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Morgan: «A ‘X Factor’ nessuno ha le palle di fare scelte musicali vere»

Il 16 settembre ripartirà il talent e Morgan ne ha per tutti: i discografici che lo hanno cacciato, il "talebano" Agnelli, Mika spaventato dal suo «approccio selvaggio», le sanguisughe che sfruttano i talenti. E ovviamente Fedez (e i suoi suggeritori): «Pare abbia fatto anche un disco, è vero?»

Foto: Stefania D'Alessandro/WireImage

Hai visto che riparte X Factor? «Che cosa riparte?». In tv sta per tornare il programma al quale hai partecipato anche tu per sette edizioni. «Quello dove detengo il Guinness dei primati per averne vinti cinque. Ma c’è ancora?».

Fra messaggi e vocali WhatsApp, chiamate e videochiamate, grafiche e contenuti del prossimo libro di oltre 400 pagine e ancora gli echi del mastodontico audiolibro di cinque ore appena uscito, tra un concerto e l’altro in giro per l’Italia che riprende in diretta Instagram, dialogare con Morgan è una esperienza multisensoriale, multidisciplinare, che proietta nel multiverso a prescindere dall’argomento di partenza. Stavolta abbiamo scelto il talent di Sky perché l’ombra di Marco Castoldi, in arte Morgan, incombe ancora su un format arrivato alla quindicesima edizione, che lo si voglia ammettere o meno.

Prima di tutto si stupisce per la scelta del presentatore, che quest’anno sarà Ludovico Tersigni al posto di Alessandro Cattelan: «Pensa se l’avessi fatto io, sarebbe stata una bomba!», ma subito dopo spiega perché quel contenitore ha perso tutta la carica dei primi anni: «I discografici lo hanno iper-standardizzato dopo avermi voluto cacciare». Non è migliore la sua opinione dei vari giudici che si sono alternati. Manuel Agnelli? «È l’unico che mi ha un po’ sostituito» però «i Måneskin se lo avessero ascoltato non avrebbero mai vinto Sanremo e l’Eurovision». E sulla band ormai diventata globale, più che influenze dagli Afterhours rivede quelle «dei Bluvertigo ma de-intellettualizzati». Per non parlare di Fedez: visto che «la musica non è il suo campo, con lui vorrei discutere di algoritmi di Instagram».

Quindi, quali sarebbero oggi i suoi quattro giudici ideali? «Maria De Filippi, Red Ronnie, Silvio Berlusconi e Carlo Verdone. E naturalmente io come presentatore». Ça va sans dire…

In Italia sta per ripartire la quindicesima edizione di X Factor e il primato di vittorie di un giudice, a livello mondiale, è ancora tuo: cinque su sette. Come ti spieghi che nessuno abbia fatto ancora meglio?
Non saprei, ma onestamente credo non sia successo niente di interessante in questi ultimi X Factor, proprio perché partono da una prospettiva di proposta musicale blanda e non interessante. Cioè, lì in mezzo non c’è nessuno che abbia avuto le palle di assumersi delle responsabilità di scelte vere, musicalmente parlando. Da quando me ne sono andato, sette edizioni fa, la sola novità sono stati i Måneskin. E infatti, non a caso, appartengono all’unico giudice che dopo di me ha svolto un discreto lavoro. Sto parlando di Manuel Agnelli che, a parte i capelli, mi ha un po’ sostituito.

A parte i capelli, Manuel Agnelli è stato il tuo erede?
Agnelli viene da un tipo di rock che si può in un certo modo considerare l’opposto esatto di ciò che i Måneskin rappresentano. Loro hanno una vena funk e di base sono glam. Per questo hanno collaborato con Iggy Pop. E sono convinto abbiano anche un background non manicheo, non retrogrado, bacchettone e talebano come quello di Manuel. Lui per esempio non ha mai compreso la musica degli anni ’80, che per lui è arabo, di fronte alla quale si batte il petto come la scimmia di Kubrick davanti al monolite. Non ha compreso l’elettronica, la disco music, il funky. È in grado semplicemente di capire il rock, nelle varie sfaccettature del blues, del country e già il rock inglese credo gli sembri da “fighetti”, questa è la parola che userebbe volentieri.

Un po’ impietosa come valutazione dell’unico che ritieni abbia fatto un buon lavoro…
Se i Måneskin avessero ascoltato davvero quello che gli ha consigliato Agnelli non avrebbero vinto Sanremo e non sarebbero stati compresi internazionalmente all’Eurovision. Lui non c’entra niente con il loro modo di stare sul palco. La loro forza non sono i testi o le sonorità, anche se sono ottimi, ma la teatralità e in questo lui non c’azzecca nulla. Piuttosto, i Måneskin mi sembrano una versione de-intellettualizzata dei Bluvertigo, cioè senza la consapevolezza intellettuale e la ricerca che avevamo noi. Niente a che fare con gli Afterhours. Però bisogna ammettere che Manuel è l’unico che è stato in grado di partorire qualcosa di decente dopo di me a livello di mercato discografico.

Quindi, oltre allo spettacolo televisivo, credi che X Factor non sia più stato in grado di produrre artisti in grado di durare nel tempo?
Questo pensiero lo rivolgo ai signori discografici, i quali sono i veri responsabili della mia cacciata da X Factor e della mia assenza dal mercato discografico odierno. Sono tanto convinti della ingestibilità di Morgan quanto del fatto che volentieri incassano i risultati dei dischi di Noemi, Marco Mengoni, Michele Bravi e di tutti gli altri cresciuti grazie al mio lavoro. Ma a loro manca la capacità di riflettere in maniera sensata sul loro stesso settore. Cacciare Morgan ha significato rendere X Factor un prodotto iper-standardizzato e che alla fine è imploso senza più risultati.

Verrebbe da chiedersi quale futuro ci possa essere per una discografia come quella che descrivi.
Quando io ero nel programma e libero di lavorare, come nelle prime edizioni, si sono visti risultati ineccepibili musicalmente. Per questo la discografia italiana si è montata la testa, concentrandosi solo sui talent e mollando tutto il discorso impostato negli anni ’90 con gli investimenti sulle etichette indipendenti all’interno delle major, sulla ricerca, su vie alternative al mainstream e alla musica radiofonica. Un lavoro basato su musicisti come Bluvertigo, Subsonica, Casino Royale, C.S.I., Daniele Silvestri, Tiromancino. Un periodo nel quale la discografia sembrava essersi risvegliata, tornando agli albori, a quegli anni ’70 quando la Cramps riuscì, senza scimmiottamenti esterofili, a far emergere la PFM, gli Area, Eugenio Finardi e Franco Battiato. Un terreno musicale su cui ancora adesso si basa la nostra musica.

Torniamo ai giudici, visto che alcuni li conosci bene. Per esempio Mika, con il quale hai condiviso due edizioni di X Factor.
A parte che Mika con X Factor non c’entra molto. Primo: non è italiano. Secondo: a X Factor non ha mai partorito nessun grande artista che si ricordi. Io invece sono lo scopritore di Noemi, Marco Mengoni, Michele Bravi, Chiara Galiazzo, i Cluster, Antonio Maggio, Matteo Becucci e tanti altri. Direi che non c’è proprio gara… Diciamo che Mika ha trovato l’America in Italia, un Paese che con la solita esterofilia cronica si è prostrato ai suoi piedi. Ma sono contento per lui, perché se lo merita e personalmente lo reputo una brava persona, forse più vero di molti altri, e sicuramente ha una gran classe. È un dandy e come tale è colto e gentile.

Il vostro rapporto, anche personale, era l’elemento inedito che più aveva trascinato quelle edizioni. Poi cos’è successo tra voi?
Devo essere onesto, a parte i sorrisi che si fanno per educazione e gentilezza, non credo abbia fatto tesoro del mio slancio. Mi riferisco alla mia disposizione a farlo entrare nel mio universo. Ciò significa ad esempio che gli ho fatto conoscere la grandezza dei cantautori italiani, dandogli gli strumenti cognitivi per poter comprendere la vera differenza tra un grande testo e una stronzata, così da essere autonomo nel giudizio e nella conoscenza del patrimonio artistico italiano della canzone d’autore, cosa che gli è sicuramente servita molto nel fare tutte le assegnazioni che ha fatto.

Ricordo che al tempo si parlò anche di un brano che avreste inciso insieme, ma è rimasto un annuncio…
Gli avevo proposto un’operazione di collaborazione artistica, siamo stati in studio insieme e credo si sia spaventato per il mio approccio assolutamente selvaggio. Da quel momento ha arretrato un pochino, tanto è vero che la canzone Andiamo a Londra alla fine l’ho realizzata solo con i Bluvertigo anziché come duetto con Mika, com’era la mia idea. A frenare questa originale collaborazione di due autori i bastoni tra le ruote li hanno messi sia il programma X Factor che la discografia, rovinando l’entusiasmo di due giudici che si erano “innamorati” reciprocamente.

Visto che sei in vena di polemiche, ti faccio notare che su YouTube da tempo gira un video nel quale Fedez, durante una diretta con i fan, spiega di quando a X Factor lo hai bullizzato.
Cosa vuoi parlare di Fedez… dicono che quel ragazzo abbia fatto anche un disco, è vero?

Vedi che allora lo bullizzi?
La verità è che lui mi ha bullizzato. Ti racconto perché ha iniziato a prendersela con me. Credo di avergli detto che stavo per andare a fare un concerto con un’orchestra, allora lui si è sentito in dovere di inventarsi che anche lui aveva inserito dei violini nel suo disco. Allora gli ho risposto: «Ah, ma allora è vero che hai fatto un disco?». A quel punto è andato a chiamare i suoi amici e ha tentato di percuotermi, inscenando la classica scena di quando ti fai tenere fermo dagli altri. E mentre loro lo tenevano fermo, io avevo la nuvoletta a mo’ di fumetto che diceva: «Ma questo qua che cazzo sta facendo?». Per non parlare dei suggerimenti che riceveva dagli autori…

A cosa ti riferisci?
Un giorno lui ha rivelato al pubblico, come il classico spione, una cosa che gli avevo confidato e mi è sembrato talmente scorretto e infame che ho pensato: «Quasi quasi adesso gli dico di far vedere che cosa c’è dentro a quel finto libro che ha davanti».

E cosa c’era dentro?
Si trattava di una sorta di agenda scavata e all’interno teneva un iPad nascosto con il quale riceveva i testi in diretta cioè le cose che lui doveva dire in sede di giudizio. Aveva due autori solo per lui per scrivergli quello che doveva dire. Una volta gli ho sentito dire questa frase: «David Bowie è un sole che splende e tu sei stato splendente». Ho pensato: «Ma questo o è svalvolato o qualcuno gli sta suggerendo queste fesserie». In effetti si trattava di un suggeritore piuttosto incompetente… Mi fece molto ridere, però quella volta non lo sputtanai. Lo sto facendo ora per la prima volta.

Se per caso domani Fedez ti chiamasse, dicendoti: «Marco, lasciamoci alle spalle il passato, vorrei fare una canzone con te», accetteresti?
Una canzone con lui? Sono uno senza preconcetti, ma dovrei vedere la proposta e sinceramente non è che non stia nella pelle… Con lui mi piacerebbe molto di più affrontare il tema Instagram.

È una battuta?
No, anzi, trovo che ci voglia molto impegno e conoscenza della materia. In questo periodo mi sta incuriosendo l’algoritmo di Instagram, sono uno interessato agli algoritmi quindi con lui parlerei più volentieri del lavoro di pubblicazione e monetizzazione sui social piuttosto che di musica, visto che non mi sembra proprio il suo campo. E poi la forma canzone non è altro che un algoritmo…

E tu hai scoperto la formula?
Studio la forma canzone da più di trent’anni e, pur essendo la più diffusa forma d’arte in assoluto, nessuno stranamente l’ha formalizzata ufficialmente. Appartiene ancora alla tradizione orale e mi sembrava assurdo. Così, nel 2009 ho iniziato a scrivere un trattato sulla forma canzone, poi ne ho prodotto la rappresentazione grafica per renderlo più comprensibile e visualizzabile in modo che potesse essere capito anche da chi non ha conoscenze specifiche della musica. Un lavoro enorme, ricco di forme, grafici, schemi e tavole illustrate, che è diventato un trattato sulla musica in grado di spiegare la canzone anche ai bambini. Si chiamerà La canzone perfetta, formato da 444 pagine.

Un libro di 444 pagine, che arriverà dopo la pubblicazione de L’audiolibro di Morgan di oltre cinque ore. Ci hai preso gusto a essere fuori mercato?
L’audiolibro è senza dubbio la cosa migliore che io abbia mai fatto in termini musicali e di testo. Lo chiamo audiolibro così ci capiamo sul formato, però non è assolutamente un audiolibro. È un nuovo album di 5 ore e 22 minuti con un sacco di inediti, musica originale, di innovazione, di ricerca, qualcosa di mai ascoltato prima. È un modo totalmente libero e sganciato dagli standard di fare musica. Sono un compositore in costante creatività vulcanica e infatti le 5 ore sono soltanto la selezione di un lavoro che dura 20 ore, se lo vogliamo considerare per la sua vera estensione. Questa è stata una cernita per creare un prodotto che potesse essere messo sul mercato. Contiene svariate declinazioni dell’essere musicista. Le canzoni inedite, la narrazione, i momenti dal vivo, le colonne sonore, poi tutta la musica classica riarrangiata. È come se si entrasse nella testa di chi fa musica e si potesse vedere e ascoltare il mondo attraverso suoi organi sensoriali. Un modo potentissimo di fare musica come dovrebbe fare chi si considera un cantautore.

Torniamo a X Factor o rischiamo di perderci. A breve parte l’edizione 2021, ma se ripensi a quelle sette in cui eri giudice cosa ti viene in mente?
Ho fatto esattamente metà viaggio, sette edizioni, praticamente l’andata e non il ritorno. The rise and fall of X Factor. Di quelle sette ne ho vinte cinque e per questo mi ritrovo nel Guinness dei primati come giudice che ha vinto più talent al mondo. In pratica sono il talent scout numero uno. Le prime tre erano trasmesse su Rai 2 in diretta in prima serata e sono usciti: Marco Mengoni, Noemi, Giusy Ferreri, Michele Bravi, Chiara Galiazzo, Matteo Becucci, gli Aram Quartet di Antonio Maggio, Francesca Michielin, insomma direi che di carne al fuoco per i discografici ne abbiamo data parecchio.

Non tutti, però, erano concorrenti delle tue squadre.
Certo, ma non ho problemi a dire che Simona Ventura, mentore sia di Giusy Ferreri che di Francesca Michielin, ha fatto un ottimo lavoro. Anzi, Simona, nonostante il luogo comune che non si intenda di musica, è la seconda classificata come giudice di X Factor per vittorie, per cui ai suoi detrattori dico: perché Fedez si intende forse di musica? E Mara Maionchi? E Victoria Cabello? La questione dell’intendersene di musica non solo è addirittura malvista all’interno del programma, ma non è necessaria dal momento che, tranne il sottoscritto, ho visto tutti loro con codazzi di consulenti e di “esperti” per poi fare delle misere assegnazioni di pezzi che manco loro avevano mai ascoltato.

Fammi un esempio.
Ricordo Elio quando assegnò un brano di Laura Pausini e io gli dissi: «Ma tu ascolti la Pausini?» e lui mi rispose: «No». «E allora perché lo assegni?». «Perché mi han detto che funziona…». Almeno, la Ventura se assegnava Ramazzotti ne era convinta perché conosceva quel pezzo e le piaceva pure. La follia che è dilagata in seguito è partita da lì: non credere a ciò che si fa, non saperlo difendere, non riuscire a trasferire un’informazione perché non c’è passione. Invece l’arte è l’ambito in cui è proprio la passione a comandare su tutto, perché l’arte è il contrario della sottomissione. E se non sono manco capaci gli artisti di difendere le scelte artistiche e di combattere per affermarle, da chi ce lo dobbiamo aspettiamo? Dai discografici? Dai produttori televisivi? Andiamo bene…

In questi anni lontano da X Factor qualcuno ti più cercato?
I musicisti che avevo in squadra, come Antonio Maggio, Noemi, i Cluster, non solo ci sentiamo ma abbiamo lavorato assieme molte volte dopo il programma. Ho mantenuto i rapporti con i ragazzi, ma paradossalmente i più affettuosi e riconoscenti sono quelli che ho incontrato ad Amici e a The Voice, con alcuni dei quali sto facendo delle produzioni. Diciamo che forse Marco Mengoni è l’unico che hanno forzatamente tenuto lontano da me. Lo hanno costretto a farmi ghosting.

Ghosting, che significa sparire improvvisamente, smettere di rispondere a chiamate, messaggi, mail, anche se fino a quel momento sembrava tutto andasse bene. Ti aspettavi più riconoscenza da parte sua?
Non credo sia colpa sua. Lui sa perfettamente che ruolo ho avuto nel suo destino artistico, ovvero cruciale. È il piccolo mondo italiota della discografia che lo gestisce e lo manovra. Gli fanno quadrato attorno e lo soffocano in qualunque slancio artistico spontaneo gli sorga istintivo. Lui come tanti altri talentuosi performer, nel momento in cui sono macchine da guerra e producono fatturato vengono accerchiati da soggetti sanguisuga che sfruttano il latente narcisismo che ogni persona di spettacolo in qualche misura ha, poi attraverso l’adulazione, bombardandolo di progetti che sono castelli per aria, promesse, servilismo e balle alla fine li manipolano. E così ti ritrovi attorno un mondo irreale, falsato, che non corrisponde alla vera pratica della musica e alla frequentazione di ambienti culturali. Mengoni, come tanti altri, è spremuto come uno strofinaccio. E poi ci domandiamo perché si stranisce?

Qual è stato il tuo momento migliore nei primi sette anni di X Factor?
Ne ho avuti tanti di fantastici, sia come mentore dei miei ragazzi che come divulgatore della bella musica o personalmente come artista. Per esempio, i tre momenti più alti credo siano stati i miei duetti con Ivano Fossati, Francesco De Gregori e Giorgia. Abbiamo fatto cose meravigliose su quel palco. Non puoi che inorgoglirti quando senti De Gregori dire: «Vengo solo a patto di fare un duetto con Morgan». Così come eseguire The Long and Winding Road al pianoforte con Giorgia, un brano che abbiamo completamente improvvisato, è stato molto emozionante.

Quali sarebbero oggi i tuoi quattro giudici e il conduttore (o la conduttrice) ideali per X Factor?
A X Factor come giudice non mi ci vedo più e non ci andrei nemmeno come ospite per suonare. Ma la una giuria ideale sarebbe composta da Maria De Filippi, Red Ronnie, Silvio Berlusconi e Carlo Verdone. E naturalmente da me come presentatore. Sarebbe una tv di alto livello.

Ah già, quest’anno è cambiato il presentatore. Però hanno già scelto Ludovico Tersigni al posto di Alessandro Cattelan.
È l’unica cosa che mi divertirebbe e pensa, onestamente, che figata sarebbe se io avessi il ruolo di presentatore. Una bomba! Anche perché ancora oggi la gente associa me a X Factor e non il seppur bravissimo Ludovico Tersigni. E allora come mai si tirano la zappa sui piedi?

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