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Modeselektor, techno con la bussola morale

Dopo il boom di Moderat, Gernot e Szary tornano al loro progetto con 'Extended'. Per dimostrare che si può fare elettronica stando dalla parte "giusta". E quindi, ciao ciao Ariana Grande

Gernot Bronsert e Sebastian Szary, i Modeselektor

Foto: Birgit Kaulfuss

In principio non era Moderat. In principio era il romanticismo digitale di Apparat, e l’urticante techno contaminata dei Modeselektor. È solo successivamente che i due progetti si sono uniti in modo strutturato e sistematico, dando vita a uno degli act di maggior successo nella scena elettronica dell’ultimo decennio. Ma la storia dei tre arriva da lontano. Arriva da una Berlino pre-Berghain, dove la techno era ancora un atto di resistenza e di sotterranei.

Apparat, col suo approccio più gentile e sognante, aveva catturato l’attenzione e la collaborazione di Ellen Allien (all’epoca, l’artista elettronica berlinese per antonomasia: le smorfiette e le marcette di Kalkbrenner – peraltro in origine un giovane protetto della stessa Ellen – arrivarono solo molti anni dopo a diventare la cartolina etico-estetico-sonora della città). I Modeselektor, ovvero Gernot Bronsert e Sebastian Szary, anche loro in origine nella scuderia alleniana targata BPitch, avevano stregato all’epoca dei loro esordi, anno 2005, un signore di nome Thom Yorke, che letteralmente impazzì per loro. Più estroversi, caciaroni e amanti delle folle del loro collega, Gernot e Szary si sono consacrati definitivamente come Modeselektor con l’album Monkeytown del 2011, che figliò parecchie date trionfali (epica una al Sónar Festival).

Il successo del progetto comune Moderat però avanzava instancabile: non fu immediatamente una hit, il primo album, quando uscì nel 2009. Venne fuori alla distanza. Ma venne fuori eccome. E per tutto l’ultimo decennio monopolizzò vita e carriera dei due Modeselektor. Un monopolio che però li portava – in parte – lontano dal richiamo della foresta del dancefloor puro e sfrontato, che è il loro dna originario. Due anni fa il loro ritorno alle origini, col carrozzone Moderat messo volontariamente in pausa, è stato forse un mezzo passo falso (Who Else, un album fatto di grandi promesse e grandi ambizioni non del tutto mantenute). Ora ci riprovano. Con un album, Extended, che non è in realtà un album – e qui spiegano perché – e con l’ammissione la pandemia ha salvato i Modeselektor. Ma ha fatto perdere la testa a molti loro colleghi.

Ah: questa intervista contiene Blixa Bargeld. Perché con Gernot e Szary si è sempre scherzato sul fatto che sono ormai stucchevoli le interviste che chiedono qual è il vero suono di Berlino, ma poi alla fine l’argomento salta sempre fuori. Anche se la chiacchierata inizia parlando di campagne inglesi e camping per famiglie.

La traccia più bella di Extended per me è Bangface. Lo è per la musica in sé, ma lo è anche per il titolo: immagino sia dedicata al festival e, insomma, quel festival lì è una delle cose più strane e bizzarre esistano nella scena elettronica…
Gernot: Esattamente così. Amiamo quel festival, davvero, e sì, andarci ti fa dimenticare tutti gli aspetti non particolarmente positivi che ha assunto la scena elettronica, ormai da molto tempo a questa parte. È un festival a cui… come dire… non frega un cazzo di niente, rendo l’idea?

A partire dal fatto che non hanno un ufficio stampa, non rilasciano accrediti a nessuno…
Gernot: A parte questo, che comunque è qualcosa che fai benissimo a sottolineare perché spiega ancora di più lo spirito della faccenda, è proprio un posto meraviglioso. A partire dalla sua assurdità. La traccia nel nostro disco è preceduta da un’intro

Che si chiama come la località che ospita il tutto, no?
Gernot: Esatto. Ovvero, nient’altro che un campeggio per famiglie, coi suoi bravi bungalow, le sue roulotte statiche, le sue piscinette per bambini, i suoi placidi campi da tennis. Campeggio che una volta all’anno viene colonizzato da gente assurda che ascolta musica assurda e assume un sacco di LSD. Che bellezza! Questo è il vero spirito di libertà da cui è nata la scena elettronica. Spirito che oggi fai veramente fatica a trovare in quello che è diventato il circuito della business techno.

Circuito di cui però fate parte anche voi: non puoi dire di no.
Gernot: E infatti non dico di no. Ma la domanda resta sempre: hai una bussola morale, dentro di te? Ce l’hanno ad esempio i dj techno e house strafamosi che sono andati a suonare a Tulum, a Zanzibar e devo dire tra gli altri posti anche in Italia, a pandemia ancora in corso? Il caso più eclatante è Zanzibar: un Presidente negazionista che ha lasciato tutto aperto, incoraggiando il turismo, morto però alla fine proprio di Covid lo scorso marzo. E la situazione lì ora è drammatica. Questo quando pochi mesi prima vedevi tutta questa sfilata di party techno in spiaggia… Oggi i dj hanno una grande fama e, di conseguenza, un grande potere, un grande carisma. Bene: come vuoi usarlo, questo potere? Sei dalla parte del Bene, o dalla parte del Male? Poi, in tempi normali, puoi suonare ovunque, va bene: noi per dire a Coachella, parlando di festival ormai orientati al business, abbiamo suonato non so quante volte. Ma per noi è ancora importante non dimenticare festival animati da uno spirito diverso, come Bangface.
Szary: Non bisogna creare delle divisioni. Noi, nell’ultimo decennio, abbiamo suonato praticamente ovunque: da Coachella al Bangface, da Ibiza ai piccoli club di provincia, dai grandi festival ad eventi di nicchia. Lo abbiamo fatto consapevolmente.

Ma i Coachella e i festival in generale ormai prioritariamente orientati a fare soldi quanto rischiano di inquinare lo spirito originario da cui nasce l’elettronica? Non è che insomma sono un rischio pesante, che va combattuto?
Gernot: Ma no. Soprattutto di questi tempi, guarda. Il mondo si è fermato, e si è fermato per tutti: anche il Coachella sta perdendo un sacco di soldi, e penso soprattutto a chi ci lavora e alle loro famiglie più che ai piani alti. Ha senso combatterlo ora? Però resta che la musica techno e house arrivano dall’America, da un certo tipo di America. È una musica nata dalle minoranze e spesso in contesti difficili o comunque non abbienti. Questo va tenuto sempre a mente. Al tempo stesso, sarebbe ridicolo se noi due ci fingessimo dei neri dei sobborghi di Detroit. Il nostro dovere è stato ed è tutt’ora avere la nostra via. E la nostra via ha contorni ben precisi, specifici, così come ce l’ha anche la diffusione della musica techno in Europa. Devi insomma essere consapevole di quello che sai e di quello che fai. Sempre. In quanti lo sono davvero? Le nostre primissime date in Italia sono state nei centri sociali – al Leoncavallo a Milano, al Brancaleone a Roma – ed erano organizzate da persone che sapevamo essere nella scena fin dagli inizi, e che sapevamo avere una coscienza politica di sinistra. Ecco, quello era il contesto giusto per noi: se dovevamo iniziare, era giusto iniziare da lì. Poi siamo cresciuti, siamo andati anche in contesti diversi – per curiosità, per voglia di metterci alla prova, perché ci chiamavano e ci trattavano bene – ma mantenendo sempre e comunque un certo tipo di consapevolezza. E matenendo il gusto delle origini: che è sempre stato molto fotti il sistema, molto di contrapposizione al potere costituito. Però, ehi, ora c’è una crisi sanitaria mondiale in corso: quanto ha senso giocare a fare l’antisistema in questo preciso momento storico? Quanto è sano? E quanto è ipocrita farlo solo per avere la scusa – con se stesso e con gli altri – di continuare a prendere delle date anche in piena pandemia? Perché molti lo fanno, molti tirano fuori scuse di questo tipo.

Sì: e sono anche amici vostri. Gente che conoscete bene, colleghi, persone con cui avete condiviso mille cose. Gente che di base sta a Berlino, come voi.
Gernot: Già.

E? Come si fa? Che gli dite, quando li incontrate?
Gernot: Beh, non li incontriamo. Ma perché sono loro che ci evitano: visto che sanno benissimo come la vediamo, su questo argomento. Oh, io adesso non voglio fare nomi, non voglio fare una lista di proscrizione, odio queste cose, ma a queste persone dico solo: «Ehi, tutti vi vedono. Tutti vi conoscono. Sappiamo bene che siete pieni di soldi. Non avete bisogna per forza ora di andare in giro a suonare».

Molti ti risponderanno: «Non lo faccio per me, lo faccio per mantenere i posti di lavoro nella struttura che si occupa di me, nella mia agenzia». Che però potrebbe dire che è sbagliata proprio la dinamica che c’è nel sistema techno, ormai: la classica centrifuga capitalista per cui non puoi fermarti più…
Gernot: Sta a te scegliere con chi e con cosa vuoi lavorare. No? In fondo, una delle ragioni per cui ci siamo buttati così tanto nel progetto Moderat assieme a Sascha (Apparat, nda) era proprio perché ci eravamo stufati delle derive che stava prendendo la scena legata ai dj… e che sta prendendo tutt’ora. Sono derive a cui puoi sottrarti se sei un genio, se sei Aphex Twin o Jeff Mills; noi non arriviamo a tanto. Ma quello che possiamo fare è ricordarci sempre da dove arriviamo, e il perché siamo entrati in questa storia. Avendo il coraggio, di tanto in tanto, di dire anche dei no.
Szary: Ecco, una cosa positiva della pandemia – una delle poche, davvero – è che almeno ora la gente, o almeno parte di essa, ha ripreso a farsi un po’ più di domande. A chiedersi chi è, perché fa quello che fa, quanto è coerente con se stessa. E quali sono le cose veramente importanti. È qualcosa a cui non arrivi subito: ci vuole tempo, è un processo lungo e non una illuminazione improvvisa. Non sempre è facile capire che stai prendendo una china sbagliata. E raddrizzare la barra non è un attimo.

Vuoi dirmi che la stavate prendendo pure voi, la china sbagliata, almeno musicalmente parlando?
Szary: Un po’ sì. Sai, dopo Who Else, il nostro album precedente, ci siamo fermati, abbiamo deciso di bloccare tutto. Poi è arrivata pure la pandemia, a rendere definitiva ed irrevocabile una scelta che comunque avevamo preso già.

Ecco: fatemi dire che io non sono un grande fan di Who Else. Ci conosciamo da tempo, sapete quanto apprezzi la vostra musica, però in tutta sincerità quello mi è sembrato un disco discreto, ma nulla più. Poco ispirato, fatto quasi perché doveva essere fatto, una volta che avevate annunciato che vi prendevate una pausa rispetto al progetto Moderat e riprendevate in mano l’identità Modeselektor…
Gernot: Sai cosa? Io penso che ogni band dovrebbe avere nella propria storia un disco come Who Else. Ora, col senno di poi, non posso darti torto. Cioè, intendiamoci, non è un brutto disco, è anche andato bene come accoglienza ma… sì, confermo, per qualche motivo non siamo riusciti a soffiarci dentro un po’ di anima. Pur essendo un lavoro di alto livello per quanto riguarda la competenza tecnica sui suoni, sul modo di crearli, gestirli, organizzarli, perché su questo credo che comunque abbiamo lavorato bene. Extended è l’esatto contrario: è un disco grezzo, poco rifinito, ma credo abbia di nuovo qualcosa di speciale dentro di sé, lo sento. E lo sente pure Nina Kraviz, che dopo averlo sentito ci ha mandato un sacco di messaggi entusiasti…
Szary: «Sono così felice, che bella musica, ah sì sì!» (imitando l’accento russo, nda).
Gernot: Extended è un disco di musica onesta. Musica che abbiamo fatto per noi stessi e non perché avessimo un tour da lanciare, dei numeri da conquistare, dei festival grossi in cui farci mettere da headliner. La pandemia ha messo in stop tutte queste dinamiche un po’ così e noi, insomma, ne abbiamo approfittato: è stato veramente benefico. Sarà sincero, non ci fosse stato il Covid forse Modeselektor come progetto non sarebbe sopravvissuto. Perché Moderat è stata per noi due veramente una botta di energie, di stimoli, di sollecitazioni: abbiamo fatto Who Else quando l’abbiamo messo in pausa, ma in realtà eravamo ancora in piena convalescenza post-Moderat e, onestamente, non so se saremmo riusciti a riprenderci per tornare a focalizzarci veramente su quello che è Modeselektor, su quelle che sono in realtà le nostre vere radici. Non è un caso che Extended non sia nemmeno un vero e proprio album ma un mixtape, sai. Non è per nulla un caso.

No, eh?
Gernot: Io mi sono innamorato della musica elettronica andando ai party in cui Szary suonava, lui per me era pazzesco, un idolo, il dj più incredibile del mondo…
Szary: Ah, davvero? Ma sei serio? (Fa la faccia perplessa, nda).
Gernot: Ci puoi scommettere. Ecco, con Extended sono riuscito a ripescare l’innocenza di quegli anni lì. Le sensazioni cioè di quando andavi ai rave, ventenne, e davi tutto te stesso. E la musica poi potevi ripescarla solo nelle cassette pirata che erano state registrate durante l’evento. Vedi, sai qual è il punto? Spesso si dimentica che la musica elettronica non è propriamente musica, è invece prima di tutto una stimolazione sensoriale: i ritmi, le frequenze… La melodia è un accessorio secondario a cui puoi anche rinunciare, e anzi spesso non fa altro che annacquare l’esperienza. Puoi dire lo stesso per altri generi musicali? Con l’elettronica da ballo devi andare alla ricerca di qualcosa di ancestrale, di istintivo in te, e pazienza se questo significa rinunciare a creare una hit che poi funziona nelle playlist degli streaming, o in radio. Non sono quelli i posti dell’elettronica da dancefloor. O almeno, non dovrebbero esserlo. Anche se lo sono diventati.
Szary: A pensarci bene, col suo stop globale improvviso e col suo costringerci a riflettere su noi stessi, credo che il 2020 sia stato l’anno più importante nella storia dei Modeselektor. L’anno più importante di sempre. Davvero.
Gernot: Già. Tanto più che Extended in realtà non è un progetto chiuso e terminato, ora che è uscito, ma è semmai la nuova piattaforma su cui stiamo ricostruendo noi stessi. Abbiamo già tantissimo materiale pronto, uscito dalle stesse sessioni…

Beh, nella tracklist ufficiale dell’album (pardon: del mixtape) non c’è, ma avete ad esempio anche tirato fuori un pezzo con Blixa Bargeld, da quelle sessioni di registrazioni. Com’è lavorare con lui?
Gernot: Oh, facilissimo.

Ma figurati, mi stai prendendo per il culo.
Gernot: (Scoppia a ridere, nda) Mettiamola così: il fatto che Blixa faccia Bargeld di cognome (“contanti” in tedesco, nda) non è casuale. «Prima mi date i cazzo di soldi, poi parliamo di fare qualcosa assieme»… No, dai, non è stato proprio così, dai. Però ecco, ci siamo capiti.
Szary: Non bisogna aggiungere altro, vero?
Gernot: Tuttavia credo che in qualche maniera lui ci abbia rispettato sin dall’inizio. O meglio: in prima battuta, a lui la traccia che gli avevamo girato per cantarci sopra faceva davvero cagare: «Ma che è questa merda? Non c’è nulla. Non c’è melodia. Non c’è strofa. Non c’è un cazzo. Che diavolo volete da me, con questa roba inutile?». Lì mi sono arrabbiato.

Beh ok, posso capirlo.
Gernot: No, non hai capito invece: mi sono arrabbiato con me stesso! Perché Blixa aveva assolutamente ragione! Ho detto a Szary: «Senti, ‘sto qua di techno non ci capisce nulla, ma sai che però comunque ci ha preso? Bisogna tornare a lavorare su questa traccia». E così abbiamo fatto. Ma prima di farlo, abbiamo parlato parecchio con lui, con Blixa. Tornati in studio io e Szary ci siamo detti: sì, la rifacciamo, ma la rifacciamo in modo da guidare Blixa all’interno di essa. Sai cosa volevamo da lui?

Cosa?
Gernot: Che la sua voce avesse un effetto un po’… Klaus Kinski. Ma secondo te abbiamo avuto il coraggio di dirglielo?

Certo che no.
Szary: Bravo.
Gernot: Su una cosa però abbiamo avuto coraggio: quando ci ha mandato il primo take, gli abbiamo risposto che no, non andava bene.

Voi siete pazzi.
Szary: (Esplode in una risata, nda) Hai ragione.
Gernot: È stato un rischio calcolato: perché sapevamo che alla fine sarebbe venuto fuori con una traccia vocale perfetta. E così è stato, infatti. C’era bisogno di questo tira e molla fra di noi, era parte del processo, era parte della tensione artistica da ricreare. D’altro canto Blixa è un po’ come la musica elettronica: non è propriamente musica, è più uno spirito, una sensazione, una botta emotiva. E lui questa cosa la sa, l’ha sempre saputa, anzi, la impersonifica proprio con orgoglio. Così come impersonifica il vero spirito di Berlino: spirito che chi arriva negli ultimi anni in città, si veste di tutine in latex con ammennicoli sadomaso in salsa fashion e si fionda vestito così nei club dimostra di non capire per nulla, ma proprio per nulla. Blixa, anche se ora vive in Portogallo, e guarda me lo posso proprio immaginare mentre sta sdraiato in salotto a contemplare l’oceano da un’ampia vetrata pensando «Non me ne frega un cazzo…», questo spirito ancora ce l’ha. Lo capisci anche solo semplicemente dalla traccia vocale che ci ha regalato: c’è un carisma, lì dentro, che non si può descrivere a parole e che racconta benissimo la storia della città, la sua energia, di conseguenza anche il motivo per cui è diventata la culla europea della techno – e questo anche se Blixa col mondo della techno non ha mai avuto nulla realmente a che fare. Non potevamo non chiedergli di fare qualcosa per noi, davvero. A costo di farci mandare affanculo. Ci ha mandato affanculo, ma ci ha regalato una traccia bellissima, e molto significativa.
Szary: Perché ci teniamo anche a educare chi ci ascolta, sai: se per voi noi Modeselektor siamo importanti e se per voi è importante Berlino, non potete non entrare in contatto con Blixa e gli Einstürzende Neubauten. Semplicemente, non potete. Vi mancherebbe un tassello troppo fondamentale.

Bella la storia e tutto il resto, ma voi comunque – anche grazie all’esposizione avuta con Moderat – avete raggiunto una fama globale, andando ben oltre i confini dell’elettronica da dancefloor dura e pura. E quindi: quand’è che vi vedremo diventare produttori in campo pop, assoldati dalle grandi major? Ve lo chiedo perché il pop oggi è più che mai assetato di elettronica più o meno da dancefloor, ci sono mille esempi, e l’esplosione di qualche anno fa della EDM – che era nient’altro che una unione facile, felice e zuccherosa di elettronica e pop – è stato secondo me solo un prodromo di tutto questo. Vi hanno già chiesto di collaborare in maniera più o meno esplicita a qualche produzione pop?
Gernot: Ce l’hanno già chiesto? Sì. Ce l’hanno già chiesto.

Bene, molto bene. E?
Gernot: Ma noi, in quanto a pop e ai rapporti con esso, siamo allievi dei Radiohead, oltre ad essere in origine due belle teste di cazzo che nascono con la techno berlinese e che in essa sono cresciuti. Quindi: non credo che produrremo mai Ariana Grande. Ciao, Ariana. Ma vedi, può anche essere che abbiamo già fatto qualcosa, in campo pop. Solo che non lo abbiamo detto a nessuno. Però se lo abbiamo fatto, puoi essere sicuro che l’abbiamo fatto con qualcuno che è comunque dalla parte giusta.

Quella di cui si parlava prima, quella per cui in ogni contesto bisogna avere una bussola morale.
Gernot: Esatto.

Però, non mi volete svelare di chi si tratta.
Szary: Beh, beh: se spegni il registratore, te lo diciamo. L’hai spento?

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