Moderat: «Macché divinità dell’elettronica, siamo tre action figure» | Rolling Stone Italia
Home Musica Interviste Musica

Moderat: «Macché divinità dell’elettronica, siamo tre action figure»

Sascha, Gernot e Szary si raccontano con ironia e leggerezza, tre cazzoni berlinesi che si divertono, lontani da ogni divismo. Hanno pubblicato il quarto album ‘More D4ta’: anche i numeri hanno un cuore

Moderat

Foto: Birgit Kaulfuss

L’apparenza è teutonica, grandiosa, preoccupantemente perfetta: la bellissima emotività melodica di Apparat che si unisce con le cattedrali techno dei Modeselektor, in un incastro che non potrebbe essere più azzeccato e più efficace. E infatti: nell’arco di quattro album, dall’iniziale Moderat del 2009 passando per II del 2013 (quello di Bad Kingdom, per intenderci) e III del 2016, quella dei Moderat è semplicemente una carriera in costante, trionfale ascesa.

Rappresentano al 100% quella che può essere l’iconografia ideale dell’elettronica tedesca contemporanea berlinese: danzabili ma epici, robotici ma con un cuore. In realtà, se si va a scavare sotto l’iconografia trionfante e si cerca il contatto umano, Sascha Ring (Apparat), Gernot Bronsert e Sebastian Szary (Modeselektor) sono tre amici di vecchissima data che si sono trovati ad essere, grazie a una collaborazione che all’inizio doveva essere solo una bagatella estemporanea per poi tornare ai rispettivi progetti, uno degli autentici supergruppi dell’elettronica contemporanea di largo consumo (basti vedere come ancora adesso siano saccheggiati dai creativi pubblicitari di ogni dove, per millemila spot pubblicitari televisivi).

Ora è arrivato il momento di More D4ta: un lavoro bellissimo. Qualcosa di più dell’essere il quarto disco dei Moderat. Ma l’interazione fra i tre è più terra terra e umana che mai. Tre cazzoni berlinesi vecchio stile che si divertono (o sono tornati a divertirsi) nel fare quello che fanno, e che hanno uno stranissimo dark humour e una velenosa ironia che corre fra le righe e nei sottintesi. E che è impersonificata in primis da Szary, quello che dei tre sta quasi sempre zitto nelle interviste. Anche in questa. Fino alla sensazionale frase finale.

Fatemi dire una cosa: io sono convinto che More D4ta sia il vero successore del vostro album d’esordio del 2009. Perché i II e III è come se fossero stati una rifrazione di quell’album lì, portata avanti dall’onda lunga e inarrestabile del successo crescente, a cui non poteva arrendervi ma che potevate solo assecondare. More D4ta mi sembra invece un disco lavorato partendo proprio da zero, un nuovo inizio, un nuovo capitolo. Pur suonando al 100% Moderat, quello sì.
Apparat: È curiosa, questa idea. Io però ho un bel ricordo di II.
Gernot: Lo facemmo tutti insieme, chiudendoci nello stesso studio dalle parti di Alexanderplatz, sopra il defunto Weekend Club, e facendoci le nottate a lavorarci. Col primo album era stato invece diverso: lì tutto il lavoro iniziale era stato fatto separatamente, ciascuno per sé, e solo alla fine avevamo unito tutto quanto.


Apparat: Con II c’era molta energia creativa. Fin dall’inizio. Quindi dai, io penso che II debba restare il nostro secondo disco, via. A pieno titolo. Non trattarlo male.

Però fammi insistere: stavolta il vostro suono ha un abito diverso ed elaborato, vedo un lavoro in profondità nei dettagli che in II e poi in III non c’era. Erano dischi in qualche modo più semplici, più bidemensionali, più immediati come statement.
Apparat: È vero che l’idea era che, se Moderat doveva tornare, allora doveva tornare con qualcosa di piuttosto diverso rispetto al passato. All’inizio pensando a More D4ta la linea che ci eravamo messi in testa era effettivmente quella.


Gernot: Volevamo reinventarci completamente, già. Almeno a parole, nelle intenzioni. E invece…

Invece?
Apparat: Invece è successo che tornare a lavorare insieme in studio ci ha portato, lo volessimo o meno, ad avere di nuovo un suono e una identità al 100% Moderat, come appunto notavi anche tu. Sai cosa c’è di diverso? In primis le tecniche di componimento e di registrazione: un workflow diverso insomma, dato da alcune innovazioni come scelta di software e della macchine da usare per comporre.
Gernot: Eh.

(Dopo un attimo di pausa silenziosa scoppiano a ridere, dopo questa esclamazione di Gernot ironicamente seccata)

.

Oh, ora mi spiegate il perché di questa risata!
Gernot: Sono stato io. Sono io che li ho obbligati a cambiare software di riferimento, per creare musica. Sono stato io. Loro non volevano. Mi sono imposto, sì…
Apparat: Ma perché tu sei uno stronzo, a te piace importi.
Gernot: Verissimo (altre risate).
Apparat: All’epoca del primo disco, ‘sti qua mi costrinsero a cambiare completamente il modo di creare musica: «Ehi ragazzo, se vuoi che facciamo cose assieme tu devi iniziare a comporre e creare con Logic, chiaro? Vedi di adeguarti». Un trauma. E ora che finalmente Logic è diventato casa mia, mi hanno obbligato di nuovo a cambiare tutto…
Gernot: Lavorare con Ableton Live, amico.
Apparat: Maledetti.
Gernot: Ho pensato fosse una buona cosa imporre questa scelta scomoda, perché quando ti ritrovi a dover lavorare con un software diverso cambia proprio il modo di buttare giù le idee e svilupparle. Se volevamo rinnovarci, e lo volevamo davvero, cambiare workflow era una scelta semplicemente necessaria. Peccato che poi la cosa si è ritorta in primis contro il sottoscritto…

Ovvero?
Apparat: Diciamo che imparare a lavorare bene con Ableton Live…
Gernot: Non è stato un processo del tutto immediato, eh? Vi odio. Mi avete fatto penare!


Apparat: Eh, che ti devo dire, Gernot… L’hai voluto tu.
Gernot: Soprattutto all’inizio è stato uno strazio. Perché hai idea di cosa significa stare lì tutto il tempo a cambiare settaggi e parametri, mentre due persone stanno lì a fissarti immobili tutto il tempo?
Apparat: Ma eri quello che conosceva meglio il software! Ti ci sapevi orientare molto meglio di noi, quindi era inevitabile che tutto il lavoro iniziale di settaggio lo facessi tu…
Gernot: Beh, confesso: ogni tanto facevo le cose a caso, in questi settaggi.
Apparat: Eh? Cosa?
Gernot: Già. Manco io avevo bene idea di cosa fare. Ma non potevo perdere la faccia di fronte a voi due: quindi andavo avanti imperturbabile, come se fosse tutto sotto controllo…
Apparat: Ah! Bello scoprirlo ora (risate).
Gernot: Ecco, svelato finalmente questo segreto che avevo custodito gelosamente almeno fino a questa intervista, tanto per svicolare vorrei tornare a quello che dicevi prima, così Sascha non inizia di nuovo a lamentarsi, ora che ha scoperto come sono date davvero le cose: il fatto cioè che More D4ta sia un po’ il vero secondo disco dei Moderat. Avevi detto così, no?

C’è del vero?
Gernot: La verità è che tutt’e tre siamo delle persone abbastanza sensibili: ci facciamo influenzare molto dal mondo, dalla nostra vita privata. Non siamo insomma di quegli artisti che si chiudono nella torre d’avorio della loro arte.
Apparat: Lo siamo solo quando saliamo sul palco. Io, soprattutto. Ma giù dal palco, siamo molto attenti a tutto ciò che ci circonda. E quindi questo disco è un collettore di ansie, di sofferenze, di paure dell’ignoto: perché la pandemia questo è stata. Infatti la verità che More D4ta avremmo potuto farlo in molto meno tempo, ma abbiamo usato spesso lo studio come un posto per fare terapia di gruppo, prima ancora che musica.
Gernot: Quando a un certo punto Bezos ha iniziato a dire che stava preparando delle navi spaziali che permettessero di abbandonare il pianeta, beh, lì davvero mi sono detto: sta succedendo davvero? Siamo arrivati a questo punto? Rischiamo di scomparire, di collassare? Anche perché appena passata la pandemia, è arrivata la guerra…
Apparat: E come dice una persona comunque per me molto discutibile come Musk, ma su questo punto purtroppo temo c’abbia preso: «Pace? È più facile mandare l’uomo su un altro pianeta, che avere la pace assoluta».


Gernot: Insomma, riassumendo: stiamo vivendo un momento storico davvero intenso, estremo. E il fatto che More D4ta sia molto più attento del passato ai dettagli e nel suono nasce proprio da questo. Esattamente da questo. Tutta la paura, la frustrazione, la preoccupazione l’abbiamo sfogata in studio. E abbiamo così messo un’attenzione mai avuta prima nel provare a ricreare tutte e dico tutte le nostre sensazioni all’interno della musica. Tanti piccoli frammenti, tanti strati sovrapposti: ognuno col compito di raccontare uno stato d’animo ben preciso. Verso la fine della lavorazione a un certo punto ci siamo chiesti: «In questo pianeta impazzito che non si sta dove stia andando, qual è l’unica cosa certa? Una c’è: che i dati continuano a crescere, si accumulano inesorabilmente giorno dopo giorno». Ormai i dati sono un ecosistema, ma anche un’arma. Pensaci: il primo aiuto all’Ucraina che non fosse militare è arrivato dai dati, ovvero dai pagamenti digitali via Airbnb ai cittadini ucraini, come forma di sostegno e solidarietà a distanza.

Ma in questo processo di crescita infinita in qualche maniera ci siete finiti pure voi, non solo i big data delle corporation. Se ripenso al vostro primo tour come Moderat, eravate voi tre e uno schermo alle vostre spalle di quattro metri per tre o giù di lì, giusto messo un po’ di sbieco: una cosa quasi parrocchiale, al confronto dei vostri palchi degli ultimi anni. Ora invece siete degli headliner, siete la band coi live grandiosi, siete insomma sulla strada per diventare anche voi dei Chemical Brothers…
Gernot: Dici?

Dico.
Gernot: Non riesco nemmeno ad affermare che non sia così perché, semplicemente, sono ancora troppo confuso. Senti: sono due anni che non sto su un palco a fare un concerto. Era da quando avevo vent’anni che non mi fermavo e ora invece due anni di stop totale. Capisci? Sinceramente: non riesco ad avere un’idea di nulla. Nuoto nell’incognito, ecco. Siamo potenzialmente i nuovi Chemical Brothers, dici? Non credo, ma… non lo so. Perché ora non so nulla, niente. Nada.
Apparat: Sai qual è la sensazione che sento più spesso, adesso? A maggior ragione se sono cose legate a Moderat? Sento che devo iniziare tutto da capo; tutto quello che c’è stato negli anni passati mi sembra un ricordo lontano, astratto. E poi, non sento di avere in questo momento la sicurezza in me stesso per mettermi in posa di fronte a migliaia e migliaia di persone. Anzi, se vedo da fuori un palco di quelli grandi, mi chiedo subito, piuttosto preoccupato: ma come si fa a stare là sopra, senza scomparire? È possibile? Tu dici che siamo potenzialmente i nuovi Chemical Brothers, io ti dico che personalmente mi sento invece come un artista ai suoi esordi, uno che deve iniziare piano piano a farsi strada nel mondo della musica.

I fatti però ti e vi contraddicono, dai. Per dire: il Sónar per l’edizione 2022 vi tratta in modo conclamato come uno dei tre, quattro headliner del festival. Non me lo sto inventando io.
Gernot: Sai qual è la cosa interessante, e la cosa che ci “protegge”? Che ormai sono anni che abbiamo la stessa crew. Anni, davvero. In questa maniera ci sentiamo sempre a casa. E quando ti senti a casa, allora ti vengono anche molto più facilmente tutta una serie di cose: le tue mani sanno dove andare, quando sei sul palco istintivamente sai sempre cosa fare. Questo mi rassicura. Ma per il resto: da un lato non vedo l’ora di tornare a suonare in giro, dall’altro sono un po’ perplesso – perché è qualcosa che nel momento in cui stiamo parlando qui nemmeno riesco ad immaginarmi. Sentimenti confusi, ecco.

Foto: Birgit Kaulfuss

Confusione per confusione, ve la dico tutta: sono rimasto confuso io per la maniera in cui avete disposto i brani all’interno dell’album.
Apparat: Come mai?

Brani come Drum Glow e Neon Rats mi paiono perfetti per essere la chiusura maestosa di un disco, essere messi cioè verso la fine, come ad esempio No. 22 nel vostro primo album. Invece lì piazzate subito all’inizio.
Gernot: Fosse per me, ognuno dovrebbe farsi la propria tracklist personale di un nostro album. Ognuno dovrebbe scegliere come disporre i brani, a seconda dei suoi gusti e della sua sensibilità.
Apparat: In realtà abbiamo lavorato a diverse ipotesi di tracklist, per More D4ta, e quello che senti è un po’ il risultato di un compromesso fra le varie diverse ipotesi di ciascuno di noi. Però sì, concordo con Gernot: è un processo questo in cui è bello possa entrare un po’ di soggettività. Mi piace l’idea che tu non sia d’accordo con la disposizione dei brani nel disco, e questo nonostante io ti possa controbattere che se quei brani sono lì è perché noi alla fine li abbiamo voluti mettere lì: in questo modo c’è ancora spazio per la soggettività, capisci? Se tutto ti apparisse troppo chiaro e troppo perfetto, vorrebbe dire che abbiamo tolto completamente spazio alle tue emozioni e alla tua soggettività. E noi questo non lo vogliamo. Così come in realtà nemmeno vorremmo che l’uscita del disco fosse preceduta dalla release di qualche singolo d’anticipazione. Stavolta ci hanno un po’ obbligati a farlo, «eh, dai, lo usiamo come arma per contrattare meglio con le piattaforme di streaming», ma penso proprio che col prossimo album metteremo il veto su questa cosa.
Gernot: Tornando alle due tracce che dici, soprattutto Neon Rats ce la portavamo dietro da molto tempo. Da un bel po’ era una presenza incombente, in studio.
Apparat: Credo che il tema portante sia addirittura del 2016.
Gernot: Per me, quella traccia è una sorta di omaggio epico alle grandi divinità dell’IDM (intelligent dance music, l’elettronica da ballo colta e sofisticata in voga soprattutto nei primi anni ’90, da Aphex Twin in giù, nda), di un certo tipo di elettronica primi anni ’90.

Infatti guarda caso c’è il sample “ornitologico” di Pacific State degli 808 State, uno dei capisaldi dell’elettronica “intelligente” a cavallo tra fine ’80 ed inizio ’90.
Gernot: Ecco, è bello quando i nerd sanno cogliere i riferimenti che metti nel disco! Bene! Ma penso di poterti in parte correggere…

Dicendo che quel suono che simula un uccello tropicale…
Gernot: Arriva in primis da una produzione italiana, da Sueño Latiño!

Esatto!
Gernot: Che poi quel suono è originariamente un pre-set dell’Emulator II, che era un po’ il parente povero – ed economicamente più accessibile – del Fairlight, che invece era costosissimo. I producer più underground si buttavano tutti sull’Emulator II, mentre i grandi produttori pop potevano permettersi il Fairlight.

Immagino quindi che quel suono non sia stato messo lì a caso. È una dichiarazione d’appartenenza.
Gernot: Nulla nei nostri pezzi è fatto per caso, cosa credi.

È un riferimento preciso, ok. Ma visto che vogliamo essere così perfezionisti, tu Gernot hai descritto Neon Rats come un omaggio alle grandi divinità dell’IDM. Bene: oggi la musica elettronica è ancora in grado di produrre delle divinità che meritino poi di diventare tali?
Apparat: Mah. La musica elettronica oggi di divinità ne produce perfino troppe. Che poi meritino di diventare tali, è un altro discorso. Ma per il resto hanno e vogliono avere tutto di una divinità: dj che pretendono palchi giganteschi, e un pubblico che li segua e interagisca con loro in modo adorante. Più divinità di così… Se proprio religione dev’essere, noi preferiremmo che la scena elettronica oggi fosse invece un po’ più come la mitologia greca: tante divinità diverse, anche un po’ bislacche.

Voi quando siete sul palco cosa siete? Delle divinità da adorare? Un po’ ormai lo siete, vi piaccia o meno.
Apparat: Io quando sto sul palco mi chiudo nella mia bolla, come ti accennavo prima: mi concentro soprattutto su quello che devo fare, cerco di non dare troppa attenzione a quello che mi succede attorno e davanti. Questo mi aiuta parecchio.
Gernot: In generale credo che visti dalla prospettiva del pubblico noi tre, più che delle divinità, sembriamo tre cartonati, tre action figure. Niente di che, insomma. Come disce Sascha: entriamo in un processo un po’ di introversione quando siamo sul palco come Moderat, e questo ci aiuta.

Ecco, domanda: questo essere Moderat, e il fatto che essere Moderat sia una condizione così fortunata e direi decisamente di successo, rischia di ammazzare Apparat da un lato e i Modeselektor dall’altro?
Apparat: Anche fosse, non me ne potrebbe importare di meno.

Davvero?
Apparat: In questi dieci anni a passa, è stato bello essere Apparat da un lato ed anche parte di Moderat dall’altro. In questa maniera ho deresponsabilizzato ciascuna delle due identità artistiche. La presenza di Moderat, che è un progetto più diciamo epico, mi ha permesso di poter lasciare a ciò che è Apparat una identità invece molto più intima, e di farlo senza la minima remora. Se poi una delle identità ha più successo dell’altra, onestamente ti dico: chi se ne frega. E questo perché il successo non è mai la ragione giusta per scegliere di fare qualcosa. Mai. Certe volte è molto più intelligente fare qualcosa per cui ti vengono a sentire in 300 anziché in 3000: anche solo perché, magari, ne guadagni in salute mentale.

Gernot, stesso discorso per Modeselektor? Che però, al contrario di Apparat, sono un progetto tutto tranne che intimo…
Gernot: La verità?

La verità.
Gernot: La verità è che non mi pongo il problema. Ora è giunto il momento di rimettere in pista Moderat? Bene, sono felicissimo di questo: punto. Mi godo questa cosa. Poi sì, uno potrebbe pensare a quali strategie potrebbero essere più efficaci, a come alternare al meglio queste due identità, ma io ogni volta che ci provo poi vado in confusione. Quindi, tanto vale che non ci provi.

Vai in confusione ancora adesso, dopo oltre vent’anni di carriera?
Gernot: Sì. L’unica cosa che è cambiata è che ora riesco, con l’esperienza, ad essere più sincero con me stesso.


Szary: Bene. Credo che ora sia arrivato il momento di dire finalmente la mia (detto con faccia serissima, nda).

(Segue un silenzio carico d’attesa, anche se in realtà Gernot sta soffocando dentro di sé una risata).

Szary: Sono perfettamente d’accordo con tutte le risposte che sono state dette finora.
Gernot: Ma dai!
Szary: Ecco: ho concluso.
Apparat: Hai concluso?
Szary: Ho concluso. Arrivederci.

Altre notizie su:  Moderat