che Bobo Rondelli è stato anche lui fantastico. Io ho sempre amato Bobo Rondelli.

Ah sì?
Non ha presentato le sue canzoni al Tenco, ma era presente in tutte queste serate e, soprattutto, nel “dopo Tenco”. È davvero un’interprete incredibile. Non lo conoscevo sotto questa veste. Mi piacerebbe produrre un disco di Bobo Rondelli degli Ottavo Padiglione, perché è davvero una grande rockstar. La gente non sa che il nostro Iggy Pop è Bobo Rondelli. Con Andy abbiamo fatto questa versione di Personal Jesus proprio con lui.

Ok, ma Bobo Rondelli a parte, torniamo a Andy.
Con Andy ci suono bene, da quando avevamo sedici anni. Abbiamo fatto tre album dei Bluvertigo che erano dei concept album. Adesso nei dischi ci sono questi frammentini, che sono le canzoni, ma sono tutte sganciate l’una dall’altra. Non c’è mai un nesso, una relazione. È dura vedere uscire, adesso, un concept album, ma anche ascoltare una canzone dall’inizio alla fine.

Addirittura.
Io non vedo più nessuno che lo fa.

Effettivamente vanno molto i singoli e molte delle canzoni degli album, fatta eccezione di due o tre pezzi, hanno il sapore del riempitivo.
Infatti. Sai che ho fatto il remake, nel 2005, dell’album di De Andrè Non al denaro non all’amore né al cielo?

Sì, certo.
È stato l’unico caso di remake integrale.

Non pensavo.
Ci sono stati altri album, però più deformanti. Mi riferisco, ad esempio, di Let it be dei Laibach o di Dub Side of the Moon degli Easy Star All-Stars o di The Dark Side of the Moog di Klaus Schulze e Pete Namlook. Ci sono stati remake alteranti, anche parodistici. Il mio è più paragonabile a Psycho di Gus Van Sant, ma nel cinema ci sono un sacco di esempi che si possono fare. Nella musica il mio è l’unico che io posso fare. Fabio Cinti, ad esempio, è stato premiato al Tenco per aver fatto tutto La voce del padrone di Battiato.

E come l’ha fatto?
Con un arrangiamento che lui chiama adattamento gentile, ma sostanzialmente molto rispettato nell’arrangiamento originale. Non come timbri, ma come parti sì. Anche questa operazione va nella direzione di ripristinare l’integralità, l’organicità, l’integrità di un lavoro completo come un album. Che è quello che, ad esempio, può far paragonare la musica leggera alla musica classica, perché le strutture della musica classica sono molto ampie, come l’opera.

Spiega un po’, che mi interessa.
Come la sinfonia. Sono ampie, sono estese, sono complesse e ricche di elementi. Non sono un pezzettino di due minuti.

Cioè?
Nel senso che Beethoven ha Per Elisa che è una pagina d’album, una cosa sganciata. E infatti possiamo considerarlo il singolo. Però, poi, sappiamo che le sinfonie di Beethoven durano molto, le sonate di piano durano tanto. Quando si ascoltano, si ascoltano fino alla fine e si ha un’esperienza musicale che ha un certo peso. Mentre ascoltare frammenti è una cosa che passa via subito. È come vedere due minuti di un film. Cosa ti lascia?

Ok, ma cosa vuoi arrivare a dire?
Che è importante riportare il concetto di album, così gli si dà più forza. La musica ha una importanza che è quella che non ci dà il permesso di interrompere un pezzo, dopo 10 secondi, dall’alto della nostra ignoranza. Come fanno tutti, che parlano al telefono dopo 10 secondi che hanno ascoltato un pezzo. E poi, dopo, chiudono il telefono, il pezzo finisce, e ti dicono anche cosa pensano.

Una canzone, un disco si devono ascoltare senza interruzioni quindi. E Metallo non metallo, il disco della consacrazione dei Bluvertigo, che ha ormai 20 anni, si presta bene e resta molto attuale.
Sì, assolutamente. È bello questo disco, ma io preferisco Zero. Perché Metallo non metallo è un po’ oscuro. È anche un po’ scuro, come suono.

Dici?
Si arrivava da una musica piena di riverberi e di acuti. E allora, la tendenza che avevamo, era quella della musica bella che c’era all’epoca come Zooropa degli U2, Us di Peter Gabriel, First Day di David Sylvian e Robert Fripp. Tutti album molto scuri, che al limite davano spazio di equalizzazione in alto solo alla voce, ma tutto il resto era come chiuso in un tubo. Anche noi facevamo così, facevamo un sacco di arrangiamenti pieni di sovraincisioni, ma poi tutto veniva messo nell’imbuto dell’equalizzazione che scuriva col risultato che le canzoni sono molto intufate. (ride, ndr)

Non pensi, allora, che si potrebbe fare qualcosa, magari di celebrativo?
Be’ mi piacerebbe rimettere mano a questo album e dargli un po’ di luce. Riaprire tutto quello che abbiamo segato con gli equalizzatori, perché è un peccato.

Cosa in particolare?
Siccome ha degli arrangiamenti molto belli, non brillano, ecco. L’unica critica che faccio al disco è questa. Però è un’autocritica.

Ma perché non ci rilavori davvero?
Ho cominciato a fare questo lavoro di remissaggio dei pezzi dei Bluvertigo e ho fatto alcune cose di Acidi e basi, ma ovviamente solo per diletto. Ho tirato fuori le tracce che erano rimaste chiuse nel mix come, ad esempio, quante chitarre Marco Pancaldi (chitarrista dei Bluvertigo dal 1992 al 1996, ndr) sovraincideva. Non si possono neanche contare. Quindi, riprendendo le tracce, si possono fare versioni mix, completamente diverse, pure delle stesse performance, ma bisognava fare delle scelte. E di 24 sovraincisioni di chitarra uno ne sceglie quattro e cerca di organizzarle nella stereofonia. Se ne prendi altre quattro viene fuori un altro arrangiamento, eppure è lo stesso pezzo.

Ma, tornando a noi, ancora nulla di celebrativo per il ventennale di Metallo non metallo?
Arriverà anche questo momento. Però, siccome sono impegnato anche nel fare musiche nuove, non è che posso continuamente fare i remake.

E allora qual è il tuo progetto imminente?
Quello che sto per pubblicare.

E vale a dire?
Tutta una valangata di lavoro inedito, che è racchiuso in varie caselle che sono tutte distribuite in una situazione online che richiederà l’abbonamento. Però nel primo semestre è gratuito.

Come funzionerà?
Ogni giorno invio, a chi è iscritto, uno di questi miei prodotti della creatività. Per cui, tutti i giorni, hai una canzone inedita. E la metti nella casella dove la devi mettere. È un sistema tassonomico.

E cosa mi dici del progetto Cantautore, in cui il pubblico sceglie a chi fare interpretare la canzone?
Rientra nello specimen che si chiama musica sociale. Ognuno dei brani del progetto ha un suo universo ed è la punta di un iceberg. Poi lo metti nella casella, che è la sua posizione corretta, nella catalogazione. E alla fine dell’esperienza si ha un quadro completo, si capiranno i percorsi.

Ok, ma come definiresti questo progetto?
Una specie di albero, che ha tante diramazioni, le foglie sono le canzoni e io sono… la pigna che cade! (ride, ndr). No, io sono il tronco.

Ma dimmi una cosa, i Bluvertigo torneranno o no dopo che il disco Tuono – Tono, tempo, suono è stato annunciato, ma mai pubblicato?
Non lo so. Sicuramente torneranno le mie canzoni, che poi sono anche quelle dei Bluvertigo. E almeno questo, è certo.

Riallacciandomi a quello che hai detto prima sul disinteresse della Rai, televisivamente parlando, nell’epoca di X Factor e Amici, ha ancora ragion d’essere una manifestazione come il Tenco?
Assolutamente. I talent si occupano solo di interpretazione vocale e non di scrittura di canzoni. E poi non c’entrano nulla come metodologia e come struttura. Il premio Tenco sono delle targhe che vengono consegnate alle realtà consolidate che sono sul mercato. Il talent vuole mettere sotto contratto discografico chi ancora non fa dischi. E questo è un altro problema.

Dimmi un po’…
Se pensi che, su 40mila giovani che in un anno si iscrivono a un talent show, ne passano 12 e di questi 12 ne vince uno. Se tutto va bene forse qualche disco lo vende e, normalmente, l’anno dopo no. Io non lo so se conviene, sinceramente. Considerando che tutti gli altri rimanenti 40mila (meno uno) hanno la garanzia di non fare più niente nella vita, non è che sia proprio fantastico.

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