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Missey, il futuro dell’R&B italiano indossa il balaclava

L'abbiamo inserita nella Classe 2022 degli emergenti da seguire. Quest'anno ha pubblicato un EP e due singoli molto interessanti, dimostrando d'essere una voce fuori dal coro monocorde della scena italiana

Foto: Ambra Parola

Ve l’avevamo presentata in Classe 2022, la nostra classe dei migliori talenti emergenti della musica italiana. Era da poco uscito Futuro3, il suo secondo EP che mostrava una grande capacità vocale e un’affascinante e originale commistione di R&B con accenni di jazz, post punk, rap con l’intento di «prendere generi che mi hanno stimolato e unirli a cose che fanno parte del mio background». Come i ritmi latini destrutturati, altro grande amore di Missey, alla base di Balaclava, il suo nuovo singolo in coppia con l’artista spagnola Julieta.

«Sono un’appassionata dei ritmi e dei suoni latini, del raggaeton, che ben si sposano con le produzioni su cui solitamente lavoro che arrivano da altri mondi, come l’emo, il punk, il post rock. Volevo unire questi due mondi», ci racconta l’artista pugliese. «Volevamo unire due stili differenti, fare qualcosa che non fosse stato fatto in Italia e in Spagna».

Con una produzione divisa tra Omake («la parte più punk») e Il Romantico («quella più latina»), Balaclava è nato a distanza, per poi essere perfezionato dalle due artiste in studio, a Milano. «Lavorare con un’artista straniera è importante perché ti arricchisce, ti racconta un altro modo di fare musica, di pensare la musica. Ti vengono idee a cui mai avresti pensato». E perché proprio Julieta? «Perché è giovane, è una performer e, musicalmente, è qualcosa di nuovo».

Balaclava, come il precedente singolo Questi rottami, è un percorso emotivo di risalita dopo le ferite emotivamente condivise in Futuro3: «Con il mio EP sono finalmente riuscito a sentirmi identificata, musicalmente ed esteticamente, come persona e artista. Ho cercato di essere completamente sincera e per questo l’EP è pieno di ansia, di depressione. Per me ha avuto una funzione liberatoria, sia nei testi che nella scelta di non scegliere un determinato genere, ma di andare oltre». La musica, quindi, come atto di terapia non solo personale, ma collettiva: «Non mi sarei mai aspettata di trovare gente che si sarebbe affezionata e ritrovata in quei pezzi. Ho però capito che non c’è bisogno di scrivere hit globali per significare qualcosa a qualcuno, nello stesso modo in cui canzoni di artisti meno conosciuti mi riescono a dare qualcosa».

In un mondo di playlist («Julieta mi ha raccontato che in Spagna sono molti più scialli su questa questione»), Missey ha trovato il coraggio di tirar fuori la propria voce ed essere se stessa: «Mi hanno definito ostica, ma non mi interessa. Credo nelle stesse cose che mi hanno fatto innamorare di certe artiste e certi artisti; a volte non bisogna per forza stare in certi generi, in certe etichette. Non bisogna sempre essere didascalici». Il futuro è dalla sua.

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