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Moby, elogio dell’invecchiamento

A 55 anni, l'uomo di 'Porcelain' se la passa bene: rifà le hit con un'orchestra nel nuovo album 'Reprise', ricorda senza traumi il passato, difende i diritti degli animali, si dedica all'ossessione per la musica

Moby

Foto: Travis Schneider

Scrivendo di musica ogni tanto capitano inviti ai quali è difficile dire di no. È il caso di Moby, la cui musica mi riporta con la memoria a particolari momenti della mia vita, siano essi un road trip in Spagna per vederlo, un video fuori di testa, un amore sbocciato grazie a Go e Porcelain (non è vero che non ci si può innamorare con la techno), la magnificenza del film The Bourne Identity che senza Extreme Ways non sarebbe quello che è. E come dimenticare Natural Blues e il riff ipnotico “trouble so hard”? E Why Does My Heart Feel So Bad? Mi devo fermare qua, altrimenti al solo evocare la sua musica mi verrebbe da esaltarmi, ridere, piangere, ballare fino all’esaurimento, e ritornerei a vecchie bad abitudini che accompagnavano le serate self medicated in discoteca e le nottate successive passate in bianco.

Di Moby si può dire di tutto, ma nessuno riuscirà mai a portargli via l’etichetta di poster child della musica elettronica, titolo che detiene da più di trent’anni. Word. Boom (immaginatevi che butto per terra il microfono, à la Kobe). Dopo averlo visto almeno cinque, sei volte, stolkato come un vip hollywoodiano a una sua recente mostra fotografica (insieme a un altro dei miei miti, Susan Sarandon), sentito, letto e ballato per ore e ore a concerti e club (storico il set tech nel Sahara Tent del Coachella), visto al piccolo Fonda Theatre a Los Angeles e persino nel suo ex ristorante vegetariano Little Pine (chiuso causa pandemia), ecco che mi si presenta l’occasione di intervistarlo per la prima volta, faccia a faccia.

Sono in attesa dell’ok ufficiale. I giorni passano veloci finché, fuck off, ricevo la notizia che, per via delle norme di sicurezza (io che mi ero persino fatto non due, ma tre vaccini) l’incontro avverrà via Zoom. Nessuna imprecazione può descrivere il mio stato d’animo, anche se potrò finalmente fargli le domande che nascono dalla mia curiosità e non dalle necessità informative-commerciali legate all’album Reprise che uscirà il 28 maggio e contiene le versioni orchestrali dei suoi più grandi successi degli ultimi trent’anni, in collaborazione con guest stars come Kris Kristofferson, Luna Li, Jim James, Alice Skye, Amythyst Kiah, Mark Lanegan, Apollo Jane, Gregory Porter e Darlingside.

Oltre all’album edito da Deutsche Grammophon, viene distribuito in versione digitale anche Moby Doc, documentario che ne riassume la carriera musicale e il percorso di guarigione da alcol, droghe e depressione e l’impegno di attivista vegano, tappe rivisitate attraverso interviste a numerosi amici tra cui David Lynch e David Bowie, il tutto accompagnato da rari filmati di concerti, interviste e filmati d’archivio. Come dolcetto finale, vi dico anche che se volete leggere il suo secondo memoir Oltre ogni limite è stato pubblicato recentemente in Italia da MGMT Edizioni.

Ecco arrivare l’alba, già sveglio perché nervoso, doccia (come raramente mi è capitato di fare in quest’anno di pandemia), 20 minuti per scegliere fra camicia e t-shirt (famose le sue), barba, caffè e posizionamento davanti al computer. Eccolo esattamente come me l’aspettavo, barba incolta, viso scarno, incorniciato da occhiali neri, calmo e meditativo, lento nell’esporre ogni risposta. O forse starà pensando: «che bella camicia da cowboy che indossa La Bestia». Tutto è possibile.

Cosa mangi a colazione? Caffè e via oppure ti sfondi?
Tendo a fare colazioni lunghissime ed elaborate. È il mio momento preferito della giornata, mi sveglio intenzionalmente molto presto in modo da poter avere, e potrebbe sembrare folle, almeno due ore e mezza per fare colazione, leggere il giornale, farmi i cazzi miei. Oggi mi sono fatto un frullato con cavolo, bietola rossa, broccoli, frutti di bosco, banane, chia, semi di lino, ananas, zenzero e un sacco di altre cose, e poi me lo sono sparato leggendo il giornale. Poi passo alla seconda fase della colazione, tè organico bianco, e mi preparo un muffin inglese di grano con burro di arachidi o qualcosa del genere. Poi mi siedo finalmente a leggere per almeno un’ora, un’ora e mezza, qualsiasi libro stia leggendo in quel momento…tè e libro, finché mi sento psiologicamente e fisicamente pronto ad affrontare la giornata. I love breakfast.

Ti capisco, fossi a Milano, sarebbero due brioche e cappuccino doppio. Seduto. A sfogliare il giornale. Raccontami com’e’ nata l’idea di Reprise?
Sette anni fa mi sono reso conto che non sopportavo più la macchina commerciale del tour mondiale e ho cominciato a fare spettacoli acustici a casa di amici oppure set in piccoli teatri con una immediatezza emotiva mi affascinava, specialmente se messa a confronto con l’esplosione prefabbricata di un grande concerto tradizionale. Dopo essere andato a un concerto di Bryan Ferry a Los Angeles, ho cominciato a parlare con il booker ufficiale della L.A. Philharmonic che mi ha chiesto se avessi mai pensato di fare un set orchestrale…. E così nell’ottobre 2018 mi sono ritrovato a fare il mio debutto orchestrale con un coro gospel completo, sotto la direzione di Gustavo Dudamel e con tanto di sindaco di L.A., Eric Garcetti al pianoforte. Un rappresentante della Deutsche Grammophon mi ha proposto di incidere l’album ed è nato Reprise, una celebrazione del passato, ma anche un approfondimento del presente e lo spunto per quello che farò in futuro.

Dove l’hai registrato?
Ho iniziato a registrare nello studio di casa, come faccio sempre, decidendo quali canzoni rivisitare, per poi passare agli arrangiamenti orchestrali di base. Poi mi sono trasferito ai leggendari EastWest Studios in L.A., precisamente nello Studio Three dove Brian Wilson ha registrato Pet Sounds. Lì ho finito gli arrangiamenti, che poi ho consegnato a un organizzatore di concerti di Budapest che sa come far suonare 100 musicisti classici contemporaneamente.

Il tuo brano preferito dell’album?
The Lonely Night con Kris Kristofferson e Mark Lanegan. Non è una canzone molto nota, ma se per qualche motivo dovessero chiedermi di eliminarla dall’album mi opporrei con tutte le forze, anche se sono un pacifista. Poi la cover di Heroes di David Bowie, una delle mie canzoni preferite di sempre, per me importante quanto la Cappella Sistina, l’ho suonata tante volte con David, che ho sempre considerato un fratello maggiore. Quando vivevo a New York andavo a trovarlo spesso, ci sedevamo sul divano con le nostre chitarre acustiche e iniziavamo a suonare. Sono i ricordi più preziosi che ho di lui, ma siccome non ho mai registrato la nostra versione, questa cover è la mia lettera d’amore dei momenti che abbiamo condiviso insieme.

Foto: Travis Schneider

Come ti sei innamorato della musica?
La prima volta avevo 3 anni, forse il mio primo ricordo. Ero in macchina con mia mamma, vivevamo in questo appartamento bruttissimo vicino alla prigione di Danbury in Connecticut. Faceva freddissimo e la macchina era vecchia e talmente arrugginita che aveva dei buchi sul fondo della carrozzeria, potevi vedere la strada. Poi alla radio è partita Proud Mary dei Creedence Clearwater Revival e mi sono rifiutato di uscire finché non è finita. Da allora ho dedicato la mia intera esistenza alla musica, vivo per ascoltare musica, fare musica, leggere di musica, parlare di musica, pensare e scrivere di musica. La mia carriera è il risultato di questa ossessione, non ho mai avuto un piano sul futuro, non ho mai pensato che avrei potuto mantenermi facendo musica, volevo solo far parte di questo mondo. Al liceo facevo parte di una band punk-rock, ma sono cresciuto ascoltando musica classica e studiando teoria musicale.

Come si chiamava la tua band?
Erano due, la prima AWOL e cercavamo di suonare come i Joy Division. Con i Vatican Commandos invece volevamo essere un mix di Damned, Minor Threat e Circle Jerks.

Cosa ascoltavi al liceo?
Di tutto, il genere non è mai stato importante, l’importante era che mi coinvolgesse emotivamente. Non ascoltavo solo punk rock come Bad Brains, Minor Threat e Black Flag, ma anche new wave e dintorni, New Order, Orchestral Manoeuvres in the Dark, Echo and the Bunnymen, Bauhaus. Mi piacevano anche i Birthday Party, Brian Eno e David Bowie.

Il primo disco che hai comprato?
Il 45 giri Convoy di C. W. McCall, forse era il 1974, un super hit negli Stati Uniti in quegli anni, è stranissimo, un disco country western hip hop. Il secondo invece è la colonna sonora di Live and Let Die, mi è sempre piaciuta un sacco quella canzone.

Il primo concerto?
Il primo gli Yes al Madison Square Garden nel 1979 e il secondo i Fear al Mudd Club di New York nel 1981. Bei ricordi.

Da quando hai iniziato a fare musica quant’è cambiato il business? Oggi con una app chiunque può fare una canzone…
Sì hai ragione, oggi è molto più facile fare musica e apprezzo molto questo processo democratico. Il problema è che è diventato impossibile ascoltare tutto quello che viene prodotto, nel bene e nel male. Fino agli anni ‘90 incidere e distribuire qualcosa era un evento, dovevi andare in studio, affittare l’equipaggiamento, mixing board, sintetizzatori, microfoni, musicisti, spostare fisicamente i tuoi strumenti, era tutto molto costoso e difficile e di conseguenza per arrivare al processo finale dovevi essere motivato, investire il tuo tempo e convincere qualcuno a fidarsi di te, a credere nel tuo talento. Poi dovevi promuovere l’album o la canzone, e questo avveniva solo attraverso la radio, e anche lì dovevi convincere qualcuno a credere nel tuo lavoro. Il risultato era che in giro non esisteva tutta la musica che c’è oggi e quando veniva lanciato un nuovo disco lo sapevano tutti. Apprezzo molto l’accessibilità di oggi, mi piace il fatto di poter ascoltare chiunque abbia voglia di produrre, che fare un upload su SoundCloud è istantaneo e puoi raggiungere il mondo con un click. Il problema è che è diventato impossibile distinguere la musica di qualità da quella mediocre. Su Spotify vengono messe in rete 30 mila nuove canzoni ogni giorno, non c’è tempo di ascoltarle tutte.

Due parole su Moby Doc, il documentario. Ci sono stati dei momenti difficili da rivivere?
C’è un momento dove parlo del funerale di mia madre, ero talmente fatto di droghe e alcol che mi sono addormentato appena mi sono seduto sulla panca della chiesa. Ho perso la cerimonia al cimitero. E non è l’unica storia triste della mia esistenza di alcolizzato. In mia difesa c’è da dire che mia madre aveva un gran senso dell’umorismo e anche se vedermi dormire durante la funzione l’avrebbe intristita un po’, avrebbe trovato il lato comico della situazione (ride). Scrivendo le mie memorie e durante i quattro anni di lavoro fatti sul documentario ho capito che per me non è difficile rivivere il passato, non soffro condividendo le situazioni assurde che ho vissuto, il passato è passato e oggi sono una persona diversa. Sono più vecchio, sono sobrio, ho una nuova visione della vita, le mie priorità sono cambiate, le mie azioni non hanno alcuna connessione con il passato, i miei pensieri sono limpidi e chiari, non annebbiati dagli abusi sul mio corpo e la mia mente.

Rivivere il passato è come vedere un fratello gemello nello specchio. Fisicamente sono uguale, in realtà siamo degli sconosciuti, di sicuro il mio cervello è più attivo e cosciente. Sono contento di invecchiare perché mi dà la possibilità di cambiare, esplorare cose nuove, sarebbe triste e deprimente se a 55 anni fossi ancora ubriaco tutte le sere, mi facessi la chirurgia plastica e avessi i capelli finti. I’m very glad that I didn’t end up going down that road.

Qual è la cosa più importante per il Moby di oggi?
Il mio attivismo nei confronti degli animali (mostra la scritta “animal rights” tatuata sulle braccia, nda) arrivo a dire che per me i diritti degli animali sono più importanti della musica, della mia carriera, e della mia salute. Lavoro sette giorni su sette per cercare di capire quello che posso fare per sostenere le organizzazioni che si occupano del problema che varia per ogni nazione, dall’abuso al consumo. Voglio capire come aiutare a rendere l’argomento rilevante, come sostenere economicamente chiunque abbia la capacità di lottare per sostenere la causa. Per me è importante far riflettere, probabilmente in un modo vegano la pandemia non sarebbe mai accaduta. Come dice il mio tatuaggio sul collo, #veganforlife.

Per finire, Moby, di’ quello che ti pare, una cosa vuoi far sapere a tutti.
(Ride) Andate sul mio sito e cliccate in basso su Mobygratis. È una data bank dove ho inserito circa 200 pezzi della mia musica che do gratuitamente a chi vuole farne qualcosa di creativo e non ha i soldi per comprarla. Se il film poi viene distribuito commercialmente, e la colonna sonora fa dei soldi, saranno donati ad enti pro diritti animali. Prendete ciò che volete, ciò che vi serve. E’ un processo immediato, basta compilare il formulario on line e ..boom.

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