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L’intervista ai Mogwai, quelli che sanno davvero suonare la chitarra

Hanno appena pubblicato un album che ripercorre vent’anni di carriera. Ci hanno aperto le porte dello studio di Glasgow e lì abbiamo conversato di web, rum, Pirlo. E di evoluzione del pop

La formazione attuale dei Mogwai. Foto: Brian Sweeney

La formazione attuale dei Mogwai. Foto: Brian Sweeney

Davanti a un edificio di mattoni rossi, sotto l’aria bagnata del cielo di Glasgow, aspetto che qualcuno apra la porta del Center of the Arts. Dentro, da qualche parte, ci sono i Castle of Doom Studios dei Mogwai, una delle band post-rock (scusate) più importanti della storia. Citofono a casaccio finché una vocina mi risponde: «I’ll come and get you». Il solenne portone di legno si apre e mi trovo davanti una figura piuttosto incongrua rispetto allo scenario. Un tipo in t-shirt, jeans e calzini mi fa cenno di entrare e seguirlo. È Stuart Braithwaite, leader dei Mogwai. Lui, in persona. Camminiamo silenziosi nel grande atrio deserto, di quelli in cui ti aspetti di sentire rintoccare i passi di uno studioso di scienze naturali in giacca di tweed. E invece il leader di una delle band più fighe degli ultimi vent’anni ai piedi ha solo dei calzini felpati. Tutto questo mi piace un bel po’.

Arriviamo allo studio di registrazione. Su un divano c’è seduto Martin: occhialini e cappellino, il batterista. Dominic, barbuto spilungone, si aggira nelle stanze incollato al suo telefonino. Lui è al basso e chitarra. Mi offrono del caffè e chiedono al fonico che sta lavorando al loro ultimo progetto se gli diamo fastidio. Lui dice di no e continua a mixare, lasciandoci in sottofondo il tipico suono Mogwai da colonna sonora, lento e ipnotico. «Stiamo facendo un album usando i pezzi della soundtrack di Atomic. È un documentario BBC. È figo. Comincia con la scoperta dell’atomo e arriva a Hiroshima e all’energia nucleare. Poi faremo un piccolo tour, suonando durante le proiezioni», dice Stuart. Martin ci porta a fare un giro nella sala.

Dopo aver aperto un paio di porticine arriviamo in uno sgabuzzino minuscolo senza finestre, ghiacciato, completamente occupato dalla batteria. «Qui suono io, dice». Ehm. Davvero? Ma non c’è nemmeno una finestra. «Già. Mi chiudo qui e ci parliamo attraverso il microfono». E non hai freddo? Sembra una cella. «No. Sto da Dio qui». Stuart arriva con delle belle tazzone di caffè – ne servono un bel po’ per sopravvivere alla gloomyness di Glasgow. Ne porge uno al latte a Martin, che protesta: «Ma io non lo prendo con il latte!». Stuart: «Da quando». Martin: «Da sempre». Ah, ok, penso io. Sono davvero i Mogwai. Vent’anni insieme e non si ricordano di come prendono il caffè.

Hey, dico a Stuart, mi hanno fatto vedere la stanza del batterista: «Ah sì, quella. Una volta ce lo siamo dimenticato lì. È rimasto chiuso dentro per due ore». Risate. Ci stravacchiamo sui divani di pelle – i Mogwai sono questo: stravaccarsi sui divani, prendere le chitarre e iniziare a giochicchiarci. Poi, se sei i Mogwai, vengono fuori un suono unico al mondo e una dozzina di dischi in vent’anni, celebrati da questa specie di best of, una raccolta di pezzi che «gli piacciono molto», più inediti e rarità, come usa dire. Io, ora, non saprei citarvi i miei pezzi preferiti dei Mogwai.

Mi piacciono tutti ed è come se per vent’anni avessero suonato un’unica infinita opera – con variazioni minime eppure misteriosamente fondamentali per costruire il desiderio di volerne ancora. «Stiamo per partire per l’Indonesia. Suoniamo lì e a Singapore», dice Martin, con la vocina sottile che mal si accompagna al suo marcato accento scozzese. «Non so perché, ma lì ci amano molto». Cerco di immaginare cosa possa provare un ragazzino indonesiano che ascolta i Mogwai. Martin continua: «È grazie a Internet! La nostra musica può andare ovunque, anche in posti in cui le radio non hanno mai passato un nostro pezzo».

I vostri concerti sono sempre pieni di gente. E voi non fate esattamente hit o pezzi da cantare tutti in coro. Siete una cosa che sta a metà tra il rock’n’roll e la musica contemporanea. «All’inizio volevamo fare un EP e dei concerti veramente “loud”. Poi abbiamo fatto un album. Poi ne abbiamo fatti altri e ora sono vent’anni che suoniamo insieme». Hey, Stuart, non ti senti un po’ come se fossi una pianta di mango a Glasgow quando suoni in India o Singapore? Siete esotici! Se la ride.

E quindi avete ’sto disco celebrativo dei vent’anni, insomma, tocca parlarne. Stuart si accartoccia sulla sedia e ride. «Sì, è strano. Abbiamo iniziato io e Dominic a suonare insieme con un batterista che poi si è trasferito in Australia. Quindi ce ne serviva uno e io mi sono ricordato di Martin. Andavamo a scuola insieme. L’ho chiamato e ha cominciato a suonare con noi.

Eravamo molto molto seri, perché la musica che ci piaceva era molto seria: Sonic Youth, Joy Division». Appare Dominic. «Io avevo suonato in un paio di band che non mi piacevano per niente. Quando abbiamo cominciato noi, ho pensato: io un disco così lo comprerei! Per quello anche io l’ho presa seriamente. Ma è divertente, una figata. Quando vedo o sento di band che si sono stancate di suonare, non ci credo». Io sì: non avete mai dovuto tirare fuori una hit, convincere produttori, vendere dischi, passare in radio. «Sì, probabilmente hai ragione», dice Stuart, «per di più, se punti a soldi e successo, poi non sei mai contento. Ne vuoi sempre di più, no?». Sì, tipo il whiskey. Hey, è vera la storia che avete fatto un vostro whiskey? «Ah sì. Beh, non era proprio nostro», dice Dominic, «era buono e ci abbiamo messo l’etichetta. È finito purtroppo. Però abbiamo il nostro rum».

È vero, ce l’hanno, me lo portano. Il rum Mogwai. Rum scozzese? Si ride. La conversazione è sparsa e dondolante come la loro musica in sottofondo. Si saltella da un argomento all’altro come in una conversazione tra amici annoiati dalla consuetudine. Lo scenario migliore possibile, insomma.

Dicevo prima del fatto che è difficile isolare questa o quella canzone nella vostra produzione. La differenza più sostanziale sta nell’approccio che avete con le colonne sonore, in cui c’è più elettronica e tastiere, anche se in Rave Tapes, il vostro ultimo disco, un po’ di elettronica c’è. «Ah sì. A certa gente le tastiere non piacciono. Alla maggior parte piace una cosa sola: le chitarre che partono tranquille e poi s’incazzano fino ad andare in feedback. Li capisco, peraltro», dice Dominic.

Eppure, secondo me, ecco, siete molto melodici, in un certo senso. «La melodia è l’unica cosa che conta. Ti serve. Per divertirti e per agganciare le persone alla tua musica. Senza melodia c’è solo rumore.E il rumore puro non è musica», dice Stuart. E aggiunge: «Beh, dove si va a cena?». Non lo so, poi vediamo, parliamo di calcio. La colonna sonora di Zidane (il film di Douglas Gordon e Philippe Parreno sul grande calciatore francese, ndr) è magnifica e rende tale anche il film. È come se la vostra musica fosse rimasta per anni in attesa delle immagini giuste. «Sì. È una cosa che ci hanno chiesto di fare per anni. Poi abbiamo fatto Zidane. Strano che ti piaccia, visto che sei italiano. Ha dato una testata a Materazzi!». Oh beh, di quello chissenefrega. Abbiamo vinto la Coppa. Puoi prenderci pure a testate, ma alla fine vinciamo noi. Stuart ride. Hey, non c’è niente da ridere! Piuttosto, c’è un calciatore cui dedicheresti un film oggi? «Sì. Pirlo». Bravo. Risposta esatta. E senti, che ti ha fatto di male Damon Albarn? «Boh, chi se ne frega». Beh, avete fatto anche delle magliette con su scritto “Blur suck!” «Sì. Non ci piaceva la sua musica, era l’opposto di quello che pensavamo fosse giusto fare. Ma non me ne importa niente oggi, davvero. Forse sono diventato grande. Sembrava una cosa divertente al tempo».

E c’è qualcosa che ti piace del pop contemporaneo? «Sì. Il primo album di Lady Gaga era ottimo. Anche la nuova canzone di Missy Elliot è buona. Jay-Z anche mi piace. Le cose sono molto cambiate negli anni. Una volta c’era un senso di appartenenza a un certo tipo di musica che ti portava a odiare tutto quello che non ti piaceva. Oggi non è più così. Si trova qualcosa di buono ovunque. L’anno scorso per la prima volta nella storia della musica sono stati venduti più dischi vecchi che novità. La gente si sta facendo una cultura. Ha anche a che fare con l’età e il periodo.

Negli anni ’90 si spendevano un sacco di soldi per gente priva di talento. Questo mi faceva incazzare. Oggi il pop è molto più sofisticato, la gente ne sa di più, è più difficile essere ignoranti e quindi il livello qualitativo si alza». Ok, bene. Andiamo a cena. Posso fare delle brutte foto? Il problema di voi idoli del post-rock è che non siete molto fotogenici. «Sì, cazzo. Quello è IL problema». E niente, ridono di nuovo tutti. Le rockstar di culto sono così. Rilassate. Ciao Mogwai, grazie, alla prossima.

Questo articolo è pubblicato su Rolling Stone di dicembre.
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