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Mogol: «Battisti cantava il nonsense di Panella per evitare paragoni con le nostre canzoni»

L’uomo da 500 milioni di copie vendute parla di Pasquale Panella, del rapporto con la vedova Battisti, della pubblicazione dell’inedita ‘Il paradiso non è qui’ e di quando, sul tavolo operatorio, ha accettato l’idea di morire

Quando si pensa a Mogol in automatico la mente rimanda a Battisti, eppure c’è un dato che, se analizzato meglio, potrebbe farci comprendere la portata del suo valore artistico, con e senza quel magico sodalizio. Secondo i calcoli della Siae – dei quali lui stesso, incredulo, ha chiesto un riconteggio che non ha cambiato di una virgola il risultato – i dischi venduti a livello internazionale a firma Giulio Rapetti Mogol hanno raggiunto la cifra monstre di 523 milioni di copie. Quelli di Lucio solamente, si fa per dire, 25 milioni. In Italia, lo guarda da lontano persino Celentano con 200, mentre all’estero è dietro soltanto ai Beatles (1 miliardo) ed Elvis Presley (600 milioni), mentre si lascia alle spalle Michael Jackson (400), Madonna (300) ed Elton John (250).

La matematica non è tutto, in particolare in ambito culturale, ma aiuta a collocare nella storia l’autore di 29 settembre, Un’avventura, Mi ritorni in mente, La canzone del sole e decine di altre pietre miliari arricchite dalle note del geniale musicista di Poggio Bustone. Senza dimenticarne alcune precedenti, come Perdono per Caterina Caselli, Una lacrima sul viso per Bobby Solo, A chi per Fausto Leali, Riderà per Little Tony, così come tante successive: Impressioni di settembre per la PFM, Oro per Mango, Se stiamo insieme per Cocciante o L’emozione non ha voce per Adriano Celentano. Se aggiungiamo che ha fondato la Nazionale cantanti e il Cet (Centro Europeo di Toscolano), scuola che ha accompagnato al diploma 2800 studenti e che collabora con una delle migliori al mondo come la Berklee di Boston, allora inizia a girare la testa. Eppure, non basta.

“Il mio mestiere è vivere la vita” scrisse in Una donna per amico. E che vita. Parallelamente porta avanti progetti per l’aiuto dei migranti e ultimamente dalla sua passione per la medicina ha messo a punto un preparato di olii essenziali che attraverso un diffusore aiuterebbe nel contrasto ai virus (lo stanno testando all’ospedale Spallanzani di Roma e all’università di Chieti). Restando alla musica, la battaglia alla quale tiene di più si chiama Direttiva Copyright perché, da presidente della Siae, ritiene fondamentale aiutare gli artisti in difficoltà in questo periodo di emergenza da coronavirus, ma ancora di più permettergli di vedersi riconosciuti i diritti d’autore dalle grandi piattaforme digitali, che sul loro lavoro fatturano miliardi senza restituire un euro. Ma forse per la prima volta, Mogol ha risposto anche a questioni decisamente più private. Sui dischi bianchi con Pasquale Panella, ha rivelato la confessione di Battisti: «Ho preferito il nonsense all’inglese, perché non volevo le paragonassero alle nostre». Sulla vedova del cantante ha annunciato: «Il capolavoro inedito Il paradiso non è qui uscirà a breve, sono pronto ad andare in tribunale». Fino a raccontare di quel giorno in cui si trovò in fin di vita: «Avevo accettato senza ribellione il mio destino».

L’Italia sta provando a ripartire, ma l’unico settore ancora fermo e che rischia i contraccolpi più duri è quello degli eventi dal vivo. Ci sono degli spiragli?
Gli spettacoli sono in ginocchio e di conseguenza mancano i diritti d’autore. Abbiamo un 30% di introiti non percepiti perché le grandi piattaforme digitali si oppongono alla Direttiva Copyright già approvata dall’Europa. E nonostante alcuni Paesi la facciano già rispettare, il governo italiano non l’ha ancora recepita e non sa darci una motivazione, nonostante apertamente nessuno dica di no. Chiederemo a tutti i partiti e alle istituzioni di pronunciarsi, perché queste multinazionali non pagano le tasse e i diritti d’autore. Stiamo parlando di miliardi. Senza voler fare un discorso nazionalista, ma contribuiscono anche le parrocchie con una cifra simbolica ogni mese e quindi tutti devono mettersi in testa che i creativi vanno retribuiti.

Intanto la Siae ha stanziato un Fondo di solidarietà di 500 mila euro per 2500 pacchi alimentari che saranno distribuiti agli associati in condizioni di indigenza, di invalidità e in precarie condizioni di salute.
Noi abbiamo 90 mila associati che percepiscono mediamente meno di 1000 euro al mese senza contributi. Prima i musicisti guadagnavano, adesso non più. I pacchi viveri servono ai moltissimi che non hanno da mangiare. E in questa situazione non si parla di diritti d’autore. È solamente il compenso che gli spetta. C’è un silenzio sospetto. Non solo dei politici, anche dei mezzi di informazione. Ma ho saputo da alcuni europarlamentari che ci sono delle lobby spaventose che si oppongono con tutti i loro mezzi.

Insomma, la politica è ostaggio di queste lobby?
C’è stata un’inchiesta che ha stabilito come l’Italia abbia dato il maggior numero favorevole di pareri all’approvazione della direttiva, pari all’86% della popolazione. Perché il governo non interviene approvandola? Tutti gli italiani devono domandarselo, per capire come agiscono i nostri politici e quindi sapere come votare di conseguenza. Ma gli faremo una domanda chiara alla quale la loro mancata risposta equivarrà alla vergogna. È come se andassi al ristorante e sbandierassi la necessità di mangiare nonostante mi manchino i soldi per pagare. Il ristoratore chiamerebbe i carabinieri, gli artisti non possono farlo. È un furto legalizzato! Devono riparare, sennò rappresenterebbe una macchia sulla bandiera italiana per secoli.

Cosa si sente di dire a tutti quegli artisti che stanno vivendo un momento di grande difficoltà?
Che la salute della gente è più importante dello spettacolo, qualunque sia la bravura di ognuno. Il problema è il contagio. Si potrà tornare a fare live con le dovute limitazioni e cautele, ma non possiamo aprire agli eventi rischiando la vita della gente. Nel nostro caso, stiamo studiando uno spettacolo televisivo nel grande giardino del Cet e daremo quasi 9 metri a ogni persona seduta per impedire qualsiasi contagio. È vero che è un discorso difficilmente adottabile da tutti, però non possiamo far altro che sperare di riprendere presto, perché senza musica è una vita grigia.

La musica infatti ha permesso di sopportare meglio anche la quarantena, con le iniziative dai balconi o degli artisti via social.
Fra tutti, c’è un ragazzo di 16 anni, Gianmarco Gridelli, che mi ha stupito suonando una canzone che avevo scritto nel 1988 che si intitola Gesù Cristo. Viaggia verso il milione di visualizzazioni. Lui è molto bravo, così gli ho riscritto due strofe per attualizzarla, inserendo l’immagine del Papa in una piazza San Pietro deserta. Quell’immagine mi ha ispirato la definizione “bianco di infelicità”. La diffusione del brano fa comprendere il messaggio di cui ha bisogno la gente in questo determinato momento, così come che i ragazzi non sono assolutamente superficiali, visto che in così tanti lo hanno ascoltato denota un buon segno di maturità.

Mogol e i Lombroso

Nel frattempo, ho saputo che ha lavorato a un brano al quale tiene molto con i Lombroso, Dario Ciffo e Agostino Nascimbeni. Si intitola Sentimento rock.
È un brano interessante, uscirà nel loro disco. Mi hanno chiesto di scrivere il testo su una musica molto buona. È una canzone che sottolinea come l’amore sia una cosa viva. Il rock infatti è quanto di più vivo ci sia. È la rivoluzione verso la verità. Io e Lucio Battisti eravamo innamorati del rock.

Il rock quindi non è morto, come qualcuno sostiene a cadenza fissa.
Non può morire! Ha rivalutato la melodia. Prima del suo avvento si rischiava di diventare esageratamente melensi, ma più si annacqua e meno ha sapore. Ha ridato forza alla melodia e valorizzato la ritmica. Quando si cercano i valori si torna sempre al rock, perché è la musica di tutti. Il rap e la trap sono per i giovani, quindi di nicchia. Una grande nicchia, ma il rock invece unisce i giovani agli anziani.

Quindi, se domani la chiamasse un trapper sarebbe pronto a collaborarci?
Perché no? C’è del buono e del cattivo in ogni genere musicale. Non ascolto molta musica, perché ho tante cose da fare, però qualcosa ho sentito. A me non interessa il genere, mi curo del risultato emozionale. Se non provo emozioni come faccio a scrivere in modo da provocare emozioni? Chi mi ispira è sempre la musica.

La ispira da 60 anni. Era infatti il 1960 quando venne pubblicato un suo primo testo ufficiale, scritto insieme a Carlo Donida, per la canzone Briciole di baci. L’anno dopo il primo successo, quando vinse il Festival di Sanremo con Al di là interpretata da Luciano Tajoli e Betty Curtis. Ma un dato è impressionante: 523 milioni di dischi venduti.
Sono orgoglioso, ma non ci credevo e ho dovuto chiedere tre volte il riconteggio. È calcolato a due anni fa, forse sono aumentati (ride).

Non le ricordo tutte le cose che ha fatto, in musica e non. Ma dove trova il tempo?
Sono animato da un grande entusiasmo per la vita. E ho delle passioni, che sono la vera ricchezza, non i soldi. Sa che mi occupo anche di medicina?

Addirittura?
Sì, per esempio ho appena preparato una base di olii essenziali che si mette in un diffusore aereo che è potentemente antivirale. Lo stanno già sperimentando allo Spallanzani di Roma e all’università di Chieti. Non solo, partecipo a molti convegni dove porto i miei studi. Sono convinto che ci si debba concentrare sulle difese globali dell’organismo. Se le teniamo integre è difficilissimo ammalarsi. Presto parlerò con il ministro della salute Speranza, per convincerlo a spostare il fronte della salute verso i soggetti sani, ad oggi non si fa. Voglio mettere insieme altri studiosi su questo tema, per arrivare a una valutazione precisa sull’integrazione delle difese immunitarie prima che arrivi la malattia. È fondamentale!

Nonostante tutto, ha sempre declinato la definizione di “genio” ripetendo che “il 99% è sudore e l’1% è talento”.
Certamente, sono un uomo qualsiasi. Tutti noi possiamo diventare qualcosa di inimmaginabile. La questione riguarda l’approfondimento delle materie. Dobbiamo arrivare ad avere degli automatismi nel cervello che agiscano indipendentemente dal pensiero. Se ripetiamo per 10 mila ore una materia e la conosciamo perfettamente, ci viene in soccorso l’automatismo. Come quando guidiamo, possiamo contemporaneamente parlare con una persona. Oppure se le detto un testo, lei scrive senza pensarci. L’Io psicologico è dovuto a una somma: dna più ambiente. Noi assorbiamo dagli altri tutto quello che ci possono dare. Per realizzare grandi cose bisogna studiare di più e riferirsi a grandi risultati di altri. Senza dimenticare che i maestri sono quelli che ci danno la possibilità di diventare come loro o superarli.

Mogol senatore a vita, da tempo se ne parla. Accetterebbe?
Molti me lo propongono, anche esponenti politici. Devo dire che mi farebbe piacere, però non sono uno che sogna. Non ho mai aspettative. Credo che sia il segreto per essere davvero felici.

Non le sembra di aver esagerato quando affermò che lei e Lucio Battisti in questo periodo dominato dai talent non sareste neanche esistiti?
No, perché sono presenti parametri completamente diversi. Non avremmo la forza di arrivare alle radio, che molto spesso perseguono solo i loro interessi. Non ci sono più i disc jockey, che erano persone libere che decidevano, entusiaste della musica e con competenza, che se qualcosa era bello meritava di essere trasmesso. Oggi lo decide il titolare della radio cosa va in onda.

Se chiude gli occhi e pensa a Lucio Battisti, qual è la prima immagine che vede?
Il suo sorriso. Era radioso, davvero irresistibile! Lui studiava tantissimo. Tutto quello che ha prodotto è perché lo ha prima immagazzinato. Conosceva la musica più nuova in circolazione. Prima si assorbe la cultura, poi si elabora e infine si produce. Mi ha fatto capire che per diventare creativi ai massimi livelli bisogna approfondire ai massimi livelli. Non me ne ha mai parlato di una scuola, però in qualche modo mi ha ispirato la filosofia che mettiamo in pratica al Cet. Un regalo che ho fatto al mio Paese, visto che è una associazione no profit, dove lavoro come insegnante e non ho mai percepito una lira, anzi, ho un credito per averla finanziata nei momenti più difficili.

Nonostante i musicisti siano sempre di più e abbiano a disposizione molti più mezzi rispetto al passato, come mai le produzioni hanno un impatto minore?
La musica ha perso mediamente qualità perché prima veniva selezionata, mentre ora chiunque si mette sui social e il giudizio arriva direttamente dai ragazzi. Come la trap, le cose più interessanti per i giovani fanno emergere il successo. Non ci sono più i professionisti della valutazione, che mediavano con la capacità critica selezionando a vari livelli. Non dico che non si possa trovare ancora oggi musica di spessore. C’è del buono e del cattivo, però ha meno impatto.

Qual è il primo insegnamento che dà ai suoi studenti?
Che è sempre difficile essere bravi e oggi si traduce nell’essere credibili. È l’emozione che conta. Chi ci convince di solito? Chi è sincero! E poi la misura è fondamentale. È inutile gridare a destra e a manca, perché se non sei credibile le parole perdono forza, ammesso che siano belle. Più si canta forte e meno si arriva. Magari si attira l’applauso, ma è ben poca cosa rispetto alle emozioni. Grazie a questa filosofia, il Cet è diventata la scuola più importante insieme alla Berklee di Boston. I docenti hanno tutti cultura internazionale e abbiamo già diplomato 2800 allievi. Molto presto faremo un grande spettacolo, ridando alla cultura popolare il posto che merita.

C’è ancora un inedito scritto da lei e musicato da Battisti che meriterebbe il posto che merita, parlo de Il paradiso non è qui. Non è ancora riuscito ad andare oltre all’opposizione di Grazia Letizia Veronese?
È vero che la vedova Battisti si oppone, ma è un’idea che sto portando avanti. Sono pronto a cantarlo di persona, nonostante non l’abbia mai fatto, per l’amor di Dio. Però se necessario lo farò volentieri. Se come credo Il paradiso non è qui è un capolavoro, perché si deve vietare di inciderlo? L’ho scritto perché Lucio mi ha detto che gli piaceva il testo e sarebbe entrato nell’album successivo, che poi non si fece. Però l’ho realizzato convinto della pubblicazione. Le posso anticipare che a breve farò un album che lo contiene, ci sto lavorando, e se la Veronese chiederà il ritiro andremo a giudizio. Sarà bello in un tribunale far ascoltare la canzone e vedere se ha un valore del quale si può privare gli italiani.

Se domani per caso, voltando l’angolo di una strada, si imbattesse in Grazia Letizia Veronese, cosa le direbbe?
Di certo la saluterei. Ma le faccio una confessione: io prego per la vedova di Battisti. E se le dico questo sono cosciente di non poter dire una bugia. Il problema è che poneva dei veti sulla possibilità di utilizzare le canzoni, per cui alla fine è stato necessario il giudizio del tribunale che ha sancito una cosa evidente. La Veronese ha perso una causa importante, lo sanno tutti, ma il risarcimento per quanto consistente non mi ha ripagato. Io e gli italiani abbiamo perso molto di più.

C’è un’altra questione sulla quale i fan di Battisti si dividono. Riguarda la produzione con lei e quella con Pasquale Panella che consiste nei cinque “dischi bianchi”. Che opinione si è fatto sul percorso che decise di intraprendere Lucio dopo la vostra rottura?
Le spiego il mio pensiero, che poi è un dato di fatto. Con me Battisti componeva le musiche e io scrivevo le parole. Con Panella, Lucio si faceva mandare i testi e ci componeva intorno le musiche. Ma perché, gli chiesi un giorno, visto che la maggior parte sono testi nonsense? E lui mi rispose: “Avevo una scelta, o cantavo il nonsense o in inglese. Ho preferito il nonsense”. E come mai? “Perché non volevo che le paragonassero alle nostre”.

Ricordo che su Rai2, ma si trova anche su YouTube, Pasquale Panella recitò Anonimo, un pezzo scritto da lei per Battisti. Come interpretò quella scelta?
Non lo conosco personalmente. Io sono un autore, lui è un autore, però lo stimo. È stato un signore a recitarla in tv. È un gesto che ho molto apprezzato, lo ringrazio. Anonimo non è solo una canzone, ma la storia della mia vita. Una autobiografia. Contiene persino la scena della vedova che stende i panni al sole e io, a soli 10 anni, che mi innamoro di quella donna che però aveva già 20 anni. Quando si è bambini non si riesce a valutare la differenza d’età come un impedimento.

Quanto conta la fede nella sua esistenza?
Oggi molto. È stato grazie a mia moglie se mi sono avvicinato alla fede. Prima non lo facevo mai, ma ora tutte le mattine mi sveglio e prego almeno mezz’ora. Mi sento tranquillizzato, come se fossi finalmente soddisfatto. La preghiera è consolatoria e senza Dio siamo nulla nel nulla.

Ci pensa mai alla morte?
Tutti i giorni, con molta fiducia e serenità. In particolare, grazie a quello che mi è accaduto due anni fa. Sono stato operato da un grandissimo professore, il primario del Gemelli Massimo Massetti, che fu costretto a dirmi che non avrebbe potuto intervenire sulle mie arterie con lo stent coronarico. A metà dell’operazione, mentre io ero sveglio e cosciente, mi disse: “La malattia è troppo estesa”. Mi subentrò una grande calma. E il primario di chirurgia vascolare, Yamume Tshomba, mi spiegò che l’unico modo era intervenire aprendo tutto. Ero comunque sereno, avevo aderito senza ribellione al mio destino. Questo è più importante di una preghiera: accettare il proprio destino.

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